LA FAVOLA DEL GATTO AGNELLINO


C’era una volta un vecchio signore dai pochi capelli bianchi, che per la miopia e la cataratta ci vedeva poco assai, tanto che tutti lo chiamavano nonno Talpone.
Lui aveva anche un gatto bianco e nero a larghe chiazze, con una lunga coda nera che finiva in un candido fiocco di peli, tanto affettuoso da essere soprannominato Coccolone.
Loro due stavano sempre insieme e si facevano buona compagnia, teneri e complici come due ragazzini.
Il gatto, anche se poco più che cucciolo, era abbastanza impacciato nei movimenti, forse per stare al passo del suo vecchio padrone, che era goffo, sbadato e talpone.
Ma Coccolone aveva una passione segreta : gli uccellini che svolazzavano nell’aria sopra di lui.
Naturalmente non era abbastanza agile per arrampicarsi sugli alberi per cacciare nei loro nidi o veloce per catturarli a terra.
Si limitava quindi a guardarli golosamente da lontano, emettendo dei rauchi e sussurranti “ Mehè …mehè !”
Quando nonno Talpone lo scorgeva così accucciato a terra, con il bianco fiocco della coda che scodinzolava freneticamente, si metteva a ridere e gli diceva paternamente: “ Sembri proprio una pecorella ! Però guarda che devi fare Beeh, beeh. Ripeti con me : beeh, beeh !”
Il gatto girava il capo all’insù incuriosito e il vecchietto gli ripeteva cantilenando : ”Beeh, beeh !”
Queste scenette continuarono per molto tempo ed era buffo vedere il gatto Coccolone e il suo padrone che belavano insieme sonoramente.
Sembra che il giovane scolaro alla fine avesse imparato così bene dal suo maestro da belare proprio una pecorella.
Nonno Talpone a questo punto pensò che travestito come un piccolo agnello in un prato il suo gatto avrebbe potuto ingannare gli uccellini che gli si sarebbero avvicinati fiduciosi.
Però c’era un problema, come fare per le macchie nere del suo pelo?
Pensa e ripensa, alla fine un giorno entrò in camera da letto e di nascosto scucì un cuscino di lana e ne prese una manciata poi, con il gatto al seguito, andò in cucina dove la moglie aveva steso sul tagliere la pasta fresca delle tagliatelle, ricoperte di bianca farina.
Ne prese un’altra manciata e le cosparse insieme ai fiocchi di lana sul pelo dell’amato Coccolone.
“ Ora usciamo sul prato fuori casa e fingi di essere un agnellino, vedrai quanti uccellini riuscirai a catturare !”
Il gatto, fiducioso, cautamente si accucciò nel verde, miagolando il suo belato come meglio poteva.
Mentre il nonno si nascondeva dietro un cespuglio. un corvo, appollaiato su un ramo vicino, lo vide dall’alto e si tuffò sul prato.
Non per fare compagnia al preteso agnellino, ma per beccare golosamente le fresche tagliatelle che lo ricoprivano.
Il gatto, beccato ferocemente sul corpo, emise un grido furibondo e schizzò via, inseguito dal corvo affamato, a sua volta rincorso da un affannato nonno Talpone.
Presto a questa staffetta schiamazzante si unì la moglie che, visto il disastro nella sua cucina, li cacciava urlando con una scopa in mano, dando piattonate da tutte le parti come un mulino a vento.
In seguito il gatto Coccolone non cercò più di belare come un agnellino.
Nonno Talpone rimase a bocca asciutta di tagliatelle per tre mesi.
Il corvo non ebbe più fiducia nella pasta fresca che giacesse su un gatto invece che su di un piatto.
E la moglie ?
La moglie si arrabbiò, sospirò, poi si mangiò soddisfatta due bei piatti di tagliatelle al ragù ricoperte da una nuvola di parmigiano.

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IL GATTO MEHE’


Si era sdraiato sul letto completamente vestito, infreddolito e avvolto in un paio di coperte scozzesi.
Al suo fianco era accovacciato il suo gatto per fargli compagnia nella stanza solitaria dove stava leggendo alcuni libri, intervallati da pause sonnolente.
Ora fuori dai vetri scorgeva una pioggia sottile che sembrava voler sottolineare il grigiore del cielo.
Ad un tratto un rapido battito d’ali di un piccione ha creato un’ombra sulla finestra , mentre si portava sul cornicione di fronte.
Anche il gatto lo aveva scorto, ed era balzato in piedi sopra di lui, fissando ansioso, l’intruso e mugolando un sommesso ma implorante “ Mehè, mehè “
Come il vecchio signore dolorante anche lui vorrebbe uscire dal chiuso della stanza e innalzarsi in volo nella pioggerellina liberatoria.

IL GATTO, IL FUOCO E ME


Sono entrato nel cottage di mio figlio e ho subito notato che la temperatura gelida esterna si manteneva intatta anche dentro le sue mura.

“Ma non é freddo qua dentro ?”- ho chiesto ingenuamente.

” No, perché? Ho cambiato l’aria per tre ore aprendo le finestre, ma non ho freddo, perché?”

Lui ormai si sente inglese, o irlandese per osmosi e matrimonio, così in casa accendono il riscaldamento per un’ora al giorno ( sic ).

Mi siedo al tavolo, apro l’album e l’astuccio delle matite graduate da disegno, ma ho i brividi e la bramosia di fuoco e di calore é feroce.

Mi accosto al camino e lo carico di fogli di carta, ramaglie, legnetti e ciocchi di pino.

Il fuoco scoppietta subito, manda una nube bianca come un sospiro di sollievo e un’ondata di calore si allarga intorno a me.

Questa benefica emanazione, tepore, odore, rumore che sia, arriva al piano superiore, perché scende di corsa il gatto Tobias, che si strofina sui miei pantaloni, circondandomi con una lenta danza ed emettendo una serie di sordi mugolii.

Si acciambella poi sul divanetto davanti al camino e insieme, nuovamente amici, ci incantiamo davanti alle fiamme guizzanti e allegre.

Ripeto a me stesso, come una nenia, la bella poesia di Humberto Ak’abal sul fuoco, mentre Tobias, da buon gatto selvaggio, forse non pensa, gode il calore, dorme e i sogni sono solo suoi.

Humberto Ak’abal

IL  FUOCO

Il fuoco

Accucciato

Calma la tristezza del legno

Cantandogli

La sua ardente canzone.

E il legno

Lo ascolta

Consumandosi

Fino a dimenticare

Che fu un albero.

 

PIACERE, VALDEMORT


“Papà, papaaa, fammi vedere la zampa di Valdemort !”

” Grr, grr !”

” Dai su, fai il bravo, qua la zampa Valdemort !”

Sua madre ride felice fino alle lacrime, dopo oltre venti giorni insieme al figlioletto lontano é sempre in stato di adorazione giuggiolesca, a parte alcune divergenze su come preparare il ragù o l’arrosto con patate.

Nonno Talpone invece, con la mano destra gonfia e bluastra per le tre artigliate inflitte dal gatto Tobias, di proprietà del Martello di dio, quello che secondo opinione corrente dovrebbe essere anche figlio suo, si aggira per la piovigginosa Brighton con un’enorme cerotto giallastro sul dorso della mano, rinnovato giornalmente dopo disinfettanti e creme antibiotiche.

Giorni fa il suddetto Tobias è tornato a casa con l’orecchio sinistro lacerato e sanguinante, si sussurra che nonno Talpone, ma lui nega, abbia pagato un gatto killer per la vendetta.

Intanto la storia continua ogni giorno, quando lo incontra o lo presenta ad amici il figlio inglese lancia la sua ferale battuta:

” Fai vedere la zampa, dai Valdemort !”

Martellante com’è, nonno Talpone ha timore che tra poco, incontrando qualcuno, lui si trovi inconsciamente a tendere la sua zampa fasciata, mormorando:

” Piacere, Valdemort !”

PRONOSTICI E PRESAGI


La mattina del primo giorno dell’anno ci si sveglia tardi, per cercare di recuperare dai consueti bagordi della veglia precedente, il gran cenone e sopratutto i numerosi brindisi consumati.
Nonno Talpone é tra questi e quando ha messo i piedi fuori dal letto e ha sbirciato l’orologio ha letto stupito :” 11:10 MUOVITI ! ”
Eh già, il nuovo orologio Garmin che ha da poco ricevuto in regalo, oltre a segnare ora, minuti, giorno e mese, si permette di dare ordini “MUOVITI !” se pensa che lui deve cominciare a camminare o correre, gli conta i passi effettuati, in base al peso e all’età gliene ha imposti 9226 obbligatori ogni giorno, li traduce in km e gli fa notare le calorie consumate.
Tiene in memoria tutte le sue prestazioni dal giorno che ha cominciato ad allacciarlo al polso.
Per fortuna non provoca ancora delle scosse elettriche se non raggiunge l’obiettivo imposto.
Dato che ormai é assuefatto alle volontà altrui, vedi moglie, figli e nipoti per non parlar dei gatti, nonno Talpone si é alzato obbediente, si é messo in tuta e scarpette ed é uscito dalla porta di casa, arrancando sulla ripida scaletta che dal basement, o piano interrato, lo porta a livello stradale.
Quali i pronostici dell’anno?
A una cinquantina di metri ha scorto una donna freddolosa e rattrappita che avanzava verso lui, tra il forte vento e la pioggerella sottile che la sferzava.
Ahi, il primo d’anno donna vista, serie di guai prevista, diceva sua nonna quand’era bambino.
Ma poco dopo lei seguiva un giovane in giubbetto, piú in là un cagnolino.
Previsioni per l’anno leggermente equivoche.
Cosí lui ha pensato bene di scendere subito le scale e di ritirarsi nella sua tana.
Si é gratificato con una bella teiera di tè bollente, qualche biscotto secco, fette di pane tostato spalmato di houmous al gusto di fagiolini,asparagi e menta, per finire con un pie di mele e frutti di bosco.
Quella sera a casa del figlio Martello di dio, mentre accarezzava il vecchio gatto rossiccio Toby, questo, mero strumento del destino, con una fulminea zampata gli ha lacerato il dorso della mano, coprendolo di sangue.
L’anno comincia funesto.

PIOVE, CHE MERAVIGLIA


Appena spalancate le finestre ho scoperto che sta piovendo, con gocce fitte e continue e mi rallegra il gorgoglio dei tubi di scarico delle grondaie.

Piove e così ho la scusa per riposare, il lavoro nei campi argillosi gonfi di pioggia impedisce ogni lavoro.

La schiena, la mano destra, le spalle, quasi tutte le mie vecchie giunture non ne potevano più.

Sono stanco, non riesco nemmeno più a leggere alla sera.

Sono stanco e sono felice.

Al calduccio davanti al camino acceso mi sentirò un re.

Con la corte delle gatte sui davanzali delle finestre che mi adoreranno.

D’accordo, non come un dio, ma come il loro cuoco personale che preparerà il pranzo domenicale.

STELLINA


Qui, nella collina dove sono da poco ritornato, le giornate autunnali sono ancora miti, non sono più circondato da quel nitido mare dell’isola di Ventotene, ma sono tuttavia perso nel verde dell’Umbria, degli ultimi fiori, tra il profumo dei pini.

Tra un paio di giorni arriverà anche mia moglie, l’Istrice Prussiana, che ha passato due settimane da single a Brighton, a studiare, leggere, passeggiare tranquilla, assaporando le giornate senza l’impegno maritale.

In questo tardo pomeriggio mi sono intorno le varie gatte di campagna, alcune soriane, altre bianco grigie : Musetta, Puffetta, Baffetta e Perla con i suoi due micini nati da tre mesi.

Chi manca all’appello della ciotola con il cibo è Stellina, la mia gatta nera, con una macchietta bianca sul collo e la coda a zig zag, come l’animaletto di Eta Beta.

Aveva una decina d’anni, molti per un gatto che vive da selvatico, era di piccola taglia, ma con un caratterino deciso e imperioso, che all’occorrenza sapeva imporsi su gatti e cani molto più grossi di lei.

I gatti, specialmente quelli semiselvatici, non hanno e non vogliono un padrone, ma certe volte ti scelgono tra i tanti, non si sa perché.

Dicevano che Stellina era come innamorata di me, mi seguiva tra le piante durante i lavori di campagna, curiosa e attenta, come se dovesse sorvegliare o partecipare alle mie fatiche, la buca da scavare o la potatura degli ulivi.

Spesso, quando mi riposavo in poltrona davanti al camino,  si sdraiava sulla mia pancia, girando lentamente su sé stessa per trovare la posizione più comoda, intonando poi le sue fusa, per mostrare la sua soddisfatta approvazione.

Si era arrogata il privilegio di farsi pigramente e voluttuosamente le unghie sui miei jeans quando, fermo in piedi e perso nei miei pensieri, voleva far capire che mi considerava anche un suo giocattolo, come un topolino di pezza.

Quando l’abbiamo lasciata a fine giugno, per tornare a Milano, appariva affaticata e lenta nei movimenti, anche perché aveva appena partorito.

L’avevo salutata con affettuosa apprensione, temevo, come poi è avvenuto, di non rivederla più.

I miei piccoli nipoti che nella loro ultima breve vacanza la curavano con sincero affetto ancora non lo sanno.

Come potrò mai raccontarlo ?

Io stesso ogni mattina, quando esco in giardino e batto con il cucchiaio sulla ciotola di spaghetti con carne, l’usuale richiamo, accorrono da ogni parte tutti gli altri gatti, che mi circondano miagolando, ognuno con il suo tono personale, ma io continuo a chiamarla ancora ad alta voce, con un’ottusa speranza .

“Stellina, Stellina, vieni, vieni piccola mia !”

Si sentono soltanto i rumori del bosco, tuttavia ho la certezza che là, nel folto della macchia, in qualche parte lei vi è nascosta, magari correndo spedita verso una meta a me ignota, o forse sta riposando placida tra i rami di un magico albero dai tenui colori, che si confondono con l’azzurro di questo cielo autunnale.

Ciao mio piccolo batuffolo nero.