DINO E CIUFFETTO (1° parte )


Un piovoso pomeriggio di primavera due bambini di quel polveroso asilo per piccoli migranti avevano trovato rifugio in un sottoscala solitario, dove il biondo Pamock iniziò a raccontare al suo grande amico Hanid la storia di Dino e Ciuffetto.

“ Tutti noi conosciamo la fiaba di Giovannino Senza Paura, quel bambino che lasciò la sua casa per conoscere il mondo e provare che lui non temeva niente e nessuno.

Come sai, era capitato una notte in un castello, dove un fantasma gigantesco spaventava a morte ogni malcapitato che vi trovava rifugio, aveva superato ogni prova con sicura arroganza, sciogliendo così l’incantesimo che dominava in quelle mura, diventandone il proprietario e guadagnando tre casse d’oro che vi erano nascoste.

Sembra che da allora, donato un paio di forzieri ai poveri e ai religiosi, vi sia rimasto tutta la vita, agiato e ozioso, senza dover dare altre prove di coraggio.

Insomma una bella storia di un’ incosciente avventuroso, presto appagato e tranquillo.

Bisogna anche ammettere che non si dimenticò della sua famiglia d’origine, perché mandò a casa un sacchetto di monete d’oro per i genitori e i fratelli.

In quel lontano paese i genitori ne furono ben felici, con alcune monete allargarono e misero a posto la loro casupola, acquistarono anche una mucca e una coppia di maiali.

Presto ebbero una numerosa nidiata di porcellini, tutti rosei e paffutelli, tra questi ve ne era uno con uno strano ciuffetto di peli sopra gli occhi, che faceva il paio con il suo codino riccioluto.

Venne subito chiamato Ciuffetto e si distingueva dai fratellini per  una curiosità e un’ intelligenza non comuni.

I genitori di Giovannino Senza Paura, se si erano disperati quando a suo tempo quel figlio era scappato da casa, ora erano  ben felici del denaro ricevuto e pensarono bene di mandare all’avventura anche il loro secondo figlio, Dino.

Veramente bisogna dire che, con assai poca fantasia alla nascita l’avevano chiamato Secondo, essendo assai piccolo l’avevano soprannominato Secondino, per sua fortuna ridotto con il tempo ad un più pronunciabile Dino.

Con gli anni era cresciuto roseo, paffutello, con dei fitti capelli in testa, irti come un istrice, era grassoccio, anche se non vi era molto da mangiare in casa, sembrava che si nutrisse d’aria, aveva la disarmante semplicità dei fiori di campagna e purtroppo, al contrario dell’ardito e incosciente fratello maggiore, era un gran fifone.

Ma lui non se ne curava troppo, viveva felice con le sue piccole cose, amava la natura e gli animali, Ciuffetto era il suo preferito e insieme girellavano nei prati vicini, per farsi un bel riposino sotto qualche albero ombroso.

Non era di grande utilità alla fattoria, pensarono i suoi genitori, era ora quindi che cercasse fortuna anche lui, magari guadagnando castelli e casse d’oro, possibilmente per consegnarli tutti in casa.

In tutta fretta pertanto gli diedero un fagottino con del cibo, il bastone da viaggio, una mantella, due monete d’oro in tasca e lo misero subito sulla strada, con tanti saluti e auguri di buona fortuna.

Il povero Dino, al primo angolo del sentiero, si sedette a piangere sconsolato e intimorito, ma uno zampettare veloce tra l’erba gli mostrò l’arrivo del suo compagno di giochi, sì proprio il riccioluto Ciuffetto, che aveva voluto seguirlo nel suo viaggio.

Lo abbracciò felice e, ripreso coraggio, si incamminò con il suo fedele amico lungo la strada sconosciuta.

Cammina, cammina, a mezzogiorno arrivarono  vicino ad un gruppo di case, trovarono un posto all’ombra per fare colazione, ma, mentre mangiavano, si avvicinò un mendicante con le stampelle per chiedere la carità.

Dino impietosito non solo divise il cibo con lui, ma estrasse una moneta d’oro e gliela regalò.

Inutilmente il roseo Ciuffetto grugnì “ Sgrunf, sgrunf, padroncino, è troppo, rimarremo senza denari ! Squitt, squitt !”

Ma se il vecchio mendicante era ancora lì, abbacinato e stupito a farfugliare ringraziamenti, Dino affermò deciso “ Non squittire troppo amico mio, ne ha bisogno, poverino !”

Lasciarono quelle case tra le benedizioni del vecchietto e i due compagni di viaggio ripresero il cammino che li portò verso sera ad un altro villaggio più grande; lì entrarono in un’osteria e Dino chiese al padrone da mangiare e un letto per dormire, mostrando la sua moneta d’oro.

L’oste l’afferrò avidamente e fornì in tutta fretta un’ottima cena, compresa una grande ciotola ricolma di carote, rape e mele per Ciuffetto, che aveva iniziato a squittire segnali di prudenza verso il suo padroncino.

L’ostessa però, quando vide la moneta, ebbe un’idea e fece accomodare i due ospiti non nelle camere della locanda, ma in una casupola poco lontana, spiegando che lo faceva per il loro bene, voleva che dormissero in tutta tranquillità, con il miglior trattamento possibile.

L’oro aveva suscitato ammirazione, ma ancor più una frenetica avidità nella coppia, che si dissero “ Questo bambino è un babbeo, è ricco, bisogna spennarlo per bene, prima che ci pensi qualcun altro prima di noi, come dice il proverbio, l’occasione fa l’uomo ricco !”

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