SOLO PER AMORE


Alla fine zio Fiele se n’è andato via.
Nonno Talpone era ancora in un bagno di dolore per la caduta sullo scivolo del box, non si sa poi perché lui debba sempre cadere per frettolosa sbadataggine, ma era ormai più che deciso a questo allontanamento, non poteva più lasciarlo scorazzare nella sua casa, blog annesso.
Alcune conoscenti ed amiche del suo corso di ginnastica della quarta età, tenuto nella vecchia palestra della vicina scuola elementare, erano state avvicinate da zio Fiele e circuite in modo pressante perché cercassero nuovamente l’anima gemella grazie alla sua agenzia matrimoniale.
Passi per le vedove sessantenni, ma insistere con la signora Tullia, arzilla novantunenne e ancora felicemente sposata, perché aprisse il suo cuore a nuovi rosei orizzonti era stato veramente troppo.
Inoltre aveva iniziato una subdola manovra di accerchiamento con i suoi nipotini.
No, non per farli sposare alla loro verde età di sette e nove anni, ma per indagare e carpire i loro risparmi.
Lo Scoiattolino aveva infatti confidato che lo zio Fiele, “Ma chi è questo zio, non ne avevi mai parlato nonno !”, si era più volte informato sui regali monetari ricevuti a Natale, compleanni e nelle occasioni di pagamenti del Topino Azzurro per i dentini di latte a loro caduti.
Quando aveva realizzato che il cospicuo capitale da loro conservato nei porcellini di plastica dorata, ammontante a ben 230 euro, era stato momentaneamente ritirato dalla loro mamma circa diciotto mesi fa, senza nemmeno rilasciare un assegno relativo al suddetto importo , zio Fiele si era profondamente indispettito e aveva brontolato :
“Fatevi almeno pagare gli interessi, direi almeno dieci euro alla settimana, io saprei come farveli fruttare !”
Si era anche interessato alla loro collezione dell’astronave dei Rollinz, che secondo il piccolo aveva un enorme valore, visto la quantità enorme di cibo accumulata nei ripostigli e la dispensa della cucina, in seguito alla loro raccolta presso il supermercato Zeta Lunga.
Purtroppo erano ancora mancanti la principessa Leia e Chubecca, questo ne faceva crollare il prezzo di mercato.
Così, di fronte ad un’ennesima richiesta di prestiti, nonno Talpone aveva finalmente ceduto e , dai mille euro iniziali, dopo una feroce trattativa, vuotando il suo portafoglio, contenente ben 125 euro, aveva almeno salvato il grosso borsellino degli spiccioli in monete varie.
Ieri mattina a mezzogiorno zio Fiele era uscito di casa, dando il braccio da perfetto cavaliere alla Dolores, la nostra donna delle pulizie, quella che ci visita due volte alla settimana per i lavori pesanti.
Per quanto riguarda la Dolores, single sessantenne, che già mantiene qua a Milano una sorella con due figli e nelle Filippine i due genitori e un numero crescente di parenti di vario grado, non credo che potrà essere per lui una lucrosa relazione d’amore.
Avevamo domandato , per pura cortesia, dove sarebbe andato e zio Caino Fiele ,stretto alla sua Dolores, aveva accennato ad un incontro con suo fratello Eva.
Da quanto sappiamo costui, ex campione provinciale di wrestling femminile dovrebbe vivere con qualche gruzzoletto,in un paesino vicino a Bassano del Grappa.
Così, agitando una mano zio Fiele ci ha salutato gentilmente ammonendoci serafico “ Ricordate: il sangue non è acqua, così staccandomi da voi, solo per amore della famiglia andrò a peregrinare per il mondo cercando mio fratello, addio !”

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AMORE GOLOSO


Ha chiamato la mia Istrice : ” Ho visto i piccoli all’uscita di scuola e hanno chiesto di te. Ho detto che eri a Terni a lavorare. A loro manchi molto. Li ho consolati precisando che torni la prossima settimana. Ci hanno pensato un poco poi hanno chiesto che se torni devi portare tante salsicce, quelle buone da cuocere in padella.”

Come nonno posso essere soddisfatto: l’amore c’è ancora, sia pure condito con la golosità.

ZUCCHE VELLUTATE


Certe giornate iniziano con una pioggia continua, insistente, che inizia con gli scrosci del primo mattino per continuare con alterne pause di umidore diffuso fino a notte.

Il vecchio signore l’aveva scrutata dai vetri di casa da quando si era alzato di notte per la sua vescica ribelle.

Quando verso le otto tutta la città era convulsa nel suo frenetico affrettarsi verso la scuola o il lavoro, lui era nuovamente incollato alla finestra, con sensazioni confuse di soddisfazione per non dover uscire dal suo tiepido rifugio ma anche di invidia per le altre persone che , magari maledicendo la pioggia, si affrettano verso impegni precisi.

Lui si sentiva già stanco, con le giunture delle articolazioni dolenti, l’intestino in subbuglio e ogni velleità di impegno sfibrata al suo nascere.

Non era nemmeno giornata da nonni, oltre la breve lista di piccoli impegni la giornata sarebbe stata vuota, come sempre.

In seguito alla sera non è riuscito più a contenersi nel chiuso dell’appartamento, la testa gonfia di carte, schede, letture, confusa dalla solita ricerca di oggetti che non si trovano, occhiali, appunti, chiavette USB, contrariata e sorpresa dal ritrovare invece altre cose vanamente cercate tempo prima.

Non rimane che infilarsi le scarpe di furia, afferrare il giaccone impermeabile rosso e scendere di volata sulla strada, con una tensione ed una fretta inconsulta, senza sapere dove andare, ma deciso a macinare chilometri con le sue gambe, fino a sfinirsi.

Così si fionda nella cortina di pioggia, con il berretto calato sulla fronte che però non riesce a salvare dall’acqua la punta del suo naso, fendendo in un spericolato slalom gli ombrelli gocciolanti e le auto incolonnate che muggiscono impotenti e infuriate.

Per mantenere quel ritmo di marcia scomposto e affrettato lui sceglie vialoni e stradine poco frequentate, quasi deserte.

Dopo un angolo incrocia un paio di persone oscure, rifugiate sotto un piccolo balcone, infagottate in giacconi, tra borsoni e plastiche, che lo salutano allegramente.

Ma lui è ormai oltre, lanciato come un veicolo senza freni, anche se vorrebbe capire, parlare, conoscere quegli sconosciuti stranamente scherzosi in questa oscura serata di pioggia.

Più avanti, all’angolo di una piazza trafficata una giovane donna riparata da un vezzoso ombrellino arancione lo saluta e lo chiama.

Lui si ferma, torna indietro e si chiede chi possa essere quel viso tondo e sorridente dai tratti somatici cinesi.

Mentre l’altra continua a parlare con voce carezzevole lui cerca di indovinare , nell’alone della sua miopia , se possa essere la commessa del suo negozio di telefonia o quell’altra che gli ripara i computer, forse la titolare del suo ristorante preferito ?

“ Andiamo a fale all’amole – precisa spazientita la misteriosa sconosciuta.

Lui balza indietro e scappa via, confuso, sorpreso e imbarazzato.

Galoppa ancora, sotto la pioggia ormai sferzante e dopo pochi minuti si ritrova finalmente a casa sua.

Mentre è chinato a slacciarsi le scarpe gocciolanti prova a raccontare a sua moglie gli strani incontri della serata.

Lei è presa da un convulso di risa irrefrenabile, divertita e saltellante come una pioggia di primavera.

“ Zucca mia, come sei buffo – riesce a mormorare alla fine, battendogli dolcemente il suo testone pelato – ti ho giusto preparato una vellutata di zucca per cena.”

La sua allegra ilarità e il suo saporito manicaretto hanno ora definitivamente cancellato ogni nuvolone nero e sciolto gli umori della pioggia autunnale.

Il vecchio signore, un qualsiasi nonno talpone, si dichiara finalmente rasserenato e si offre di divulgare questa magica ricetta.

Si augura che in tal modo potrete sciogliervi nel suo caldo profumo, offrirlo ai vostri talponi o, speriamo, alle vostre dolci compagne di vita.

DOLCETTO O SCHERZETTO ?


Camminando lungo il marciapiede, mentre sorpassavo un banchetto dei fiori ho notato il gestore che spezzava su un tavolino un grosso mazzo di rami di gialle mimose.

Personalmente amo quella gentile piantina che, insieme alla forsitia, con i loro gialli fiorellini annunciano il prossimo arrivo della primavera e mi spiace lo scempio che ne viene fatto per la festa dell’8 marzo.

E’ un simbolo, siamo d’accordo, ma è ugualmente triste che a pagare siano le piante, come la distruzione dei pini per Natale, abbandonati nelle pattumiere un paio di  settimane dopo il loro acquisto.

Mentre mi allontanavo quello spiritello pungente di nonno Talpone ha borbottato ad alta voce “ Ma quali mimose, ci vorrebbero degli spini, anzi dei rami di piracanta dai lunghi aculei !”

“ Ma che dici? – ho risposto allarmato – sei diventato misogino?”

“ Come al solito non hai capito niente, è per la loro difesa, non ti accorgi che è un’ipocrisia consumistica, un regalo a san Valentino, la mimosa per l’8 marzo, ma poi tanta violenza contro le donne, in un anno ne sono state uccise una ogni tre giorni, oltre a tutte quelle picchiate, stuprate, minacciate.     Meglio regalarle uno spillone come quello delle bisnonne, meglio uno stiletto affilato per cautelarle meglio”.

“ Ma sei impazzito? Questo è istigazione all’omicidio !”

“ No caro amico, è consiglio alla difesa.         Vedi anni fa ho visitato una mostra storica sui coltelli popolari.         Erano esposti quelli a serramanico, quelli fissi, da lavoro, da caccia, da difesa personale.         Avevano manici di corno, di legno, di metallo lavorato artisticamente, anche con lame arabescate.           Curiosi alcuni di metà ottocento che le fidanzate regalavano ai loro promessi sposi, su cui era inciso il motto “ Per lavare l’onore “.         Capisci, fornivano l’arma per essere uccise in caso di tradimento.         Perché il regalo non potrebbe essere valido nel caso opposto, quando loro subiscono la violenza ?”

Non mi ha convinto, ma, mentre camminavo pensieroso, più tardi ho dovuto ammettere che se dovessi mai spezzare il cuore della mia amata Istrice, usandole violenza, non meriterei forse la stessa sorte da parte sua, la più debole, l’ offesa?

Ovviamente domani non le regalerò stiletti, spade, pistole.

Opterò per delle rosse praline di cioccolato Lindor e le domanderò invece di “ Mimose o stiletto ?” , pur sapendo di essere fuori tempo massimo, “ Dolcetto o scherzetto ?”

Pretendendo ovviamente un bacio in cambio.

Perché cosa volete, questi anziani sono sempre degli eterni bambinoni.

ADDIO, ANZI CIAO


Da sabato scorso sarebbe dovuto avvenire il sospirato allargamento settimanale della famiglia di nonno Talpone, con l’arrivo degli Avvocati e i loro graziosi bambini, profughi raminghi da due mesi per i lavori edilizi della loro casa di Wisteria Lane.

L’influenza virale che sta colpendo un terzo degli Italiani li ha bloccati dagli altri nonni, creandovi un piccolo lazzaretto e lasciandoci sani, ma soli.

Dopo l’ultimo post, in cui salutavo nel ricordo un mio caro amico, mi è capitato di leggere sul Corriere di domenica un articolo di Luca Bottura sull’abuso del ciao funebre, così titolato: “ E’ di moda salutare i defunti con falsa familiarità. Così i media dimostrano la loro inerzia mentale”.

Un vecchio signore permaloso, nonno Talpone intendo, l’aveva preso come un affronto personale, ma un’attenta lettura l’ha convinto poi che quel riferimento alla sciatteria e allo stupidario del gergo comune dei media era abbastanza giustificabile.

Non si possono invece accettare le conclusioni con la proposta semiseria di una moratoria del ciao mortuario, per arrivare all’indicibile verità che “ Il Tizio è morto”.

E’ incontrovertibile la differenza tra morti e vivi, ma il cervello umano ha spesso delle convinzioni personali, impressioni, sentimenti, fantasie, sogni, allucinazioni che contrastano con la realtà oggettiva.

Per questo non credo di essere il solo ad avere con le persone amate che non ci sono più un rapporto difficile da spiegare, talvolta in una dimensione diversa, quasi parallela, in uno stato di reverie, come in un sogno, in cui i ricordi sono così intensi da sovrapporsi al reale quotidiano.

Bisogna anche ammettere che più invecchiamo e maggiore è la vivacità delle immagini del passato, con uno struggimento di considerevole entità.

Domenica è mancata la mamma di un vecchio amico, aveva 96 anni, da circa un mese si era ridotta ad uno stato quasi vegetativo, è trapassata quasi accorgersi, ma questo ha sconvolto ugualmente tutti quelli che l’avevano conosciuta e amata.

Era una donna di enorme dolcezza, che a me dodicenne aveva particolarmente colpito, anche perché da un paio d’anni era morta mia madre.

Quella donna possedeva un carattere positivo e brillante, aveva una passione per il gioco del pocker, mi stupiva che allora uscisse quasi ogni sera per una partitina con le amiche.

Fino a una decina di anni fa trovava ancora la compagnia per giocare, asseriva che avrebbe voluto un mazzo di carte anche nella bara.

Oggi al suo funerale ricordavo questa sua battuta al figlio, lui mi ha sorriso complice, abbassando la voce, tra la folla dei parenti, mi ha detto “ L’ho accontentata sai, le ho messo dentro un mazzo da pocker !”

Un omaggio affettuoso, più pertinente di un mazzo di fiori.

Addio signora Fosca, la sua immagine non svanirà.

Tornando a casa, svagato e pensieroso, ho acquistato una dozzina di bulbi fioriti di Nasturzi gialli per la mia Istrice e due vasi di Elleboro dalle bianche corolle.

Altri ricordi questi, di incredibili ammassi fiori che spuntavano tra le chiazze di neve, in quella gita tra le Prealpi.

Era la prima visita a Milano della mia bella romanina, quarantatre anni fa.

Quella grazia di colori, quella perfezione di forme, quel suo profumo che mi conquista ancora, i fiori sono diversamente uguali, lei ugualmente desiderabile.

Non so, lo chiamano amore.

UN TONFO AL CUORE


Un’altra giornata calda di sole, per una situazione meteorologica bizzarra come quella inglese, anche se si è in piena estate questo sembra già un’anomalia.

Dopo aver piacevolmente dormito ben oltre le dieci, nonna Istrice si era svegliata sorridente e felice, scendendo a salutare il marito che, seduto al tavolo della sala davanti alla sua seconda tazza di te con tarallucci alla cipolla, aveva già un’aria mortificata.

Avendone chiesto il motivo, il buon nonno Talpone aveva ammesso che, svegliatosi poco dopo le sei, aveva letto una ventina di pagine di Grandi Speranze sul suo specchietto elettronico rosso ciliegia, poi, in uno slancio di giovanile ardore, si era armato di cesoie e aveva iniziato a tagliare rami, cespugli, rovi, edera e rampicanti vari che avvolgono la casetta ove sono ospiti, dopo probabili anni di abbandono.

Purtroppo, ostinandosi a lavorare in pigiama,ciabatte e soprattutto senza occhiali, nello sfrondare il glicine che oscurava metà della finestra aveva tranciato due grossi cavi elettrici neri.

“ Cucciolo ! Spero che non fossero della corrente ? – aveva chiesto ansiosamente la soave Istrice.

“ Per fortuna no, erano collegati alla parabola esterna del ricevitore satellitare, cosa dirà ora la sorella maggiore ? – rispose il malcapitato, immedesimato ancora nella veste di Pip, schiavizzato dalla sua parente.

La buona moglie l’aveva rassicurato con toni di allegra condiscendenza, ad ogni cosa c’è rimedio, poi aveva preparato la colazione per due e persino superato lo choc di lavarsi con acqua fredda, dato che nessuno dei due aveva capito come funzionassero questi boiler inglesi, dotati di enormi cisterne metalliche coibentate, rinchiuse negli sgabuzzini più nascosti e dotati  di pulsanti, manopole, rubinetti.

Appaiono allo straniero come antiquate locomotive senza ruote, frettolosamente accantonate negli angoli di casa dai tempi della locomozione a vapore di epoca vittoriana.

Infine i due nonni erano usciti per i viali soleggiati, tenendosi per mano e scendendo verso il centro di Cambridge, teneri e spensierati, lui con camicia a maniche lunghe e una severa casacca blu, lei prudentemente con golfino panna e una giacca a vento da velisti color rosso fuoco.

 

Stranamente incontravano uomini in calzoncini e magliette, le ragazze in camicioni leggeri trasparenti o con corpetti aperti ad ogni lato e hot pants.

Poverini, forse erano 25 gradi, per loro evidentemente equivalenti ai nostri 36 – 42, cosa avrebbero fatto mai nel deserto, meditava nonno Talpone, ricordando una passata gita nel deserto rosso giordano, in cui aveva orgogliosamente sfoggiato una lunga giaballah verde bottiglia e un lenzuolino bianco sfrangiato avvolto attorno al capo, tanto da assomigliare, secondo la sua personalissima opinione, al divino Lawrence, il suo mito assoluto di avventuriero.

Girellando per i negozi addobbati con grandi cartelli di saldi e i negozietti delle numerose  Charity nonna Istrice aveva acquistato a pressi di un caffè con brioche due magliette sbarazzine, un giubbotto di lana colorato e una pesante coperta matrimoniale verde bosco.

Alla fine avevano fortunatamente scoperto alla Salvation Army un’enorme valigia di tela con rotelle in cui inserire tutti gli acquisti, volendo ci si sarebbe comodamente accomodata l’Istrice stessa.

Era stato accuratamente perlustrato anche un grande magazzino in cui ogni oggetto costa solo una sterlina, generando un’orgia di ulteriori acquisti, nonno Talpone arraffando pilette colorate con fischietto da calciatore e bussola annessa, set di modellini aerei in balsa da far volare, freccette con bersaglio, ciabattine e cappelli da Batman, pennarelli, DVD di cartoons, libretti da colorare.

Nonna si era invaghita di set di limette per unghie con fantasiosi colori e di una incredibile pinzetta per le ciglia che torce e strappa il peletto anche grazie ad un puntatore laser.

Con il loro valigione baule si erano infine fermati in un Caffè Nero, accomodati beatamente in comode poltrone di cuoio, strategicamente posti dietro alla finestra principale in cui si dominava il passaggio della gente, godendosi lo spettacolo insieme ad una torta double chocolat con panna e cappuccino cremoso, oziando e chiacchierando come due signori d’altri tempi.

Al ritorno, risalendo la china nella calura pomeridiana, si erano man mano sfilati gli indumenti pesanti, infilandoli nel provvidenziale valigione.

Che affare !

Come essere felici spendendo in tutta la giornata meno di 40 sterline!

“ Però ora mi sento battere il cuore in modo convulso, con un  sussulto ogni tanto – aveva confessato nonno Talpone, fermandosi stremato all’ombra di un albero del viale.

“ Bisogna che ti fai vedere, passerotto mio, anch’io prendo ogni mattina la Cardioaspirina – l’aveva rassicurato nonna Istrice, inoltrandosi in un dettagliato resoconto di come potesse variare il battito cardiaco, le sue conseguenze e i possibili rimedi.

Nonno Talpone non capisce proprio nulla di medicina e se ne tiene lontano con una netta avversità pregiudiziale, pari a quella che nutre verso avvocati e architetti, non si sa per qual motivo.

Si erano rimessi in viaggio lentamente, lui trascinando il valigione a rotelle, tenendosi leggermente le mani, teneramente, come quando si incontrarono per caso a Londra 43 anni fa e si dichiararono il loro amore.

Lui adesso, con il suo cuore che tonfa e si contrae aritmicamente, era assurdamente sicuro che batteva in tal modo solo per amore.

 

 

MANUEL & ZAIRA


La decisione di nonna Istrice era ormai presa: dopo mesi di riluttanti indecisioni e scelte sbagliate nell’acquisto presso i grandi empori Fai Da Te, una visita risolutiva presso la mitica Ferramenta Meazza del Carrobbio aveva portato al possesso del giusto porta tende in metallo bianco, con monorotaia scorrevole, da fissare lassù, sul soffitto della camera matrimoniale.

Inutili le scuse, i rinvii, le rimostranze di nonno Talpone, di natura pigra, anzi letargica a detta dei malevoli, sull’altezza del soffitto, ben tre metri e cinquanta, sulle difficoltà di trapanare in precario equilibrio i vari tasselli che dovevano fissare quel tecnologico binario metallico.

Così tre giorni fa, dopo una serie di controlli tra le attrezzature di casa e di cantina, per cercare martelli di varia misura, trapani, punte, cacciaviti, stopper, matite, righelli e metri fissi e a nastro riavvolgibile, lui ha tratto fuori la fedele scala di legno di casa, quella acquistata più di 60 anni fa dal padre buonanima, quella ancora pesante ed appariscente, nonostante i suoi ondeggiamenti e scricchiolii quando viene usata.

Nonno Talpone si è quindi coraggiosamente inalberato in alto, con il porta tende in una mano, due metri nell’altra e la matita tra i denti, mentre la moglie, aggrappata alla base della scala, cercava di mantenere un ondeggiamento controllato.

“ Sposta la riga più in là … no, più vicina alla finestra … noo, ancora a sinistra, ancora un pochino … no, meglio a destra …”

I suggerimenti, anzi gli ordini che provenivano dal basso sembravano quelli che un capitano di un veliero usava rivolgere al suo mozzo, aggrappato al pappafico per legare una cima.

Poi è seguito il segnalamento con la matita dei fori previsti, che per quanto ben marcati poi diventano improvvisamente invisibili, il primo foro di prova, l’avvitamento parziale di un supporto a destra, appoggiando la rotaia sulla sommità dell’anta destra della finestra, discesa rapida del mozzo, spostamento della scala, crollo del cursore metallico sulla sua testa, moccoli da marinaio imbestialito, risate scroscianti di sua moglie “ Caro, ma sbatti sempre la testa …ih iihh .. che buffo che sei !”

Risalita sul pennone, riprese misure, trapanamenti, martellature, avvitamenti, un gran tramestio, ma mezz’ora dopo nonno Talpone era lassù in alto, sfiorando il soffitto con il suo cranio ammaccato, a gridare vittoria, l’opera era felicemente compiuta .

E lui, mentre ondeggiava lassù in precario equilibrio, si sentiva come l’acrobata del circo, quello  aggrappato in alto, al trespolo del trapezio, dopo la spericolata manovra acrobatica, mentre vicino a lui è assisa la sua assistente Zaira.

Eccoli, la famosa coppia di acrobati gitani, Manuel e Zaira, le stelle volanti, il pubblico applaude, anche se in verità è solo lui , nonno Talpone che grida ad alta voce nella stanza, garrulo ed entusiasta.

“ Scendi giù, che lascio la scala, mi fanno male le mani – geme irritata una vocetta dal basso.

Lui si cala con padronale sicurezza, cacciaviti in mano, tre viti in bocca e la matita all’orecchio.

Rimirano insieme soddisfatti la messa in opera del famigerato porta tende, poi l’agile, conturbante Zaira risale con un capo della tenda, mentre Manuel blocca con i piedi e una mano la base della scala, sostenendo con un braccio il tessuto umido di bucato e porgendo i vari gancetti di fissaggio.

Si fissa anche la seconda tenda, si tolgono scala e attrezzi, si stava pulendo il pavimento quando squilla il cellulare.

E’ il figlio promettente avvocato, avvisa che tra poco passerà a ritirare la damigianetta dell’olio umbro, visto che il padre non l’ha ancora portata.

Ma nonno Talpone non è in vena polemica e riferisce concitato “ Sai abbiamo montato la tenda, sì, quella che dovevo mettere un anno fa, eravamo lassù in alto come trapezisti, sì, Manuel e Zaira gli acrobati gitani!”

“ Papaa … papaa … ma che, hai già bevuto stamattina ? Papaa … prepara l’olio e non farmi aspettare. – chiude deciso il figlio primogenito, i grandi avvocati sono gente seria e sbrigativa, non hanno mai tempo da perdere come i pensionati.

Pomeriggio da sogno, pennichella con un libro, cinema d’essai verso sera con la triste storia di Polanski, poi cenetta a casa, con un minestrone casareccio ( Ogni milanes l’è cuntent col su minestrun – cantava il povero Giovanni D’Anzi ).

Ma lì il diavolo vi ha messo la coda.

“ Cosa c’è di formaggio ? – chiede lei.

“ Il pecorino umbro, del parmigiano e le solite croste di pecorino romano – risponde lui incauto.

“ E’ inutile che mi fai notare che c’è il pecorino romano, sei una noia, mi servono per la pizza salata di Pasqua, lo sai, ma me lo fai notare ogni volta, ti ripeti sempre, non ti sopporto più !”

“ E io non sopporto quel puzzolente pecorino romano, vuoi mettere il Parmigiano Reggiano ? Pfui !”

Così hanno litigato, così lui è immusonito, così ha deciso che Manuel romperà il sodalizio con Zaira.

Domenica horribils.

Lunedì di freddo e pioggia.

Ma verso sera, mentre camminavano affiancati per andare a consegnare i documenti al commercialista, l’intrigante mano sinistra di nonno Talpone ha sfiorato e poi afferrato la manina dell’Istrice Prussiana, lei ha resistito un attimo, poi si è aperta, morbida e tenera, per ricambiare la stretta, quella vitale per due vecchi acrobati gitani, Manuel & Zaira, Talpone & Istrice, che importa, fin che vita ci trattiene.