PAMOCK E IL FANTASMA FORMAGGINO (1)


“ Come vorrei avere una scatola magica piena di caramelle – si lamentò Hanid con voce sognante – quando riusciremo a fuggire via da questo asilo andremo all’avventura, a cercare tesori e scatole magiche, vero amico mio ?”

“ La magia può essere più vicina di quello che pensi, lo diceva sempre mio nonno – rispose Pamock – ma ora è tardi, si fa buio “

“ Io non ho paura di niente – affermò deciso Hanid – anche se i fantasmi …”

“ Anche quelli possono essere amici – concluse Pamock – domani ti racconterò la storia del Fantasma Formaggino “

“ Ah, ah, quello che spalmi sul panino ?”

“ Non scherziamo, i fantasmi meritano rispetto, aspetta e vedrai “

L’indomani, quando i due bambini trovarono un cantuccio riservato, presso un vecchio cancello arrugginito del cortile, Pamock iniziò a raccontare.

“ C’era una volta, vicino ad un paese sulle montagne, un antico castello in rovina, torri mozzate, murature cadenti, grandi varchi e cumuli di pietre dove un tempo si ergeva superbo il palazzo del signorotto del luogo.

Nessuno si ricordava più il suo nome, le sue gesta, la sua discendenza; tra quei muri crollati rimaneva ostinatamente solo una numerosa famigliola di fantasmi.

E’ una vita monotona e noiosa quella dello spettro, deve solo apparire di notte per spaventare gli eventuali intrusi.

Ma al giorno d’oggi nessuno cerca più rifugio tra quelle rovine, ora si va in albergo, in un agriturismo o in campeggio.

Faceva parte di quella strana famiglia un piccolo fantasma, era gioioso e ribelle, sempre impegnato a correre tra le macerie e il bosco vicino, sporcandosi, lacerando la vestina bianca, pronto a scherzi e boccacce con tutti.

All’ora del bagno riusciva sempre a nascondersi in qualche pozzo, buca o anfratto polveroso, dopo inutili urla e richiami della mamma certe volte doveva intervenire il papà inferocito, a trarlo fuori dai suoi nascondigli e portarlo di persona nella tinozza da bucato, piena d’acqua calda e cenere per il lavaggio settimanale.

I fantasmi, si sa, sono emanazioni  di guerrieri defunti terribili e sanguinari o monaci e madame di altri tempi passati, devono per legge spaventare tutti i fifoni che incontrano, far rotolare catene, stridere i denti, ululare e sbeffeggiare i malcapitati che incontrano.

Una volta allontanati gli intrusi, loro ritornano alla loro noiosa quotidianità, girare cigolando di notte, andare a riposare prima del sorgere del sole, svegliarsi all’imbrunire, raccontarsi le solite storie ripetute all’infinito da secoli, farsi il bagno alla domenica mattina, qualche partita  a ramino, rammendi ai lenzuoli, inamidatura di polsiere e colletti.

Quindi, nonostante le apparenze e la credulità comune, rimangono dei soporiferi borghesi tradizionalisti e si può ben capire che l’atteggiamento ribelle del piccolo fantasma aveva suscitato pettegolezzi, richiami all’ordine e qualche rabbuffo.

L’inveterata abitudine di giocare tra vecchie pietre e fango, sporcandosi allegramente, con il tempo aveva prodotto incrostazioni che la povera mamma fantasma non riusciva più a togliere, per quanti sforzi facesse.

Si creava così un odore acuto e maleodorante, specialmente quando il piccolo si nascondeva i certi pozzi antichi, che era fastidioso come quello delle vecchie forme di formaggio andate a male.

Ormai nessuno si ricordava più il suo nome, lo chiamavano tutti “il Fantasma Formaggino”.

Il nostro etereo eroe, per sfuggire alla noia e ai riti domenicali, spesso si alzava di soppiatto di giorno, quando i suoi simili riposavano, e si avventurava lontano dalle rovine del castello, arrivando ad ammirare, nascosto tra i cespugli, i giochi chiassosi e violenti dei ragazzi del paese…

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