IL RE MIDA


Il rito angoscioso del ritorno in auto dall’Umbria, con la macchina stracolma di lattine e boccioni d’olio appena spremuto, filoni di pane casareccio, formaggi, salumi, panetti di panpepati, giochini e regali di Natale, questa volta si è concluso felicemente.

A casa nostra abbiamo trovato la famiglia dei Promettenti Avvocati, con un nipotino, lo Scoiattolino, il secondo arriverà stasera dalla casa degli altri nonni.

Stanchi sì, carichi di bagagli, ma con un’ulteriore quantità di valigioni e sacche di vestiti portati dai nuovi arrivati, che gioiosa confusione !

L’appartamento degli Avvocati è in ristrutturazione, devastato, sventrato, secondo oscure direttive di un architetto che farà spostare muri, porte, stanze e aprire vani segreti del sottotetto.

Per un lungo periodo, uno, due mesi, la famigliola sarà profuga, accampandosi a rotazione nelle case dei nonni.

Beata baraonda!

Stanotte l’ho passata senza incubi e alle sei del mattino mi rigiravo nel letto, febbrile, come da bambino quando aspettavo che ci si potesse alzare per scoprire i regali di Babbo Natale.

A colazione eravamo a tavola tutti insieme, che meraviglia stare accanto al nipotino e divertirlo con storielle sulla scuola.

“ E’ vero che la maestra vi costringe a mangiare tutto quello che c’è nel piatto ?”

“ Ah sì, è vero …”

“ Ti ricordi la filastrocca di Sega Segola che ti cantavo da piccolo, dondolandoti sulle ginocchia? Se non mangi la minestra, patapunfete, la maestra ti butta giù dalla finestra!”

“ Ma no, dai nonno!”

“ Ma tu portati un pentolino termico  con gli gnocchi al ragù. La “ schiscetta “ come i muratori, in fondo anche voi siete lavoratori della mente”

“ No, non possono mettere nella cartella nemmeno una bottiglietta d’acqua – interviene mamma Tuttopiede.

“ Un bambino l’aveva chiusa male e ha bagnato tutti i libri – precisa lo Scoiattolino.

“ Allora tu portati la bottiglietta del vino dei bimbi, quello fatto con le visciole da nonna. Se si rovescia avrai i tuoi libri color rosso ciliegia, che bello! – insinua quell’incosciente di nonno Talpone.

“ Niente vino dei bimbi! E tu finisci il tuo latte! – intima il Promettente Avvocato, nonché severo padre di famiglia.

“ Basta latte, non lo voglio ! – piagnucola lo Scoiattolino.

“ Ma come, non sai che dentro il latte c’è anche l’oro, il prezioso metallo dei pirati, quello che voleva ad ogni costo il re Mida ? – inizia il nonno porgendo la tazza al piccolo.

“ Chi era il re Mida ? – fa lui, bevendo dalla tazza.

“ Allora, c’era una volta un re molto avido, che non si stancava di voler altre ricchezze … – continua a raccontare il nonno.

Il latte è stato bevuto, tutti si sono affrettati a vestirsi e uscire, per andare alla scuola e al lavoro.

Il nonno li ha salutati dalla porta, agitando la mano un poco commosso, poi si è domandato “ Ma nella leggenda Mida era proprio un re ?”

Ora sfoglierà i libri della sua biblioteca, di storie ne conosce tante, ma la memoria comincia a fargli brutti scherzi.

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HANID E UN SENSO DELLA VITA


Nonno Talpone sta per  andare all’aereoporto, ma vuole lasciare questa piccola fiaba per i suoi lettori, ringraziandoli per il loro affetto.

 

Un giorno, quando nell’intervallo pomeridiano i bambini potevano giocare nel cortile, Pamock e Hanid si ritrovarono nel loro angolo nascosto per parlare e raccontare le loro storie.

Il bruno Hanid era ancora vergognoso di aver mostrato paura dei fantasmi e volle raccontare lui stesso una strana avventura che aveva sentito ripetere nel suo lontano villaggio al di là del mare.

“ C’era una volta un valoroso soldato, Mohamed al Backar, giovane forte e coraggioso, che per i suoi meriti aveva ricevuto un’alta carica a palazzo ed era benvoluto dal Califfo del paese.

Ma la sua improvvisa fortuna l’aveva reso orgoglioso e arrogante, cominciò a disprezzare ogni persona o animale che gli pareva non avere senso o utilità, come i pazzi, i tafani o quei ragni che insieme alla polvere insudiciano le stanze degli uomini.

La sua superbia gli causò molti nemici, il Gran Ciambellano per rovinarlo rubò il piccolo forziere contenente le più pregiate collane, pietre ed anelli del Califfo, lo nascose nella fessura di una roccia fuori dalle mura e lasciò alcuni preziosi di minor valore nella camera di Mohamed.

Il furto creò uno scandalo inaudito a corte, si fecero ricerche in ogni stanza del palazzo e, quando le guardie scoprirono i gioielli tra i vestiti del capitano, subito lo arrestarono.

Mentre lo stavano trascinando dal Sultano per la giusta punizione, passando vicino al banco del macellaio del palazzo furono improvvisamente assaliti da un nugolo di tafani inferociti.

Subito si agitarono come forsennati, divincolandosi e scappando, mentre Mohammed ne approfittava per divincolarsi e fuggire via.

Uscito fortunosamente dalla città, corse nella campagna deserta e, arrivato in una cava di pietre, scovò un piccolo cunicolo in cui entrare per cercare rifugio.

Vi si trovavano due ragni che, forse per pietà del fuggiasco, o per riparare le loro tele strappate, ritesserono le loro fitte tele.

Quando i soldati all’inseguimento del prigioniero passarono lì vicino, videro l’apertura, ma le tele di ragno li convinsero a cercare altrove.

Dopo un giorno e una notte passate nel suo piccolo rifugio, Mohammed ringraziò mentalmente i ragni e i tafani per l’aiuto prestato e fuggì lontano.

Mentre passava per luoghi deserti fu però sorpreso da un gruppo di banditi che trasportavano delle persone catturate per essere vendute come schiavi.

Lui si finse subito pazzo, aveva i vestiti laceri, la barba e i capelli irsuti e sporchi, quando si mise a sbavare, a lanciare grida gutturali e strillare come una scimmia della foresta i predoni schifati lo cacciarono via a colpi di pietre.

Mohammed ringraziò mentalmente la presenza al mondo dei folli, ritornò nelle campagne, si lavò ad un ruscello, si alleggerì degli abiti portati e quando vide un capraio con il suo gregge gli chiese umilmente del cibo.

Il brav’uomo lo sfamò, poi impietosito lo tenne con sé per aiutarlo a curare le sue bestie, cosa che il fuggiasco si adattò a svolgere con grande attenzione.

Dopo qualche mese il capraio acquistò altro bestiame e ne affidò una parte al suo aiutante, che si spostò nelle vicinanze, cercando sempre luoghi isolati e solitari.

Il lavoro non era faticoso, ma Mohamed mancava di esperienza e nel branco vi era  un caprone bellicoso e malvagio, che non mancava mai di cercare di colpirlo appena lui si distraeva.

Un giorno, spazientito, il giovane guardiano pensò di dargli una lezione esemplare.

Si accampò vicino ad un gruppo di rocce, ne scelse una abbastanza grande e finse di volersi accucciare voltando la schiena al gregge.

Il caprone subito lo puntò e gli corse addosso velocissimo a capo abbassato per incornarlo.

Ma quando era ormai vicinissimo Mohammed scartò di lato e il caprone diede una gran testata conto la roccia, cadendo indietro tramortito.

Si era udito un gran schianto con caduta di pietre, timoroso che la bestia si fosse spaccata la testa, lui andò a vedere da vicino.

Il caprone era indolenzito ma vivo, si era rivelata invece un’apertura nella roccia ove si intravedeva uno scrigno dorato, quello rubato al Califfo.

Allora Mohammed radunò il gregge e ritornò dal suo amico capraio, raccontò l’accaduto e insieme avvisarono gli altri pastori della zona per tendere una trappola quando fosse ritornato il vero ladro.

Per varie notti aspettarono nascosti fino a quando videro una figura avvolta in un mantello che si avvicinava furtivo.

Quando questa si accostò alle pietre e vi inserì una mano, gli furono subito addosso e lo legarono con delle funi, mentre alla luce delle torce si mostrava la faccia atterrita del Ciambellano.

L’indomani mattina un folto corteo di pecorai e caprai con i loro greggi, tenendo ben stretto il colpevole e guidati da un Mohammed trionfante, che recava tra le braccia il tesoro recuperato, si avvicinò alla città, varcò le porte e passò tra due ali di folla stupita ed ammirata, entrò nel palazzo del Sultano per deporre ai suoi piedi il tesoro recuperato e l’infedele suddito.

Grandi feste e nuovi onori per il valoroso Mohammed, che da allora imparò ad essere umile e tollerante, anche i caprai ebbero monete d’oro in dono e la possibilità di entrare come guardie del palazzo.

Questo corpo armato scelto, da lui capitanato, ebbe sulle insegne e sugli scudi le figure di due ragni, di sette tafani  e il volto di un folle.

Da allora nessuno osò più dire che al mondo vi fossero cose inutili, perché ogni cosa può avere un senso, anche se noi ora lo ignoriamo.”

Pamock sorrise felice e batté le mani complimentandosi con Hanid per la sua storia meravigliosa.

PAMOCK E IL FANTASMA FORMAGGINO (1)


“ Come vorrei avere una scatola magica piena di caramelle – si lamentò Hanid con voce sognante – quando riusciremo a fuggire via da questo asilo andremo all’avventura, a cercare tesori e scatole magiche, vero amico mio ?”

“ La magia può essere più vicina di quello che pensi, lo diceva sempre mio nonno – rispose Pamock – ma ora è tardi, si fa buio “

“ Io non ho paura di niente – affermò deciso Hanid – anche se i fantasmi …”

“ Anche quelli possono essere amici – concluse Pamock – domani ti racconterò la storia del Fantasma Formaggino “

“ Ah, ah, quello che spalmi sul panino ?”

“ Non scherziamo, i fantasmi meritano rispetto, aspetta e vedrai “

L’indomani, quando i due bambini trovarono un cantuccio riservato, presso un vecchio cancello arrugginito del cortile, Pamock iniziò a raccontare.

“ C’era una volta, vicino ad un paese sulle montagne, un antico castello in rovina, torri mozzate, murature cadenti, grandi varchi e cumuli di pietre dove un tempo si ergeva superbo il palazzo del signorotto del luogo.

Nessuno si ricordava più il suo nome, le sue gesta, la sua discendenza; tra quei muri crollati rimaneva ostinatamente solo una numerosa famigliola di fantasmi.

E’ una vita monotona e noiosa quella dello spettro, deve solo apparire di notte per spaventare gli eventuali intrusi.

Ma al giorno d’oggi nessuno cerca più rifugio tra quelle rovine, ora si va in albergo, in un agriturismo o in campeggio.

Faceva parte di quella strana famiglia un piccolo fantasma, era gioioso e ribelle, sempre impegnato a correre tra le macerie e il bosco vicino, sporcandosi, lacerando la vestina bianca, pronto a scherzi e boccacce con tutti.

All’ora del bagno riusciva sempre a nascondersi in qualche pozzo, buca o anfratto polveroso, dopo inutili urla e richiami della mamma certe volte doveva intervenire il papà inferocito, a trarlo fuori dai suoi nascondigli e portarlo di persona nella tinozza da bucato, piena d’acqua calda e cenere per il lavaggio settimanale.

I fantasmi, si sa, sono emanazioni  di guerrieri defunti terribili e sanguinari o monaci e madame di altri tempi passati, devono per legge spaventare tutti i fifoni che incontrano, far rotolare catene, stridere i denti, ululare e sbeffeggiare i malcapitati che incontrano.

Una volta allontanati gli intrusi, loro ritornano alla loro noiosa quotidianità, girare cigolando di notte, andare a riposare prima del sorgere del sole, svegliarsi all’imbrunire, raccontarsi le solite storie ripetute all’infinito da secoli, farsi il bagno alla domenica mattina, qualche partita  a ramino, rammendi ai lenzuoli, inamidatura di polsiere e colletti.

Quindi, nonostante le apparenze e la credulità comune, rimangono dei soporiferi borghesi tradizionalisti e si può ben capire che l’atteggiamento ribelle del piccolo fantasma aveva suscitato pettegolezzi, richiami all’ordine e qualche rabbuffo.

L’inveterata abitudine di giocare tra vecchie pietre e fango, sporcandosi allegramente, con il tempo aveva prodotto incrostazioni che la povera mamma fantasma non riusciva più a togliere, per quanti sforzi facesse.

Si creava così un odore acuto e maleodorante, specialmente quando il piccolo si nascondeva i certi pozzi antichi, che era fastidioso come quello delle vecchie forme di formaggio andate a male.

Ormai nessuno si ricordava più il suo nome, lo chiamavano tutti “il Fantasma Formaggino”.

Il nostro etereo eroe, per sfuggire alla noia e ai riti domenicali, spesso si alzava di soppiatto di giorno, quando i suoi simili riposavano, e si avventurava lontano dalle rovine del castello, arrivando ad ammirare, nascosto tra i cespugli, i giochi chiassosi e violenti dei ragazzi del paese…

PAMOCK E LA SCATOLA MAGICA


Il giorno seguente, dopo essersi accucciati tutti e due in un angolo del cortile, Pamock iniziò a raccontare.

C’era una volta in un villaggio lontano uno strano signore, alto e magro come uno spaventapasseri, con il viso scavato e sorridente contornato da una capigliatura ormai completamente bianca, mantenuta folta e lunga in ricordo di  giovanili ardori.

Lo si vedeva spesso girare tra i paesi del distretto, si esibiva davanti alle scuole ad eseguire giochetti di magia, piccoli trucchi innocenti per divertire i bambini.

Si chiamava Alfanij Nogavich, soprannominato da tutti “ il Gavij”, in gioventù aveva lavorato anche in un circo, non era mai stato né un domatore di belve né un trapezista, forse lo aveva anche sperato quando era scappato da casa da bambino per unirsi a quei magici carrozzoni della fiera.

In realtà aveva svolto solo mestieri umili, come badare alle stalle e alle gabbie degli animali o aiutare a portare le scatole e i borsoni dei vari artisti.

Era comunque un uomo semplice e sereno, non aveva trovato una compagna di vita e non aveva figli, ma non avendo grandi vizi, salvo qualche occasionale bicchiere di vino, era riuscito a ritirarsi in vecchiaia in una casetta e godere di un piccolo reddito sufficiente a sfamarsi.

Il Gavij aveva sempre ammirato gli artisti del circo, più di tutti i prestigiatori, quelli che da un cappello a cilindro sapevano trarre conigli bianchi o coppie di colombi, da un pugno chiuso una serie infinita di fazzoletti colorati o semplicemente far muovere e quasi ballare le carte di un mazzo come fossero animate da allegri spiritelli.

Ma lui, il Gavij, purtroppo non aveva imparato molto, se prima riusciva in qualche piccolo giochetto, ora le carte gli cascavano dalle mani nodose e dal suo pugno scarnito gli uscivano solo fazzoletti appallottolati.

Però amava veder sorridere i bambini e aveva inventato un giochetto per loro.

All’uscita dall’asilo attirava l’attenzione dei piccoli traendo da una tasca interna del suo pastrano una vecchia scatoletta di latta, color rosso ciliegia e a forma di cuore, faceva pronunciare ai suoi ascoltatori delle formule magiche di loro scelta, tipo “ Abracadabra !” o “ Ticchete tacchete, trocchete tru !” e, fingendo un grande sforzo, l’apriva facendo apparire una quantità di caramelle gommose zuccherate che distribuiva a tutti.

Quando la scatoletta era vuotata il Gavij scuoteva la testa sconsolato, tra gli strilli dei bambini che reclamavano altri doni.

Allora faceva un gesto di avere pazienza, affermava che la scatola magica si doveva riposare un poco per fabbricarne delle altre, la rimetteva accuratamente nel suo tascone, contava fino a dieci, poi con aria furbetta infilava la mano ossuta e venosa dentro il pastrano, afferrava un’identica copia  e mostrandola diceva “ vediamo miei cari se questa volta ha lavorato bene questo piccolo cuore vermiglio “

Faceva pronunciare altre oscure parole, come “ bibbidi boddidi du, scatoletta apriti tu “ ed ecco, che magia, apparivano nuovamente le dolci caramelle frizzanti.

I bambini le divoravano e ne avrebbero volute delle altre, con brutte conseguenze per le loro pancine, ma il trucco non si poteva ripetere, anche se il Gavij avrebbe desiderato di essere foderato di decine di identiche scatolette.

Li rabboniva e affermava di aspettare l’indomani, il magico contenitore si doveva riposare.

Qualche volta si sbagliava e si dimenticava di riempire i suoi contenitori, allora si inchinava e si scusava, arrossendo e scappando poi via con una strana andatura dondolante da papero.

Ma venne un giorno che un piccolo signore collerico, forse un altro nonno invidioso, dalla corta barbetta bianca e dai severi occhiali cerchiati di metallo, si mise in mezzo e lo accusò di creare disordine e fastidio alla scuola, chiamando a gran voce una guardia.

Attirato dalle urla e dallo strepito giunse in fretta un corpulento agente in divisa, con dignitosa severità ascoltò le accuse e subito si pronunciò “ Via i vagabondi, prendo io il corpo del reato “, sequestrando con occhio famelico le due scatolette piene di dolci leccornie…

PAMOCK E L’UOMO VERDE


L’esile Pamock scosse la sua frangia bionda, prese fiato e iniziò con una voce bassa e intonata:   “C’era una volta un essere pauroso e terribile, lo chiamavano ” L’Uomo Verde della Foresta”, o anche “ Il vecchio del Bosco “, ma nessuno l’aveva mai visto bene, certi boscaioli nel fare legna avevano intravisto solo dei movimenti rapidi nel folto scuro dei pini, dei lecci e delle querce, ma nulla più.

Però vi erano state delle persone avide ed egoiste che avevano subito sulla loro pelle l’ira dell’Uomo Verde, quando, mai stanchi di tagliare la giusta quantità di legname, erano andati oltre, distruggendo e abbattendo alberi senza nessun rispetto, per essere poi  travolti  da una improvvisa e fatale rotazione del tronco segato, che si era abbattuto senza pietà su di loro.

Nelle bufere e nelle tempeste, quando il vento faceva gemere i rami e scuotere i fusti degli alti pini, si udiva un urlio, quasi un canto selvaggio, che tutti ritenevano dovuto a lui, il misterioso e terribile Uomo Verde.

Vicino al bosco sopravviveva un povero taglialegna, ormai vedovo e ricco solamente di quattro figli da mantenere, un piccolo orto vicino alla sua casupola e muscoli sufficienti per lavorare duramente a giornata sotto i vari contadini della zona, quando lo chiamavano per zappare i campi, trebbiare, vendemmiare e costruire muretti di pietra.

Faticava instancabile dall’alba del lunedì al tramonto del sabato, quando aveva la fortuna di essere chiamato.

Ma quando arrivava il freddo invernale la  vita della piccola famiglia si faceva più dura da sopportare, le scorte di farina, di pesce secco si andavano esaurendo e il papà tornava a fare l’unico mestiere possibile : il taglialegna, per avere un poco di fuoco e di calore in casa, soprattutto per riempire lo slittino di ciocchi tagliati da consegnare ai suoi compaesani e ricevere qualche soldo per mangiare.

Venne un terribile inverno, per sopravvivere il pover’uomo affidò i tre figli maggiori a famiglie lontane, per imparare un lavoro e togliere delle bocche da sfamare, rimase in casa soltanto il più piccolo, si chiamava Vlad e aveva cinque anni, era minuto e sottile, con grandi occhi azzurro acqua, sempre attenti e come stupiti.

Non parlava molto, anzi quasi pareva muto, forse perché era ormai solo, impegnato nella sua capanna a pulire, sistemare e cucinare il loro misero bortsh.

Una gelida mattina, in cui il vento era leggermente calato e la dispensa più vuota che mai, il piccolo Vlad accompagnò il padre nella foresta, trascinando anche lui uno slittino per cercare legna da vendere.

Camminarono a lungo, la parte esterna e più facile del bosco era ormai già stata tagliata, tra la neve emergevano dei solitari ceppi e i giovani alberelli destinati a crescere come i fratelli abbattuti.

Un piccolo serpeggiante sentiero li portò più avanti nella foresta più fitta e oscura.

L’uomo si fermò in una piccola radura, scelse un albero più isolato, con una corda lo legò più in alto ad un vicino tronco e iniziò ad abbatterlo a colpi d’ascia.

Vlad intanto si era di poco allontanato per raccogliere rami spezzati e schegge di legno per riempire il suo slittino.

Mentre procedeva attento con serietà adulta, come se partecipasse ad un impegnativo gioco, sentì uno schianto ed un urlo disperato.

Corse indietro alla radura e vide il padre che giaceva sotto l’albero abbattuto, gridava  e, per quanti sforzi facesse, non riusciva a liberare le gambe imprigionate.

Il vento aveva ricominciato a sferzare le alte cime delle piante ed era iniziato un urlio sonoro e  una risata sconnessa, sempre più forte, lo stava accompagnando .

Il piccolo Vlad si mise subito a piangere e, non sapendo cosa fare, gemendo si riparò sotto una grande quercia nodosa, come per trovare rifugio, poi con un improvviso scatto rabbioso si girò e balbettando strillò concitato:

“ Se.. sei cattivo Uomo Verde, la..lascia st..stare il m..mio papà, no..noi abbiamo fame !”

Si rigirò a singhiozzare contro la corteccia rugosa della vecchia quercia, un attimo dopo questa sembrò scuotersi per i colpi del vento, poi si fermò improvvisamente, rigida e immobile con i suoi grandi rami, come a riparare ogni colpo della tempesta.

Si ebbe un sussulto sotterraneo, il letto di foglie e di neve sembrò sollevarsi leggermente, le sue lunghe radici si muovevano, quasi a sgranchirsi da un lungo riposo, il movimento si estese agli alberi vicini e in seguito via via più lontano ancora.

Ad un tratto il vento selvaggio si placò, l’urlio divenne quasi un sussurro, la cortina degli alberi si aprì di schianto ed apparve un uomo gigante, coperto  interamente di lunghi capelli verdi intrecciati a foglie ed edera rampicante, da quel colosso muschioso emergeva un ramo nodoso, era il suo braccio che stringeva una possente clava.

I due umani lo guardavano atterriti, bloccando gemiti e pianti, ma senza badare a loro il gigante si avvicinò all’albero tagliato, lo sollevò senza sforzo alcuno con l’altro braccio possente e lo buttò da parte, scomparendo subito nel folto della foresta, tra gli schiocchi dei rami spezzati dal suo passaggio.

Vlad corse dal padre, lo aiutò a risollevarsi, era fortunatamente illeso e insieme iniziarono il lungo ritorno a casa, dove il bambino riscaldò due ciotole di zuppa ed ebbero finalmente riposo.

L’indomani, si ricordarono dell’ascia e degli slittini dimenticati e timorosamente ritornarono a cercarli.

Laggiù nel folto della foresta ritrovarono accanto ai loro attrezzi una grande quantità di rami e tronchi rotti a piccoli pezzi, frantumati da una forza sovrumana, li raccolsero e con numerosi viaggi li trasportarono vicino alla loro capanna.

L’inverno passò più felicemente grazie alla vendita della legna, ma il piccolo Vlad non dimenticò mai la grande quercia che l’aveva aiutato e protetto, era ormai un rifugio, quasi un amico fidato e quando si sentiva solo e triste si muoveva sicuro nella foresta fino all’albero possente, si sedeva vicino, lo abbracciava e parlava con lui.

Le grandi fronde sembravano allora muoversi per una leggera brezza di vento, con un rumore sommesso e armonioso, a cui rispondevano gli altri alberi, persino gli uccellini e gli animali del bosco tacevano, quasi in ascolto.

Pamock finì il suo racconto con un sussurro, come se anche loro dovessero ascoltare il fruscio di una foresta lontana, quasi non vedessero solamente il vuoto cortile.

Hanid si scosse presto e proclamò ad alta voce “ Io avrei combattuto con l’Uomo Verde e l’avrei vinto a bastonate !  Però – aggiunse poi – vorrei avere anch’io una grande quercia con cui confidarmi “

“ Che sciocco che sei, non ne hai bisogno, ci sarò sempre io vicino a te – disse dolcemente Pamock – se vuoi ti racconto la storia, quella della scatola magica che produceva le caramelle “

“ Oh si, che buone, forza, racconta, sento già la loro dolcezza in bocca “

E il suo grande piccolo amico iniziò “ C’era una volta in un paese lontano …”

HANID & PAMOCK


“ Questa sera mi sento molto stanco, raccontami qualcosa di nuovo nonno Talpone !”

“ Non ti stanchi mai, vero ? Va bene, le storie piacciono anche a me. Allora…

C’era una volta in una grande città un vetusto edificio alla periferia, era un casermone grande e severo, con un largo cortile spoglio, un istituto che avrebbe dovuto proteggere dalle insidie dell’ esterno una folla di bambini di ogni età, profughi provenienti da ogni parte del mondo, scappati dalla miseria e dalla fame, con l’illusoria speranza di trovare il paese dell’oro e dell’abbondanza.

Lì vivevano, tra le centinaia di piccoli ospiti, due ragazzini : Hanid e Pamock.

Non erano tra i più piccoli né tra i più grandi, avevano circa sei anni e non potevano essere più differenti tra loro, Hanid era piccolo, bruno e ricciuto, l’altro più alto ed esile aveva una cascata di capelli biondo paglia che strabordavano dalla sua grossa testa dondolante.

Se il primo era di natura agile, scattante, collerico e protervo, Pamock invece era timido, impacciato e dolce, fragile e facile al pianto.

Hanid era rispettato e temuto anche dai più grandi e massicci, aveva degli scatti improvvisi d’ira che spaventavano tutti e una naturale rabbia repressa che si manifestava con urla, scherni pungenti, bravate folli e spericolate.

Non poteva essere più differente dal biondo Pamock, troppo longilineo ed esile per destare qualsiasi paura, senz’altro avrebbe suscitato il riso, anzi lo scherno per la sua goffaggine e la sua ingenuità, se non fosse per il suo disarmante, naturale candore, che lo portava con facilità di passare dalla risata gorgogliante e liberatoria ad un pianto singhiozzante e sfrenato per la minima offesa e avversità.

Eppure questi due bambini di carattere così opposto erano diventati amici, anzi inseparabili compagni di gioco.

Hanid naturalmente era il difensore vigile e scattante del suo protetto, la propria naturale autorità aveva salvato l’altro in diverse occasioni, in caso di beffe e prepotenze di qualche ragazzo ottuso e violento.

Ma non era solo una forma di protezione di un forte nei riguardi di un debole indifeso, era anche un’amicizia complementare, in cui davano e ricevevano in ugual misura, con tenerezza e spontaneità.

Finite le attività di gruppo in cortile e le lezioni nelle aule, i due amici si mettevano a parte, giocavano e parlavano tra loro, spesso Pamock iniziava a raccontare, con voce piana e leggermente claudicante, delle lunghe storie di fatti remoti, accadute in paesi lontani, misteriosi e affascinanti, con personaggi apparentemente comuni, eppure così intriganti e fantasiosi che legavano l’attenzione dell’ascoltatore.

Quelle storie le aveva ascoltate lui stesso anni prima, in tempi felici ormai lontani, da suo nonno, un omone che aveva una voce tonante e autoritaria, che però a suo piacere sapeva modulare e ridurre ad un dolce sussurro.

Ora Pamock le recitava a sua volta, con piccole modifiche che risentivano del suo umore, ora ironiche e grottesche, ora commoventi e tristi.

Ben presto anche Hanid aveva iniziato a raccontarne delle sue, erano avventure e lotte immaginarie che coinvolgevano strani omuncoli collerici che vivevano sotto le piastrelle di certi pavimenti remoti e persino un gruppo di cammelli selvaggi che galoppavano dentro i muri di recinzione del cortile.

Alla fine ridevano insieme delle loro storie, che rendevano lieta la loro infanzia e li proteggeva come una magica bolla eterea da una realtà che avrebbe potuto essere troppo cruda e ostile.

“ Dai Pamock, raccontami la storia dell’uomo verde del bosco, o del bambino che non aveva paura del buio e degli spettri, della scatola magica che creava caramelle dolci e frizzanti o del piccolo fantasma che amava sporcarsi e correre nelle pozzanghere… Forza avanti con una storia”

E il biondo Pamock, con un sorriso compiaciuto, iniziò “ C’era una volta…”