EPIFANIE


Oggi abbiamo iniziato a staccare gli allegri addobbi natalizi dalla porta di ingresso, dagli specchi e dalle varie pareti di casa.

Abbiamo riposto negli scatoloni le palline colorate di vetro soffiato, i nastri argentati, le stelle e stelline di carta, ritagliate e colorate insieme ai nipotini.

Anche l’albero di Natale, rimasto spoglio e ormai simile ad un ombrello scarnificato da una sferza di vento invernale, sarà ripiegato ed ecologicamente riposto in solaio per il prossimo lontano Natale.

L’Epifania è veramente il suggello di chiusura di tutte le feste, non la sopportavo anche da bambino, chiudeva una illusione di paese dei balocchi, i miei dicevano “ L’Epifania ogni festa porta via”

Basta quindi con i regali e i dolciumi, allora veramente sobri e quasi avari, basta con quelle cene in cui apparivano a tavola gli affettati con i sottaceti, i ravioli galleggianti nel brodo fumante ( servono a mettere a posto lo stomaco!), l’arrotolato d’arrosto e il bollito, un grande panettone e i torroni.

Allora non si ingrassava granché.

Si tornava subito al risotto, la trippa, i polpettoni, l’aringa affumicata e le frittatine.

La domenica era festa, si mangiava il pollo con le patate arrosto.

Innumerevoli le polente con ogni tipo di condimento, la grossa michetta da finire ad ogni pasto ( non devi lasciare nemmeno una briciola, pensa ai bambini poveri! ).

Ah già, al primo dell’anno sempre uno zampone bollito emergeva dall’apposita pentola oblunga, avvolto in un sudario untuoso di stoffa cucito con perizia dalla mamma sarta, si serviva nei piatti a grosse fette con contorno di lenticchie, quelle grosse, marroni e indigeste.

Ma portavano fortuna, mi dicevano, ogni chicco era una moneta che si sarebbe senz’altro guadagnata, ogni anno io bambino ingenuo trangugiavo grosse mestolate di quei legumi, fiducioso che quell’anno saremmo diventati finalmente ricchi.

Invece, in quei avventurosi anni del primo dopoguerra, indossavo sempre gli abiti smessi e riadattati di mio padre e di mio fratello maggiore, i regali li ricevevo solo a Natale, sfortunatamente troppo vicino al mio compleanno, il gelato alla domenica era un sogno spesso inutilmente perseguito.

Le nostre vacanze estive, con la chiusura della scuola, iniziavano con il trenino delle Varesine e con il tram a scartamento ridotto che ci portavano al bilocale-cantina in affitto, con servizi all’esterno, nel mio paesino natio, lungo la strada che serpeggia verso il Campo dei Fiori.

Vicino al nostro casermone vi erano, a parte le alte recinzioni che chiudevano dei misteriosi vasti parchi signorili, alcune cascine e poco più in alto un piccolo cimitero tra i pini, luogo ameno e meta di coraggiose escursioni serali, con la piccola banda di amici, per mostrare prove di coraggio.

Il traguardo massimo, difficilmente raggiungibile, era quello di entrarvi dentro di notte, saltando il muretto per assistere impavidi al manifestarsi di un guizzante fuoco fatuo tra le tombe.

Personalmente devo confessare di non esservi mai riuscito.

Mio fratello maggiore d’età si vantava di averli visti più volte, io gli domandavo ansioso se erano veramente spettri o anime dei morti, come noi piccoli fantasticavamo.

Lui ci dava degli ignoranti, spiegando inutilmente che si trattava solo di gas di decomposizione che risaliva tra le pietre e s’infiammava.

Ma per noi già l’avvicinarsi al pesante cancello arrugginito del piccolo cimitero era un’impresa, di giorno ci intimoriva anche l’entrarvi  di soppiatto, sulla destra dell’entrata s’incontrava una cappella con sbiaditi affreschi del giudizio universale, quasi per dare un macabro benvenuto.

Ora, come ogni persona anziana, mentre ripongo gli ornamenti natalizi, ripenso a quei giorni lontani con stupita commozione.

I nipotini ieri sera erano ripartiti con i loro genitori, portandosi via il contenuto delle grandi calze della befana: libri, feroci guerrieri con durlindane e alabarde, flaconi di sapone all’arancia e ai frutti di bosco ( introvabili per ora quelli alla cioccolata ), rossi nanetti che emanano bagliori, caramelle, cioccolatini.

Si sono stupiti di trovare in fondo alle calze delle lucide mele verdi e dei profumati mandarini, ancora abbarbicati ai rametti con le foglioline.

Da bambino questi ultimi erano i veri regali che chiudevano le feste, lasciandomi un profumato saluto di addio.

Sono ricordi da vecchio, me ne rendo conto e mi scuso, ma nonno Talpone non lo posso scacciare quando ancora mi si avvicina, con l’aria svagata e timida di un gatto randagio, che ti annusa e ti guarda, incuriosito e perplesso, in un mondo ancora spesso incognito e crudele.

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