Galeotto fu il piede


Cari ragazzi dovrte sapere che se dovessi immaginare un luogo ove mi piacerebbe essere ricordato nell’Inferno di Dante Alighieri sarebbe senz’altro il Girone di Paolo e Francesca.

Il mio amore, la nonna, non accetterebbe certamente né il luogo ventoso né il contesto ultraterreno.

Alla fatidica domanda di un novello Dante io risponderei beffardo : ” Galeotto fu il piede”

Come il sommo Vate anche voi  lettori pensereste subito al grazioso piedino della mia donna.

Ma vi sbagliereste, perché il piede fatale fu il mio, taglia 45.

In quell’afoso 19 luglio del 1969 sul treno Milano Londra, che allora collegava a prezzo ragionevole le due città con un tragitto di 23 ore, mi trovavo a guardare il paesaggio francese.

Ero appoggiato languidamente con la schiena alla parete dello scompartimento, fumando la mia pipa.

I vagoni cuccette a sei posti di allora, dopo una notte di viaggio traballante e rumorosa erano poco ospitali.

La quasi totalità dei passeggeri erano studenti, usciti fuori nei corridoi o affollanti le piattaforme davanti ai gabinetti, a gruppi che si univano o si lasciavano con allegra frenesia, come pesciolini impazziti, emozionati e liberi dai legami famigliari.

Per me non era una novità, ero il terzo anno che recavo in Inghilterra per praticare quella lingua che era la materia quadriennale del corso di Lingue e Letterature Straniere alla Bocconi di Milano.

Negli anni precedenti a Londra avevo goduto dei mesi interessanti, incontrando persone provenienti da ogni parte del mondo, dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda, avevo viaggiato in autostop dalla Scozia all’ Irlanda.

Non volevo parlare con nessuno di quegli studenti italiani chiassosi  che rumoreggiavano in ogni parte del treno.

Pipa in bocca, distaccato e perso nei miei pensieri, subivo spesso gli urti di quelli che continuavano a passare avanti e indietro nel corridoio.

Particolarmente irritante era una bella ragazza bruna dall’accento romanesco, piccola rispetto a me, garrula come un uccellino, che passando e ripassando mi pestava i piedi.

” A romanina, fai attenzione ! – esclamai irritato.

Lei mi rise giocosa e rispose per le rime:”E tu ritira i tuoi piedoni che mi fai inciampare!”

Così iniziò il nostro incontro fatale.

In seguito parlammo in una piattaforma anche noi, come tutti.

Sul traghetto che collegava Calais a Dover le offrii un boccale di birra inglese, mostrando le bianche scogliere che ci venivano incontro.

Sul treno per Victoria Station venni a sapere che lei e la cugina che l’accompagnava erano partite in fretta, all’avventura, senza alloggio prenotato, né scuola o lavoro e con pochi soldi.

Arrivati alla stazione io le salutai, presi la valigia, determinato a snobbare ogni italiano e mi allontanai diretto alla mia residenza.

Passata la locomotiva, mentre avanzavo tra la folla ad un certo punto mi fermai indeciso, poi mi girai e tornai indietro a cercare le due pellegrine.

Ho sempre sostenuto che fu solo per un impeto di pietà, di pura solidarietà tra studenti.

In realtà ero già stato stregato fai suoi occhi verdi ramarrosi, dal riso e dalla gaiezza prorompente di quella fascinosa brunetta.

La corazza inglese del milanese solitario era stata perforata e lacerata a fondo.

Eh sì, avevo anch’io il Tallone d’Achille, anche se poi era un  piede largo e lungo, taglia 45.

La sera stessa, dopo averle trovato alloggio e fatto visitare il centro città, Covent Garden e Piccadilly, la accompagnai, con un braccio sulle spalle, verso il Ponte di Westminster.

Al colmo delle arcate, sopra le argentee acque del Tamigi, al chiaro di luna, incuranti di ogni astronauta alieno, ci fu il primo lungo, indimenticabile, primo bacio d’amore.

 

 

 

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