UN CALDERONE MAGICO


Credo che nonno T. si stia stancando di aspettare, questa mattina alle 4, nell’usuale peregrinazione prostatica mi ha raccontato dettagliatamente due storie, un altro paio sempre in tono concitato all’alzata delle 5.30, mentre fuori dalla porta del bagno i due gatti iniziavano le loro prove vocali mattutine in un crescendo da opera.
Ma secondo voi come si fa a trascrivere su carta, con la scelta maniacale della penna giusta, delle idee bislacche e umorali, quando sei con gli occhi chiusi che cercano solo di riprendere il sonno interrotto ?
E’ passato del tempo, sarà forse vero, sono tornato a Milano con tragicomiche avventure, siamo partiti e ritornati da Brighton ove abbiamo passato la Pasqua con il Martello di dio e il Selvatico Tasso Irlandese, abbiamo visitato con una dottissima guida Firenze e le Ville Medicee.
Però il tempo sembra essersi fermato, suddiviso in dettagliati ricordi che si compenetrano e riuniscono in un solo momento, quasi fosse un unico variegato sogno.
Dovrei svegliarmi, comunicare in qualche modo.
Nonno Talpone sembra instancabile, mi riempie di battute, episodi, fantasie, che ribollono nella mia testa come in un calderone magico, io sono solo e mi sento sempre stanco, scusatemi.

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AMICI INTIMI


Un mese fa mi avevano chiesto se non scrivevo più sul blog di nonno Talpone e la cosa mi aveva molto stupito, erano trascorse forse tre o quattro settimane e non me ne ero affatto accorto.
Mi ero quindi domandato se da anziani la sensazione del tempo dovesse essere così vaga e imprecisa.
Ricordo benissimo invece che ad inizio anno oltre al blog sui nonni volevo iniziarne un altro sulle sensazioni provate da ventenne per confrontarle con quelle attuali per un confronto e un dialogo, se mai potesse esserci.
Invece è calato un silenzio nebuloso.
Ancora giorni fa una lettrice mi aveva benevolmente richiamato alla personale testimonianza di pensionato e nonno settantenne nei confronti della vita di ogni giorno.
Forse sembrerà strano, ma personalmente ritengo di avere poco da dire, credo di essere svagato, noioso, brontolone e permaloso, niente di grave e patologico, sono solo uno come tanti, senza niente di interessante.
Solo che c’è un certo nonno Talpone, dentro e fuori di me, che risulta un fenomeno curioso e talvolta umoristico.
Ormai sono certo che qualcosa di simile alberghi vicino ad ognuno di noi, che possiamo chiamare come vogliamo, tipo nonna Bianca, zio Giovanni, Nick il dritto, Izzy dark lady e così via.
Basta solo ascoltarli e magari trascrivere i loro, i nostri pensieri, giusto per rileggerli con calma, magari sorridere di noi stessi, sopportarci meglio e condividerli .
Si tratta di amici intimi che non vanno trascurati, come purtroppo ho fatto io negli ultimi tempi, per non privarci di una piccola dose di buonumore e stupore per la vita, per guardarla più spesso con gli occhi curiosi di un bambino.
O di un nonno attempato e leggermente svanito.

IL RE MIDA


Il rito angoscioso del ritorno in auto dall’Umbria, con la macchina stracolma di lattine e boccioni d’olio appena spremuto, filoni di pane casareccio, formaggi, salumi, panetti di panpepati, giochini e regali di Natale, questa volta si è concluso felicemente.

A casa nostra abbiamo trovato la famiglia dei Promettenti Avvocati, con un nipotino, lo Scoiattolino, il secondo arriverà stasera dalla casa degli altri nonni.

Stanchi sì, carichi di bagagli, ma con un’ulteriore quantità di valigioni e sacche di vestiti portati dai nuovi arrivati, che gioiosa confusione !

L’appartamento degli Avvocati è in ristrutturazione, devastato, sventrato, secondo oscure direttive di un architetto che farà spostare muri, porte, stanze e aprire vani segreti del sottotetto.

Per un lungo periodo, uno, due mesi, la famigliola sarà profuga, accampandosi a rotazione nelle case dei nonni.

Beata baraonda!

Stanotte l’ho passata senza incubi e alle sei del mattino mi rigiravo nel letto, febbrile, come da bambino quando aspettavo che ci si potesse alzare per scoprire i regali di Babbo Natale.

A colazione eravamo a tavola tutti insieme, che meraviglia stare accanto al nipotino e divertirlo con storielle sulla scuola.

“ E’ vero che la maestra vi costringe a mangiare tutto quello che c’è nel piatto ?”

“ Ah sì, è vero …”

“ Ti ricordi la filastrocca di Sega Segola che ti cantavo da piccolo, dondolandoti sulle ginocchia? Se non mangi la minestra, patapunfete, la maestra ti butta giù dalla finestra!”

“ Ma no, dai nonno!”

“ Ma tu portati un pentolino termico  con gli gnocchi al ragù. La “ schiscetta “ come i muratori, in fondo anche voi siete lavoratori della mente”

“ No, non possono mettere nella cartella nemmeno una bottiglietta d’acqua – interviene mamma Tuttopiede.

“ Un bambino l’aveva chiusa male e ha bagnato tutti i libri – precisa lo Scoiattolino.

“ Allora tu portati la bottiglietta del vino dei bimbi, quello fatto con le visciole da nonna. Se si rovescia avrai i tuoi libri color rosso ciliegia, che bello! – insinua quell’incosciente di nonno Talpone.

“ Niente vino dei bimbi! E tu finisci il tuo latte! – intima il Promettente Avvocato, nonché severo padre di famiglia.

“ Basta latte, non lo voglio ! – piagnucola lo Scoiattolino.

“ Ma come, non sai che dentro il latte c’è anche l’oro, il prezioso metallo dei pirati, quello che voleva ad ogni costo il re Mida ? – inizia il nonno porgendo la tazza al piccolo.

“ Chi era il re Mida ? – fa lui, bevendo dalla tazza.

“ Allora, c’era una volta un re molto avido, che non si stancava di voler altre ricchezze … – continua a raccontare il nonno.

Il latte è stato bevuto, tutti si sono affrettati a vestirsi e uscire, per andare alla scuola e al lavoro.

Il nonno li ha salutati dalla porta, agitando la mano un poco commosso, poi si è domandato “ Ma nella leggenda Mida era proprio un re ?”

Ora sfoglierà i libri della sua biblioteca, di storie ne conosce tante, ma la memoria comincia a fargli brutti scherzi.

DINO E CIUFFETTO (1° parte )


Un piovoso pomeriggio di primavera due bambini di quel polveroso asilo per piccoli migranti avevano trovato rifugio in un sottoscala solitario, dove il biondo Pamock iniziò a raccontare al suo grande amico Hanid la storia di Dino e Ciuffetto.

“ Tutti noi conosciamo la fiaba di Giovannino Senza Paura, quel bambino che lasciò la sua casa per conoscere il mondo e provare che lui non temeva niente e nessuno.

Come sai, era capitato una notte in un castello, dove un fantasma gigantesco spaventava a morte ogni malcapitato che vi trovava rifugio, aveva superato ogni prova con sicura arroganza, sciogliendo così l’incantesimo che dominava in quelle mura, diventandone il proprietario e guadagnando tre casse d’oro che vi erano nascoste.

Sembra che da allora, donato un paio di forzieri ai poveri e ai religiosi, vi sia rimasto tutta la vita, agiato e ozioso, senza dover dare altre prove di coraggio.

Insomma una bella storia di un’ incosciente avventuroso, presto appagato e tranquillo.

Bisogna anche ammettere che non si dimenticò della sua famiglia d’origine, perché mandò a casa un sacchetto di monete d’oro per i genitori e i fratelli.

In quel lontano paese i genitori ne furono ben felici, con alcune monete allargarono e misero a posto la loro casupola, acquistarono anche una mucca e una coppia di maiali.

Presto ebbero una numerosa nidiata di porcellini, tutti rosei e paffutelli, tra questi ve ne era uno con uno strano ciuffetto di peli sopra gli occhi, che faceva il paio con il suo codino riccioluto.

Venne subito chiamato Ciuffetto e si distingueva dai fratellini per  una curiosità e un’ intelligenza non comuni.

I genitori di Giovannino Senza Paura, se si erano disperati quando a suo tempo quel figlio era scappato da casa, ora erano  ben felici del denaro ricevuto e pensarono bene di mandare all’avventura anche il loro secondo figlio, Dino.

Veramente bisogna dire che, con assai poca fantasia alla nascita l’avevano chiamato Secondo, essendo assai piccolo l’avevano soprannominato Secondino, per sua fortuna ridotto con il tempo ad un più pronunciabile Dino.

Con gli anni era cresciuto roseo, paffutello, con dei fitti capelli in testa, irti come un istrice, era grassoccio, anche se non vi era molto da mangiare in casa, sembrava che si nutrisse d’aria, aveva la disarmante semplicità dei fiori di campagna e purtroppo, al contrario dell’ardito e incosciente fratello maggiore, era un gran fifone.

Ma lui non se ne curava troppo, viveva felice con le sue piccole cose, amava la natura e gli animali, Ciuffetto era il suo preferito e insieme girellavano nei prati vicini, per farsi un bel riposino sotto qualche albero ombroso.

Non era di grande utilità alla fattoria, pensarono i suoi genitori, era ora quindi che cercasse fortuna anche lui, magari guadagnando castelli e casse d’oro, possibilmente per consegnarli tutti in casa.

In tutta fretta pertanto gli diedero un fagottino con del cibo, il bastone da viaggio, una mantella, due monete d’oro in tasca e lo misero subito sulla strada, con tanti saluti e auguri di buona fortuna.

Il povero Dino, al primo angolo del sentiero, si sedette a piangere sconsolato e intimorito, ma uno zampettare veloce tra l’erba gli mostrò l’arrivo del suo compagno di giochi, sì proprio il riccioluto Ciuffetto, che aveva voluto seguirlo nel suo viaggio.

Lo abbracciò felice e, ripreso coraggio, si incamminò con il suo fedele amico lungo la strada sconosciuta.

Cammina, cammina, a mezzogiorno arrivarono  vicino ad un gruppo di case, trovarono un posto all’ombra per fare colazione, ma, mentre mangiavano, si avvicinò un mendicante con le stampelle per chiedere la carità.

Dino impietosito non solo divise il cibo con lui, ma estrasse una moneta d’oro e gliela regalò.

Inutilmente il roseo Ciuffetto grugnì “ Sgrunf, sgrunf, padroncino, è troppo, rimarremo senza denari ! Squitt, squitt !”

Ma se il vecchio mendicante era ancora lì, abbacinato e stupito a farfugliare ringraziamenti, Dino affermò deciso “ Non squittire troppo amico mio, ne ha bisogno, poverino !”

Lasciarono quelle case tra le benedizioni del vecchietto e i due compagni di viaggio ripresero il cammino che li portò verso sera ad un altro villaggio più grande; lì entrarono in un’osteria e Dino chiese al padrone da mangiare e un letto per dormire, mostrando la sua moneta d’oro.

L’oste l’afferrò avidamente e fornì in tutta fretta un’ottima cena, compresa una grande ciotola ricolma di carote, rape e mele per Ciuffetto, che aveva iniziato a squittire segnali di prudenza verso il suo padroncino.

L’ostessa però, quando vide la moneta, ebbe un’idea e fece accomodare i due ospiti non nelle camere della locanda, ma in una casupola poco lontana, spiegando che lo faceva per il loro bene, voleva che dormissero in tutta tranquillità, con il miglior trattamento possibile.

L’oro aveva suscitato ammirazione, ma ancor più una frenetica avidità nella coppia, che si dissero “ Questo bambino è un babbeo, è ricco, bisogna spennarlo per bene, prima che ci pensi qualcun altro prima di noi, come dice il proverbio, l’occasione fa l’uomo ricco !”

PAMOCK E L’UOMO VERDE


L’esile Pamock scosse la sua frangia bionda, prese fiato e iniziò con una voce bassa e intonata:   “C’era una volta un essere pauroso e terribile, lo chiamavano ” L’Uomo Verde della Foresta”, o anche “ Il vecchio del Bosco “, ma nessuno l’aveva mai visto bene, certi boscaioli nel fare legna avevano intravisto solo dei movimenti rapidi nel folto scuro dei pini, dei lecci e delle querce, ma nulla più.

Però vi erano state delle persone avide ed egoiste che avevano subito sulla loro pelle l’ira dell’Uomo Verde, quando, mai stanchi di tagliare la giusta quantità di legname, erano andati oltre, distruggendo e abbattendo alberi senza nessun rispetto, per essere poi  travolti  da una improvvisa e fatale rotazione del tronco segato, che si era abbattuto senza pietà su di loro.

Nelle bufere e nelle tempeste, quando il vento faceva gemere i rami e scuotere i fusti degli alti pini, si udiva un urlio, quasi un canto selvaggio, che tutti ritenevano dovuto a lui, il misterioso e terribile Uomo Verde.

Vicino al bosco sopravviveva un povero taglialegna, ormai vedovo e ricco solamente di quattro figli da mantenere, un piccolo orto vicino alla sua casupola e muscoli sufficienti per lavorare duramente a giornata sotto i vari contadini della zona, quando lo chiamavano per zappare i campi, trebbiare, vendemmiare e costruire muretti di pietra.

Faticava instancabile dall’alba del lunedì al tramonto del sabato, quando aveva la fortuna di essere chiamato.

Ma quando arrivava il freddo invernale la  vita della piccola famiglia si faceva più dura da sopportare, le scorte di farina, di pesce secco si andavano esaurendo e il papà tornava a fare l’unico mestiere possibile : il taglialegna, per avere un poco di fuoco e di calore in casa, soprattutto per riempire lo slittino di ciocchi tagliati da consegnare ai suoi compaesani e ricevere qualche soldo per mangiare.

Venne un terribile inverno, per sopravvivere il pover’uomo affidò i tre figli maggiori a famiglie lontane, per imparare un lavoro e togliere delle bocche da sfamare, rimase in casa soltanto il più piccolo, si chiamava Vlad e aveva cinque anni, era minuto e sottile, con grandi occhi azzurro acqua, sempre attenti e come stupiti.

Non parlava molto, anzi quasi pareva muto, forse perché era ormai solo, impegnato nella sua capanna a pulire, sistemare e cucinare il loro misero bortsh.

Una gelida mattina, in cui il vento era leggermente calato e la dispensa più vuota che mai, il piccolo Vlad accompagnò il padre nella foresta, trascinando anche lui uno slittino per cercare legna da vendere.

Camminarono a lungo, la parte esterna e più facile del bosco era ormai già stata tagliata, tra la neve emergevano dei solitari ceppi e i giovani alberelli destinati a crescere come i fratelli abbattuti.

Un piccolo serpeggiante sentiero li portò più avanti nella foresta più fitta e oscura.

L’uomo si fermò in una piccola radura, scelse un albero più isolato, con una corda lo legò più in alto ad un vicino tronco e iniziò ad abbatterlo a colpi d’ascia.

Vlad intanto si era di poco allontanato per raccogliere rami spezzati e schegge di legno per riempire il suo slittino.

Mentre procedeva attento con serietà adulta, come se partecipasse ad un impegnativo gioco, sentì uno schianto ed un urlo disperato.

Corse indietro alla radura e vide il padre che giaceva sotto l’albero abbattuto, gridava  e, per quanti sforzi facesse, non riusciva a liberare le gambe imprigionate.

Il vento aveva ricominciato a sferzare le alte cime delle piante ed era iniziato un urlio sonoro e  una risata sconnessa, sempre più forte, lo stava accompagnando .

Il piccolo Vlad si mise subito a piangere e, non sapendo cosa fare, gemendo si riparò sotto una grande quercia nodosa, come per trovare rifugio, poi con un improvviso scatto rabbioso si girò e balbettando strillò concitato:

“ Se.. sei cattivo Uomo Verde, la..lascia st..stare il m..mio papà, no..noi abbiamo fame !”

Si rigirò a singhiozzare contro la corteccia rugosa della vecchia quercia, un attimo dopo questa sembrò scuotersi per i colpi del vento, poi si fermò improvvisamente, rigida e immobile con i suoi grandi rami, come a riparare ogni colpo della tempesta.

Si ebbe un sussulto sotterraneo, il letto di foglie e di neve sembrò sollevarsi leggermente, le sue lunghe radici si muovevano, quasi a sgranchirsi da un lungo riposo, il movimento si estese agli alberi vicini e in seguito via via più lontano ancora.

Ad un tratto il vento selvaggio si placò, l’urlio divenne quasi un sussurro, la cortina degli alberi si aprì di schianto ed apparve un uomo gigante, coperto  interamente di lunghi capelli verdi intrecciati a foglie ed edera rampicante, da quel colosso muschioso emergeva un ramo nodoso, era il suo braccio che stringeva una possente clava.

I due umani lo guardavano atterriti, bloccando gemiti e pianti, ma senza badare a loro il gigante si avvicinò all’albero tagliato, lo sollevò senza sforzo alcuno con l’altro braccio possente e lo buttò da parte, scomparendo subito nel folto della foresta, tra gli schiocchi dei rami spezzati dal suo passaggio.

Vlad corse dal padre, lo aiutò a risollevarsi, era fortunatamente illeso e insieme iniziarono il lungo ritorno a casa, dove il bambino riscaldò due ciotole di zuppa ed ebbero finalmente riposo.

L’indomani, si ricordarono dell’ascia e degli slittini dimenticati e timorosamente ritornarono a cercarli.

Laggiù nel folto della foresta ritrovarono accanto ai loro attrezzi una grande quantità di rami e tronchi rotti a piccoli pezzi, frantumati da una forza sovrumana, li raccolsero e con numerosi viaggi li trasportarono vicino alla loro capanna.

L’inverno passò più felicemente grazie alla vendita della legna, ma il piccolo Vlad non dimenticò mai la grande quercia che l’aveva aiutato e protetto, era ormai un rifugio, quasi un amico fidato e quando si sentiva solo e triste si muoveva sicuro nella foresta fino all’albero possente, si sedeva vicino, lo abbracciava e parlava con lui.

Le grandi fronde sembravano allora muoversi per una leggera brezza di vento, con un rumore sommesso e armonioso, a cui rispondevano gli altri alberi, persino gli uccellini e gli animali del bosco tacevano, quasi in ascolto.

Pamock finì il suo racconto con un sussurro, come se anche loro dovessero ascoltare il fruscio di una foresta lontana, quasi non vedessero solamente il vuoto cortile.

Hanid si scosse presto e proclamò ad alta voce “ Io avrei combattuto con l’Uomo Verde e l’avrei vinto a bastonate !  Però – aggiunse poi – vorrei avere anch’io una grande quercia con cui confidarmi “

“ Che sciocco che sei, non ne hai bisogno, ci sarò sempre io vicino a te – disse dolcemente Pamock – se vuoi ti racconto la storia, quella della scatola magica che produceva le caramelle “

“ Oh si, che buone, forza, racconta, sento già la loro dolcezza in bocca “

E il suo grande piccolo amico iniziò “ C’era una volta in un paese lontano …”