PAMOCK E LA SCATOLA MAGICA ( 2°)


Dopo il sequestro delle sue scatolette di caramelle passarono giorni tristi per il povero Gavij, se ne andava in giro senza meta, lontano dalle scuole dei bambini, camminando con passi strascicati, a tratti fermandosi come per cercare una strada o una destinazione ignota.

Avvenne poi per caso, passando in una viuzza della città del distretto, di notare, quasi nascosta tra muri di mattoni e porticine, un’antica e dimessa drogheria, giusto una finestrina e la vicina porta d’ingresso, inquadrata da piccoli vetri bombati.

Poiché la vetrinetta esibiva un piccolo campionario di dolci, torroni e caramelle di vario colore, graziosamente esposti su piattini di porcellana, tra nastri e piccole scatolette di caffè, il Gavij, oltremodo incuriosito, provò la maniglia d’ingresso ed entrò, o meglio vi precipitò dentro, sbattendo la testa contro la bassa cornice ed il soprastante campanello, incespicando nel piccolo scalino che scendeva nella stanzetta del negozio.

Il tonfo e lo scampanellio furioso, provocato dal suo catastrofico ingresso, fecero uscire da una tendina color zafferano la proprietaria, una vecchina, esile e sorridente, che portava con eleganza antica una svolazzante veste violetta, orlata da preziosi, bianchi ricami, e che inalberava un’alta crocchia di capelli inargentati, ingentiliti da graziose striature color azzurro indaco, che si intonavano meravigliosamente all’abito indossato.

Con voce canterina e ben modulata si presentò come nonna Marjeta e si informò premurosamente se lo sprovveduto avventore si fosse fatto male e in che cosa potesse servirlo.

Il buon Gavij rispose che non era nulla, si rialzò da terra, si diede uno scossone, come un vecchio cane intirizzito, poi candidamente riferì che al momento si era dimenticato il motivo del suo ingresso.

Ma di fronte alla gentilezza e alle premure della donnina ritrovò la memoria e non poté frenarsi dal raccontare i suoi passati guai e sventure.

L’elegante nonnina lo stette ad ascoltare attenta e partecipe, lo rincuorò con un bicchierino di dolce rosolio ed un saporito biscotto al cioccolato, poi gli consegnò, traendolo fuori da un cassetto del bancone, una strana scatola ottagonale a forma di torre, con un piccolo ponte levatoio e una chiavetta dorata che sporgeva da un lato.

“Vanlig sjal, animo gentile, te la regalo perché sei un uomo candido – disse con la sua graziosa voce canterina – quando sarai davanti ai bambini, gira tre volte la Gyllene stick, la chiavetta dorata, il ponte si abbasserà, mostrando dolcetti e caramelle per loro.   Ma bada, nient’altro dovrai fare se non alimentarla con le risate gorgoglianti e felici e la loro allegria “.

Il Gavij ringraziò di cuore la  fatina Marjeta, si ricordò di inchinarsi e sfiorare con un bacio delicato la sua piccola mano e, stringendo al petto il suo regalo come fosse un delicato lattante, uscì fuori, tornandosene in fretta alla sua casa.

L’indomani era già di fronte alla porta di uscita della scuola, i bambini lo riconobbero subito e strillarono entusiasti e felici.

Lui mostrò la sua nuova scatoletta, girò la chiavetta e dal ponte levatoio si mostrarono subito le dolcezze agognate, accolte con gioia dai piccoli amici.

Il giorno appresso però davanti alla scuola era presto intervenuto il collerico vecchietto severo, che urlò, strepitò, chiamò la guardia, la quale accorse e, con occhi famelici, afferrò la scatola, cercando i dolci con cui ingozzarsi.

Ma quel castello di latta sembrava inespugnabile, non si apriva affatto, anche se scuotendolo vi si sentiva rotolare qualche piccolo oggetto.

I due predatori, il collerico vecchietto e l’agente goloso, si allontanarono ad una certa distanza e, trovato un coltello, con grugniti e sbuffi affannosi riuscirono finalmente a far muovere il piccolo ponte levatoio.

Ma invece delle caramelle apparvero delle piccole sfere colorate, che si aprirono, allungandosi e distendendosi fino ad apparire come lunghi vermi pelosi, muniti di mandibole a tenaglia e da zampette artigliate, che si aggrapparono subito ai loro vestiti, pizzicando la pelle e mordendoli a sangue.

I due uomini urlando e gemendo buttarono a terra la scatoletta e corsero via in tutta fretta, buttandosi nel fiume vicino per cercare scampo.

I bambini guardavano la scena stupiti e paurosi, anche il Gavij con loro, però lui si fece coraggio e si avvicinò al piccolo castello di latta, nonostante le ammaccature era ancora integro, così sbottò subito in una risata di infantile gioia, lo raccolse e corse indietro dai bambini in attesa.

“ Forse funziona ancora, piccoli cari, pronunciate una parola magica,  sorridete speranzosi, abbiate fiducia in lei, non potrà che rendervi cose buone”

Sentite le vocette che declamavano le loro improvvisate cantilene, ridendo felici, lui girò la chiavetta dorata e lentamente ridiscese il ponte levatoio, mostrando piccoli tesori di caramelle, cioccolatini, pupazzetti  e macchinette colorate, per la gioia dei coraggiosi bambini.

Anche il Gavij era commosso e quasi piangente dalla felicità, ora, meglio di un prestigiatore, aveva finalmente compiuto una vera magia.

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RISVEGLI


I sorveglianti cinesi erano sempre attenti e severi nei loro controlli, si doveva correre tra i cunicoli degli uffici e su e giù per infinite scalinate disadorne, sempre più in fretta, sempre affannosamente, con il desiderio folle di poter gustare in pace una buona patata bollita, magari con un pizzico di sale, invece delle solite bucce marroni che sapevano ancora di terra.

Poi gli venne improvvisa ed urgente la necessità di cercare un gabinetto, corse per i corridoi, giù in fondo verso la salvezza … oh no, occupato !

Ritornò indietro sempre più affannato, corse giù per una ripida scalinata che contornava i muri giallicci di un enorme cavedio quadrato, altri corridoi, altri cubicoli, sorveglianti cinesi dallo sguardo truce, la porta agognata, tentò la maniglia disperatamente … e nonno Talpone si svegliò sudato e con un bisogno impellente.

“ Accidenti alla prostata, alla vescica e alla vecchiaia !” borbottò al buio, cercando di evitare gli spigoli del letto matrimoniale, in cui la moglie dormiva ancora, russicchiando serena.

Al ritorno tra le lenzuola calde non riusciva a riaddormentarsi, cercò di pensare intensamente a qualcosa di piacevole, per esempio a quelle scarpette giallo rosse tanto desiderate, quelle che poi, al terzo sopralluogo nel negozio di articoli sportivi risultarono essere da football, con enormi chiodoni di plastica sottostanti, che di fatto ne impedivano l’uso fuori dal terreno erboso.

Non riusciva proprio a riprendere sonno, ma in quello stato di dormiveglia gli si presentarono ben presto, nitide e meravigliosamente facili, le soluzioni narrative delle fiabe che da tempo aveva avuto intenzione di scrivere per i suoi nipotini.

Tutte le varianti possibili, la sorpresa magica e grottesca che risolveva lo stato d’impasse nello svolgimento di un episodio, nuove storie concatenate con personaggi femminili di ogni età, fughe spericolate dei piccoli eroi.

Peccato non poterli registrare o trascriverli velocemente, ma ormai anche lui dormiva profondamente accanto alla sua dolce Istrice amorevole.

Quando improvvisa e fastidiosa è partita la voce gracchiante dalla vicina radiosveglia che riferiva i fatti economici giornalieri, si sono scossi tutti e due, stupiti e storditi, la moglie verso la doccia e la sua mattinata di lezioni, da infaticabile pensionata, lui verso la cucina a preparare la colazione, per poi restare da solo al tavolo, sgranocchiando l’ultimo tarallo alle patate e rosmarino, guardando un foglio bianco, cercando di inseguire le sue storie meravigliosamente sognate, sfilacciate e sfuggenti come piccole nuvole rosate, perse al tramonto.

PAMOCK E LA SCATOLA MAGICA


Il giorno seguente, dopo essersi accucciati tutti e due in un angolo del cortile, Pamock iniziò a raccontare.

C’era una volta in un villaggio lontano uno strano signore, alto e magro come uno spaventapasseri, con il viso scavato e sorridente contornato da una capigliatura ormai completamente bianca, mantenuta folta e lunga in ricordo di  giovanili ardori.

Lo si vedeva spesso girare tra i paesi del distretto, si esibiva davanti alle scuole ad eseguire giochetti di magia, piccoli trucchi innocenti per divertire i bambini.

Si chiamava Alfanij Nogavich, soprannominato da tutti “ il Gavij”, in gioventù aveva lavorato anche in un circo, non era mai stato né un domatore di belve né un trapezista, forse lo aveva anche sperato quando era scappato da casa da bambino per unirsi a quei magici carrozzoni della fiera.

In realtà aveva svolto solo mestieri umili, come badare alle stalle e alle gabbie degli animali o aiutare a portare le scatole e i borsoni dei vari artisti.

Era comunque un uomo semplice e sereno, non aveva trovato una compagna di vita e non aveva figli, ma non avendo grandi vizi, salvo qualche occasionale bicchiere di vino, era riuscito a ritirarsi in vecchiaia in una casetta e godere di un piccolo reddito sufficiente a sfamarsi.

Il Gavij aveva sempre ammirato gli artisti del circo, più di tutti i prestigiatori, quelli che da un cappello a cilindro sapevano trarre conigli bianchi o coppie di colombi, da un pugno chiuso una serie infinita di fazzoletti colorati o semplicemente far muovere e quasi ballare le carte di un mazzo come fossero animate da allegri spiritelli.

Ma lui, il Gavij, purtroppo non aveva imparato molto, se prima riusciva in qualche piccolo giochetto, ora le carte gli cascavano dalle mani nodose e dal suo pugno scarnito gli uscivano solo fazzoletti appallottolati.

Però amava veder sorridere i bambini e aveva inventato un giochetto per loro.

All’uscita dall’asilo attirava l’attenzione dei piccoli traendo da una tasca interna del suo pastrano una vecchia scatoletta di latta, color rosso ciliegia e a forma di cuore, faceva pronunciare ai suoi ascoltatori delle formule magiche di loro scelta, tipo “ Abracadabra !” o “ Ticchete tacchete, trocchete tru !” e, fingendo un grande sforzo, l’apriva facendo apparire una quantità di caramelle gommose zuccherate che distribuiva a tutti.

Quando la scatoletta era vuotata il Gavij scuoteva la testa sconsolato, tra gli strilli dei bambini che reclamavano altri doni.

Allora faceva un gesto di avere pazienza, affermava che la scatola magica si doveva riposare un poco per fabbricarne delle altre, la rimetteva accuratamente nel suo tascone, contava fino a dieci, poi con aria furbetta infilava la mano ossuta e venosa dentro il pastrano, afferrava un’identica copia  e mostrandola diceva “ vediamo miei cari se questa volta ha lavorato bene questo piccolo cuore vermiglio “

Faceva pronunciare altre oscure parole, come “ bibbidi boddidi du, scatoletta apriti tu “ ed ecco, che magia, apparivano nuovamente le dolci caramelle frizzanti.

I bambini le divoravano e ne avrebbero volute delle altre, con brutte conseguenze per le loro pancine, ma il trucco non si poteva ripetere, anche se il Gavij avrebbe desiderato di essere foderato di decine di identiche scatolette.

Li rabboniva e affermava di aspettare l’indomani, il magico contenitore si doveva riposare.

Qualche volta si sbagliava e si dimenticava di riempire i suoi contenitori, allora si inchinava e si scusava, arrossendo e scappando poi via con una strana andatura dondolante da papero.

Ma venne un giorno che un piccolo signore collerico, forse un altro nonno invidioso, dalla corta barbetta bianca e dai severi occhiali cerchiati di metallo, si mise in mezzo e lo accusò di creare disordine e fastidio alla scuola, chiamando a gran voce una guardia.

Attirato dalle urla e dallo strepito giunse in fretta un corpulento agente in divisa, con dignitosa severità ascoltò le accuse e subito si pronunciò “ Via i vagabondi, prendo io il corpo del reato “, sequestrando con occhio famelico le due scatolette piene di dolci leccornie…

LE SCARPETTE ROSSE


In un soleggiato pomeriggio dei giorni scorsi nonno Talpone passeggiava solitario e beato per le vie del centro città, dalle parti del Castello Sforzesco, dove gli spazi sono ampi e si è meno assediati da palazzi, auto e rumori.

La temperatura era mite, in anticipo di due mesi rispetto al dovuto, lui ripensava al detto di sua nonna

“ Mesi invernali

copriti o t’ammali,

aprile

non ti scoprire,

ma a maggio

fatti coraggio “

Così girellava, obbediente ma sudato, sotto la maglietta, la camicia di flanella. Il maglioncino e la giacca di goretex blu.

Sua moglie, l’Istrice Prussiana, era da giorni impegnata con lezioni e esami in università, si godeva quindi una gradevole pausa, ritenendosi esentato da possibili corvée al mercato o da pulizie in casa.

Camminava distratto, ignorando le vetrine, data l’assenza di ferramenta e librerie, ma tra gli ondivaghi pensieri gli si presentò quello dei suoi piedi in fase di crescita giovanile.

Occorreva rimediare in tempo, avendo solo due pesanti scarpe invernali di adeguata misura 47, oltre all’infinita collezione del vecchio 45 che gli riempiva armadi e ripostigli, data la sua ferma convinzione che non si butta via niente, tutto può servire, questa giovani non si ricordano più dei tempi di guerra, piccoli consumisti-dipendenti spendaccioni, ecco perché l’economia va male !

Nonno Talpone non si decideva però ad entrare in un negozio, per non subire le eventuali morbose e ironiche attenzioni di un commesso, magari di sesso femminile, ohibò !

Ma, come per magia, poco dopo gli si mostrò un grande magazzino di attrezzature sportive, tra cui, meraviglia, figuravano anche vari tipi di scarpe.

Subito entrato con aria noncurante, aveva ne perlustrato le lunghe corsie, incontrando file di scaffali con magliette, altre con zaini, integratori alimentari, vestiario di bambino sportivo (?), gonnelline e magliette femminili; infine scendendo di un piano, in un angolo remoto, altre corsie con migliaia di scarpe diverse, da alpinismo, palestra, golf, trekking, running.

La cosa fantastica era da una parte l’assenza di fastidiosi commessi, dall’altra l’esposizione dei vari tipi, con le misure ben esposte in ordine verticale dal basso in alto, dal 39 al 50.

Che arredo geniale e funzionale, un reparto semideserto, tutte le disponibilità di colore e forma da scegliere, nonno Talpone, stupito e inebriato, comprese finalmente la passione femminile per lo shopping che aveva finora deprecato.

Fu subito affascinato da un modello dal color giallo uovo intenso, con ampie parti di rosso carminio, dalle forme eleganti ed aerodinamiche.

Che armonia di colori, utili persino per riconoscerle subito tra le altre nello spogliatoio della palestra, se lui dovesse andarci, o anche per farsi vedere durante eventuali passeggiate al crepuscolo.

Certo, se avessero avuto anche quelle stelline che brillano ad intermittenza quando cammini, come aveva golosamente notato calzare da tanti bambini …

Si guardò attentamente intorno, purtroppo di quel tipo erano esposte solo nel reparto infanzia.

Peccato, era veramente un’ingiustizia, una discriminazione, oserebbe persino dire di tipo razziale, perché solo per i bambini e non per gli anziani pensionati ?

Se almeno i piedi si rimpiccolissero con il passare degli anni, invece di crescere stupidamente.

Il nostro corpo tende sempre a farla da padrone con noi, cresce, diminuisce, perde i capelli, ingrassa, si ammala, certe volte ha addirittura il brutto vizio di morire.

“Pazienza – si disse nonno Talpone tra sé – sono proprio un bel paio di scarpette, con un richiamo pittorico alla Van Gogh, quasi quasi prenderei per precauzione un 49, se negli anni dovesse continuare la crescita del piede; in fondo è un sicuro investimento di denaro”.

Ma quando era in fila alle casse, improvviso ed inaspettato come un fantasma, gli si palesò l’immagine corrucciata della moglie, la sua adorata Istrice Prussiana.

Non una parola o un gesto, bastò solo il suo sguardo, nonno Talpone tentò brevi ed inutili giustificazioni mentali, poi tornò con passo dimesso al lontano reparto calzature per raccoglierne un paio semplice ed anonimo, dal colore rigorosamente nero.

Alla sera ricevette il “ licet “ muliebre.

“ Non male per avertele comperate da solo “

Andando a letto nonno Talpone  cercò di far posto, tra gli incubi abituali, al sogno delle sue scarpette rosso gialle alla Van Gogh.scarpette rosso gialle alla Van Gogh

SOPPORTARE GLI ANZIANI


Al ritorno da Torino, dopo una piacevole visita al Museo Egizio e alle gradevoli e riposanti piazze cittadine, incontro vicino a casa il vecchio amico Nonno Talpone, con una viso oltremodo corrucciato.

Siamo alle solite, qualcosa non gli è garbato, forse ha litigato con la moglie, quella paziente donna che lui si ostina a chiamare “ Istrice Prussiana “, fatto in sé bastevole per chiedere subito il divorzio per crudeltà mentale.

“ Non è stata mia moglie – grufola, astioso come non mai – sono i miei racconti infantili, cioè no, volevo dire le storie per l’infanzia che sto scrivendo.

Sarò franco, non interessano nessuno, nemmeno i miei nipoti !”

“ Ma dai, abbi pazienza – cerco di rabbonirlo io, con un’involontaria vena umoristica –  devi sapere che di solito si viene riconosciuti dopo anni, quasi sempre dopo la morte, poi chissà, magari ti faranno anche un monumento, come quello del scior Carera in corso Vittorio Emanuele “.

“ Non mi interessa del futuro – ha proseguito lui, alquanto piccato – sono amareggiato del presente.  Pensa che l’altro giorno ero andato all’asilo per trovare i nipotini e riportarli a casa per fare merenda e farli giocare.  Lo Scoiattolino di cinque anni era tutto mogio, l’ho abbracciato, gli ho dato le caramelle e gli ho chiesto cosa avesse.

Mi ha confidato che aveva avuto un bisticcio con il suo grande amico.

L’ho rassicurato che non era nulla di grave e, per consolarlo, gli ho confidato che loro due erano diventati i protagonisti di tante storie che voglio scrivere in futuro, insieme ad altre che già conosce, come quella del Fantasma Formaggino.

Lui mi ha chiesto se è quello che si spalma sul panino.

Giustamente mi sono offeso a morte, ma come, gli anni scorsi la mia storia l’aveva divertito tante volte, tengo ancora i suoi disegni appesi alla porta di casa, gli ho ricordato come si svolgeva il racconto, era poi lo stesso che avevo raccontato a suo padre e a suo zio trent’anni fa.

Lui mi ha guardato stupito e mi ha detto di non preoccuparmi, mi ha garantito che ora gli piaceranno tutte e due le versioni della storia.”

Nonno Talpone fa una pausa, sospira e continua “ Capisci, la gente ha gusti strani, bisogna far ridere ad ogni costo, per esempio se cado improvvisamente a terra o se sbatto la testa sullo portellone dell’auto, tutti si sbellicano dalle risate, la mia Istrice addirittura inizia a singhiozzare e piangere dal divertimento.

E’ inutile pensare, faticare tanto per raccontare, sono tagliato per fare solo il buffone.

Eppure mi ricordo bene che in altri tempi, quando ero …”

Lo blocco subito, affermo che ho un impegno urgente, lo rivedrò senz’altro quanto prima e mi allontano precipitosamente.

Questi anziani saranno anche a volte simpatici, ma ora non riesco più a sopportarli.

PAMOCK E L’UOMO VERDE


L’esile Pamock scosse la sua frangia bionda, prese fiato e iniziò con una voce bassa e intonata:   “C’era una volta un essere pauroso e terribile, lo chiamavano ” L’Uomo Verde della Foresta”, o anche “ Il vecchio del Bosco “, ma nessuno l’aveva mai visto bene, certi boscaioli nel fare legna avevano intravisto solo dei movimenti rapidi nel folto scuro dei pini, dei lecci e delle querce, ma nulla più.

Però vi erano state delle persone avide ed egoiste che avevano subito sulla loro pelle l’ira dell’Uomo Verde, quando, mai stanchi di tagliare la giusta quantità di legname, erano andati oltre, distruggendo e abbattendo alberi senza nessun rispetto, per essere poi  travolti  da una improvvisa e fatale rotazione del tronco segato, che si era abbattuto senza pietà su di loro.

Nelle bufere e nelle tempeste, quando il vento faceva gemere i rami e scuotere i fusti degli alti pini, si udiva un urlio, quasi un canto selvaggio, che tutti ritenevano dovuto a lui, il misterioso e terribile Uomo Verde.

Vicino al bosco sopravviveva un povero taglialegna, ormai vedovo e ricco solamente di quattro figli da mantenere, un piccolo orto vicino alla sua casupola e muscoli sufficienti per lavorare duramente a giornata sotto i vari contadini della zona, quando lo chiamavano per zappare i campi, trebbiare, vendemmiare e costruire muretti di pietra.

Faticava instancabile dall’alba del lunedì al tramonto del sabato, quando aveva la fortuna di essere chiamato.

Ma quando arrivava il freddo invernale la  vita della piccola famiglia si faceva più dura da sopportare, le scorte di farina, di pesce secco si andavano esaurendo e il papà tornava a fare l’unico mestiere possibile : il taglialegna, per avere un poco di fuoco e di calore in casa, soprattutto per riempire lo slittino di ciocchi tagliati da consegnare ai suoi compaesani e ricevere qualche soldo per mangiare.

Venne un terribile inverno, per sopravvivere il pover’uomo affidò i tre figli maggiori a famiglie lontane, per imparare un lavoro e togliere delle bocche da sfamare, rimase in casa soltanto il più piccolo, si chiamava Vlad e aveva cinque anni, era minuto e sottile, con grandi occhi azzurro acqua, sempre attenti e come stupiti.

Non parlava molto, anzi quasi pareva muto, forse perché era ormai solo, impegnato nella sua capanna a pulire, sistemare e cucinare il loro misero bortsh.

Una gelida mattina, in cui il vento era leggermente calato e la dispensa più vuota che mai, il piccolo Vlad accompagnò il padre nella foresta, trascinando anche lui uno slittino per cercare legna da vendere.

Camminarono a lungo, la parte esterna e più facile del bosco era ormai già stata tagliata, tra la neve emergevano dei solitari ceppi e i giovani alberelli destinati a crescere come i fratelli abbattuti.

Un piccolo serpeggiante sentiero li portò più avanti nella foresta più fitta e oscura.

L’uomo si fermò in una piccola radura, scelse un albero più isolato, con una corda lo legò più in alto ad un vicino tronco e iniziò ad abbatterlo a colpi d’ascia.

Vlad intanto si era di poco allontanato per raccogliere rami spezzati e schegge di legno per riempire il suo slittino.

Mentre procedeva attento con serietà adulta, come se partecipasse ad un impegnativo gioco, sentì uno schianto ed un urlo disperato.

Corse indietro alla radura e vide il padre che giaceva sotto l’albero abbattuto, gridava  e, per quanti sforzi facesse, non riusciva a liberare le gambe imprigionate.

Il vento aveva ricominciato a sferzare le alte cime delle piante ed era iniziato un urlio sonoro e  una risata sconnessa, sempre più forte, lo stava accompagnando .

Il piccolo Vlad si mise subito a piangere e, non sapendo cosa fare, gemendo si riparò sotto una grande quercia nodosa, come per trovare rifugio, poi con un improvviso scatto rabbioso si girò e balbettando strillò concitato:

“ Se.. sei cattivo Uomo Verde, la..lascia st..stare il m..mio papà, no..noi abbiamo fame !”

Si rigirò a singhiozzare contro la corteccia rugosa della vecchia quercia, un attimo dopo questa sembrò scuotersi per i colpi del vento, poi si fermò improvvisamente, rigida e immobile con i suoi grandi rami, come a riparare ogni colpo della tempesta.

Si ebbe un sussulto sotterraneo, il letto di foglie e di neve sembrò sollevarsi leggermente, le sue lunghe radici si muovevano, quasi a sgranchirsi da un lungo riposo, il movimento si estese agli alberi vicini e in seguito via via più lontano ancora.

Ad un tratto il vento selvaggio si placò, l’urlio divenne quasi un sussurro, la cortina degli alberi si aprì di schianto ed apparve un uomo gigante, coperto  interamente di lunghi capelli verdi intrecciati a foglie ed edera rampicante, da quel colosso muschioso emergeva un ramo nodoso, era il suo braccio che stringeva una possente clava.

I due umani lo guardavano atterriti, bloccando gemiti e pianti, ma senza badare a loro il gigante si avvicinò all’albero tagliato, lo sollevò senza sforzo alcuno con l’altro braccio possente e lo buttò da parte, scomparendo subito nel folto della foresta, tra gli schiocchi dei rami spezzati dal suo passaggio.

Vlad corse dal padre, lo aiutò a risollevarsi, era fortunatamente illeso e insieme iniziarono il lungo ritorno a casa, dove il bambino riscaldò due ciotole di zuppa ed ebbero finalmente riposo.

L’indomani, si ricordarono dell’ascia e degli slittini dimenticati e timorosamente ritornarono a cercarli.

Laggiù nel folto della foresta ritrovarono accanto ai loro attrezzi una grande quantità di rami e tronchi rotti a piccoli pezzi, frantumati da una forza sovrumana, li raccolsero e con numerosi viaggi li trasportarono vicino alla loro capanna.

L’inverno passò più felicemente grazie alla vendita della legna, ma il piccolo Vlad non dimenticò mai la grande quercia che l’aveva aiutato e protetto, era ormai un rifugio, quasi un amico fidato e quando si sentiva solo e triste si muoveva sicuro nella foresta fino all’albero possente, si sedeva vicino, lo abbracciava e parlava con lui.

Le grandi fronde sembravano allora muoversi per una leggera brezza di vento, con un rumore sommesso e armonioso, a cui rispondevano gli altri alberi, persino gli uccellini e gli animali del bosco tacevano, quasi in ascolto.

Pamock finì il suo racconto con un sussurro, come se anche loro dovessero ascoltare il fruscio di una foresta lontana, quasi non vedessero solamente il vuoto cortile.

Hanid si scosse presto e proclamò ad alta voce “ Io avrei combattuto con l’Uomo Verde e l’avrei vinto a bastonate !  Però – aggiunse poi – vorrei avere anch’io una grande quercia con cui confidarmi “

“ Che sciocco che sei, non ne hai bisogno, ci sarò sempre io vicino a te – disse dolcemente Pamock – se vuoi ti racconto la storia, quella della scatola magica che produceva le caramelle “

“ Oh si, che buone, forza, racconta, sento già la loro dolcezza in bocca “

E il suo grande piccolo amico iniziò “ C’era una volta in un paese lontano …”