IMMORTALI, NOI ?


Il tardo pomeriggio di ieri, allegramente trascorso con i due nipotini e parzialmente con un loro piccolo amico, sono stati una medicina piacevolissima dagli effetti sorprendenti.

Sempre con la schiena rigida come avessi ingoiato un manico di scopa e anchilosato come un ospite della veneranda Baggina ( il locale ricovero per anziani ) , ma devo ammettere che, come si usa dire, la stoffa di nonno non ha mentito.

Chissà, forse nonni si nasce ?

Con questi confusi sentimenti ieri sera mi ero coricato a letto, inforcando gli occhiali e aprendo un vecchio libro giallo di Leo Bruce.

Nella notte mi ero alzato solo tre volte, l’ultima verso le cinque e in quell’atmosfera smorzata e silenziosa mi era apparso vicino nonno Talpone, con una smorfia beffarda e scherzosa, quella così tipicamente intagliata da sempre sul viso del mio povero vecchio amico Alfredo.

“ Allora poltrone, ti crogioli nell’idea di diventare immortale ? – mi ha sussurrato con tono malizioso – Tu sei agnostico come lo era lui. Oppure le parole dello smilzo pretino calvo alla benedizione della salma, che lui non avrebbe mai voluto, ti stanno influenzando ?”

“ Ma via, non scherzare Talpone, era solo una battuta di mio figlio, il promettente avvocato, le avrà magari pensate anche l’altro figlio piangente alla cerimonia, specialmente quando in futuro si sposerà e avrà tanti piccoli Alfredini.

Il fatto è semplicemente che sabato scorso, quando eravamo tutti riuniti al ristorante per festeggiare il compleanno di mia moglie, la dolce Istrice Prussiana, era arrivata improvvisa e drammatica la telefonata della scomparsa del mio vecchio amico.

Certe notizie, anche se previste e temute, restano ugualmente sconvolgenti.

Sai bene che avevo chiamato subito il cameriere, ordinando una bottiglia di Filu Ferru, rompendo ogni dieta e tra le rimostranze della moglie, ma avevo dovuto salutare l’amico, con un silenzioso brindisi e uno spirituale abbraccio per il lungo viaggio ignoto nel quale lui ha dovuto precederci.

Ma a tavola tutto era cambiato, come se un velo di nebbia fosse entrato improvvisamente dalla porta aperta del locale, anche se fuori luccicava un trepido sole autunnale.

Quando siamo poi usciti in strada mio figlio mi aveva preso sottobraccio e mi aveva chiesto gentilmente “ Papà, papaa … sai mi occorre l’aceto, quello buono che sai fare tu, in casa l’abbiamo finito, dai, ti accompagno in cantina e me ne regali una bottiglia.”

Così siamo tornati tutti alla vecchia casa, quella che era di mio padre, quella che ha visto generazioni entrare subito dopo la Grande Guerra, lasciando poi le loro ombre e i ricordi ai pochi sopravvissuti, forse solo io resto a rivivere volti e storie passate.

Siamo scesi per le logore scale, fiocamente illuminate da qualche sparuta lampadina e entrati nel mio grande stanzone dove ho afferrato nell’alto scaffale la vetusta damigianetta dell’aceto degli anni cinquanta, per l’attento travaso nell’orcio mediano di decantazione e poi in una bottiglia pulita.

Lo Scoiattolino e suo padre osservavano incuriositi e attenti quelle procedure quasi alchimistiche.

Alla fine quando, staccato il filo della lampada dalla presa del corridoio, ci muovevamo nella penombra verso la scala di uscita che si intravedeva laggiù in fondo, lui mi aveva detto in tono forzatamente eccitato:

“ Sai papà, tu sei immortale.

Guarda come ti assomiglio io che sono tuo figlio.

Beh, quasi in tutto, salvo che sono fieramente juventino come la mamma.

Poi vedi tuo nipote, come vedi è in tutto come il nonno in piccolo, quindi non ti preoccupare.”

“ Bravo, adesso tiri fuori i ricordi foscoliani – avevo brontolato a fior di denti.

“Però papà, prima, uno di questi giorni, mi devi spiegare come si fa a produrre e far maturare l’aceto, siamo d’accordo ?”

Come vedi caro nonno Talpone la cosiddetta immortalità è per ora rinviata.”

Con queste tacite parole mi sono finalmente assopito all’alba.

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