CACCIA AL TESORO


“ Povero piccolo !”

Bisogna dire che nonno Talpone si sta sentendo colpevole, direi rammaricato per l’ultimo post che ha scritto sul suo figliolino, il cucciolo, sì proprio lui, il bistrattato Martello di dio, il suo ultimogenito inglese.

Non che abbia ricevuto rimproveri a tal proposito, il Martello è così impegnato con il suo lavoro di effetti speciali, credo abbia vicina una deadline del film, che ogni giorno parte di casa alle 7.30 del mattino per ritornare alla sera dopo le 9, stracotto, affamato e pronto solo per la cena e il letto, come suo fratello maggiore d’altronde.

Probabilmente non ha ancora avuto il tempo di leggerlo e questo evita per ora dei piccati riscontri.

Ma è giusto precisare che fin da quando il suo babbo, per dirla alla toscana, o “ Il suo Ciccione”, versione famigliare, è arrivato all’aeroporto di Gatwick, il Martello lo ha sempre circondato di affettuose attenzioni, portando la pesante valigia, ripiena di tre grossi pezzi di parmigiano, caciotte, gongorzola dolce, un grosso prosciutto crudo disossato, whisky irlandese single malt di 10 anni; offrendo inoltre generosamente tutta la disponibilità della sua casa.

Appena entrati dalla porta ha chiesto con noncuranza “ Papino, non ti formalizzi vero?”

La domanda era magari superflua, dato che erano tre maschi quelli che dovevano convivere insieme, senza nessuna fanatica dell’ordine prussiano, così si sono inoltrati spavaldi tra bici, mobili, casse accatastate e svariate palline di carta per far giocare i gatti.

Dopo aver gustato giuste porzioni da una scenografica zuppiera di riso bollito con fagioli, carote, lenticchie , finocchietti e altre verdure esotiche elaborate dal barbuto Tasso Irlandese, nella sua fase  momentanea di cucina vegetariana, il figliolo ha voluto precisare “ Ciccione, siamo felicissimi che tu sia qua con noi, che bello! Ma non sentirti in obbligo di fare qualcosa, riposati, vai in giro in centro e goditi la vacanza.   A proposito hai visto il giardino?  No, va bene è buio, domani ti spiego, i pezzi del camino sono quelli là in terra, cosa ne pensi ?”

Poi lo ha strizzato fortemente al petto, cantilenandogli gioiosamente “ Sei grasso, grasso, grasso !”

Ovviamente non contano le parole, ma il tono e le intenzioni con cui vengono pronunciate, per lui era il massimo delle manifestazioni d’amore.

Credo e spero che in ogni famiglia ci sia un piccolo dizionario segreto di parole e frasi, ad uso tribale, per cui appellativi come “ Papera Quack  Quack , Pollo, Tuttopiede, Tappa, Cuccioli di uomo, Grasso Grasso “ sono forme verbali equivalenti ad un bacio o ad un abbraccio affettuoso.

La mattina seguente l’anziano genitore è stato fornito di un mazzo di chiavi per garantire la sua totale indipendenza, ha potuto visionare il giardino e lo stato di consistenza delle varie stanze, con il relativo stato di manutenzione, libero di scegliere e pensare.

Durante le giornate ha sempre ricevuto telefonate affettuose, in cui si chiedeva se si stava divertendo e cosa avesse fatto di preciso.

Non c’è cosa più apprezzabile della libertà, così nonno Talpone, con varie pause per il tè, le puntatine al pub, il sonnellino pomeridiano e i giretti tra vari negozi di ferramenta, ha svolto le sue piccole mansioni da bravo pensionato, quasi fossero una serie di piccoli hobby da svolgere in una caccia al tesoro.

Cavi e prese elettriche, avanti un passo, tavole da segare e fissare al muro, avanti, sciacquone smontato ma bloccato da viti marcescenti, passo laterale, manopole delle porte che cadono a terra avvitate, passo avanti, un’ottantina di quadratoni di pietra impossibilitati da smuovere senza leve e posto dove accatastarli, passo indietro, messa in ordine di attrezzi spaiati, latte di vernice, stracci e rimasugli inclassificabili, passo avanti, come nel gioco dell’oco ( o era dell’oca, non ricordo ).

A sera, attorno al tavolo con il solito riso, verdura e condimenti cino-giapponesi-cambogiani, si chiacchera, si discutono progetti, si beve del buon vino e si finisce con un bicchierino digestivo.

Come avviene in ogni coppia, se uno dice bianco, l’altro ribatte che è nero, così il prato all’inglese ritorna alle beole di cemento, il porta tende di ferro si deve mettere o togliere, le rose si devono o non si devono trasformare in zucchine e pomodori. Nonno Talpone assiste equidistante e salomonico nel dibattito di coppia, molti lavori progettati per ora non saranno eseguiti e lui coltiverà le minuzie : l’ordine e l’acquisto degli attrezzi, le viti da fissare, le lampadine da cambiare, le gomme bucate delle biciclette.

I dieci scatoloni di latte d’olio umbro, le bottiglie e le taniche di vino, le conserve di Nonna Papera sono appena arrivate intatte dallo spedizioniere italiano.

Vuol dire che in ogni caso sopravviveremo.

PAPAAA … PAPAAA …


Qualche tempo fa a casa squillò il telefono e la voce del mio secondo figlio, quello che si considera profugo in Inghilterra anche se là ha passato la maggior parte della sua vita, si è fatta sentire, suadente, insistente, imperiosa e squillante come una tromba che aduni la truppa.

“ Papaaa … papaaa … dai venite su a trovarmi, vorrei vedervi, daiii !”

“ Ma caro, veramente a luglio ci vedremo lassù per più di un mese, ora siamo impegnati – ha cercato di tergiversare nonno Talpone, usando il plurale maiestatis “

Lo si potrebbe considerare un padre amorevole, ma inspiegabilmente ad ogni viaggio, ad onta delle sue pretese di avventuroso esploratore, entra in uno stato di angoscia inconsulta e immotivata.

“ Papaaa … papaaa … daiii!  Ho bisogno di consigli per il giardino di casa, vorrei creare un orto per far crescere delle verdure fresche, daiii !”

“ Ma sì, vai che ti diverti – interloquì subito mamma Istrice – verrei anch’io, ma ho delle lezioni, delle conferenze, dei convegni, ho troppi impegni che non posso disdire”.

Così nonno Talpone accettò incautamente quell’invito pressante; come dire di no ad un figlio?

“ Verrei anch’io – disse poi anche il figlio promettente avvocato – ma devo sempre lavorare, beato te papà che non fai mai niente!”

Ma la trombetta inglese non aveva finito di suonare.

Dopo qualche giorno e via via a giorni alterni il famigerato Martello di dio, quello che pensavo si fosse da tempo acquietato negli ozi matrimoniali, ha continuato a telefonare e domandare.

“ Papaaa … papaaa … si sono rotte le lampade, tu sai aggiustarle, vero ?”

“ Papaaa … papaaa … lo sciacquone del bagno perde acqua, tu dovresti metterlo a posto, quali attrezzi ti occorrono ?”

“Papaaa … papaaa … dobbiamo metter su le tendine in sala, ma con il trapano abbiamo scoperto che il muro esterno è pieno di sassi, tu useresti il martello demolitore, quando vieni lo affitti tu ?”

“ La balaustra di legno si è rotta, vorrei anche mettere un altro corrimano sulle scale “

“ Il camino di pietra nera della sala ci è caduto a terra ed è tutto smontato, tu sai cementarlo di nuovo al muro, vero ?”

“ Pensavo di togliere la pavimentazione di blocchi di pietra nel patio e fare un bel prato all’inglese, sarebbe fico, si tratta solo di un pezzetto, 50 o 60 metri quadri, tu sai come farlo, ne sono sicuro.”

Queste ed altre supplicanti richieste d’aiuto sono arrivate a nonno Talpone, precedute e seguite dal solito ritornello “Papaaa … papaaa … “.

E lui non solo è partito, rassegnato al suo destino di padre, che impone doveri sino alla tomba, ma nel vento gelido e con una sferzante pioggia intermittente ha iniziato da due giorni il suo lavoro di rammendatore casalingo, quello che di solito riesce a procrastinare ed eludere persino a Milano.

Oggi, dopo aver segato e montato in mattinata una doppia scaffalatura per le scarpe, è uscito fuori, ansante e con il mal di reni, ma era spuntato il sole e dopo aver vagato a caso per le vie come un sonnambulo, è entrato in un pub e si è concesso un tardivo breakfast  a base di salsiccia, uova, bacon, fagioli al pomodoro e funghi fritti, accompagnato da una grossa pinta di birra scura e amara, la Bitter .

Quando è ritornato al suo cantiere ha sorbito un solitario tè, ha sgranchito le dita trascrivendo queste poche righe e serenamente ammette di essere inspiegabilmente felice.

BRACCIO DI FERRO


Era poco prima del 25 aprile, se non sbaglio, quando un anziano signore, da tempo in pensione, si è trovato su un treno che lo doveva portare nella sua campagna umbra.

La moglie gli aveva detto “ Vai pure da solo, così non ti annoi qua in città, io ho tanto da fare, inoltre potrai vedere come stanno le nostre gatte e ti divertirai con il giardino”.

Lui si era rassegnato coscienziosamente, come al solito non aveva dormito la notte precedente per una forma di ansia congenita, eppure aveva riempito con cura maniacale il suo zainetto da ragazzo, con il solito computer portatile, una borsetta di pen card varie, qualche cellulare, tre libri cartacei, l’Ebook con 820 titoli, due taccuini per i futuri post e un sacchetto di taralli alla patata e rosmarino, insomma l’usuale kit di sopravvivenza.

Comodamente assiso nella sua poltrona di 1° classe, in offerta a 35 euro, 10 in meno del sedile di 2° del solito Intercity con sconto Carta d’Argento, era stato inizialmente stuzzicato da un buon numero di idee, alcune osservazioni brillanti, qualche spunto polemico e un paio di lontani dolci ricordi.

Ma le gentili hostess erano sempre intorno a lui, offrendo giornali, bibite, dolcini, tè e caffè, così pur con la penna in mano si era trovato a Roma in un attimo.

Arrivato poco dopo alla sua casetta tra gli ulivi, gelida per il lungo periodo di chiusura, era stato assediato da sei gatte festanti e gravide all’ultimo mese, che chiedevano imperiosamente, con cadenza oraria, ciotole di cibo, di latte, di razioni extra di carne, per non parlare delle continue coccole consolatrici.

Il giorno seguente dopo aver ammirato il magnifico prato erboso che arrivava al suo ginocchio, bianco di fiori come fosse appena nevicato, ha dovuto iniziare la consueta schermaglia con il decespugliatore per rendere praticabile un percorso tra gli ulivi, le viti e le piante da frutta.

Dopo una sola ora di lavoro era grondante di sudore, con le braccia doloranti e ancora scosse dal tremito delle vibrazioni subite.

Il giorno dopo ha resistito per un paio di ore e così nei giorni seguenti, con una conseguente stanchezza che perdurava fino all’ora del rifugio serale nel letto.

Si chiedeva speranzoso “ Pioverà domani ?” per essere sempre deluso il giorno seguente; a Milano pioggia a torrenti, a Terni sole e lavoro.

E’ tornato dopo una decina di giorni, “ adesso scrivo “ diceva convinto a sé stesso, ma il tempo è passato e lui ha spesso le mani stanche e la schiena dolorante.

Ieri a tavola incitava i nipotini “ Mangia le lenticchie … assaggia gli spinaci .. prova questo spicchio di mela che ti ho tagliato … vedrai che diventerai fortissimo. Forse riuscirai anche a battere a braccio di ferro nonno Hulk “

Loro due, ingenui e volonterosi, smettevano i capricci, ingurgitavano cucchiaiate e bocconi, provando a turno le forze acquisite e sbattendo fragorosamente sul tavolo la mano del nonno.

Forse il loro vecchio Hulk personale, pelato, con baffoni bianchi e un’ingombrante pancetta addominale, dovrebbe mangiarne anche lui di spinaci.

In fondo nonno Talpone è abbastanza ingenuo da credere lui stesso a queste magiche promesse.

ARCOBALENI


Una domenica uggiosa, fredda e battuta da una insistente pioggia primaverile che sembra non smettere mai.

Rimane il conforto di stare placidamente a casa, senza fretta e senza impegni esterni.

Questo vale soprattutto per la moglie Istrice, visto che oggi non deve correre fuori per fare qualche lezione o tenere un convegno.

Il vostro Talpone , che possiede una carta d’identità in cui è segnalato come pensionato, anche se lui avrebbe preferito la dizione “ nonno”, che gli pare più congegnale, non ha mai questi problemi, tanto che viene comunemente considerato da tutti un nullafacente.

Questa attribuzione che lo equipara a “ disoccupato “ , cui affidare ogni possibile incarico, giusto per tenerlo impegnato e fargli tenere in attività il cervello, al fine di contrastarne una possibile evaporazione.

La giornata stava appunto trascinandosi tranquilla, tra libri, giornali, computer e frequenti assopimenti involontari, quando sua moglie gli ha proposto un pomeriggio al cinema parrocchiale vicino a casa.

La proposta è apparsa subito avvincente e avventurosa a nonno Talpone, il che dimostra a quale livello di senilità sia ormai arrivato.

In compagnia di una signora, vedova di un carissimo amico che li ha lasciati pochi anni fa, si sono recati in quel modesto cinematografo, già affollato di persone piuttosto anziane, donne per la maggior parte, per assistere alla proiezione di “ Quartet “ un film diretto da Dustin Hofmann.

Per quanto leggermente infastidito dalla presenza di tanti vecchietti, quattro o cinque appoggiati a bastoni e stampelle, alcuni altri addirittura pilotati o trascinati da mature badanti, lo consolava il poter rivedere un attore che giudicava amabilmente simpatico; ricordava bene la scena del “ Laureato “ quando urlava il suo amore dall’alto dell’organo della chiesa e poi la giovane coppia fuggiva via, su un autobus, spensierata e felice.

Questo film invece era ambientato in una stupenda dimora inglese di campagna, in cui erano ricoverati una trentina di anziani musicisti e cantanti; si è subito mostrato piacevole, anzi divertente assistendo alle sciocchezze, alle amnesie e alle ripicche puerili dei protagonisti.

Talpone, stretto tra due anziani che lo urtavano con i gomiti e che commentavano ogni battuta, lo avrebbe detto persino definito comico, se non fosse per una certa comunione di sentimenti che inspiegabilmente cominciava a provare.

Lui non è mai stato musicista purtroppo, anche se possiede da anni e in tutta la sua vita ha cercato inutilmente di suonare la tastiera, la chitarra classica, la balalaika, tre ocarine, quattro diversi flauti a canna peruviani, il flauto dolce soprano e contralto, persino lo xilofono e una tromba.

Suo figlio, il Promettente Avvocato, ha ereditato molto da lui, infatti ad ogni Natale ha acquistato e riposto negli armadi un sassofono, un clarino, una chitarra; recentemente si è impossessato anche di un antico pianoforte della nonna, che la dolce consorte, la Capinera Tutto Piede, sta valutando in quale armadio riporre per l’uso futuro degli eredi.

Ma parlavo di quel crescendo di sensazioni provate da nonno Talpone nell’assistere al film, devo ammettere che verso la fine si è accorto che, tolto lo scenario della sontuosa dimora e gli allori della fama musicale dei protagonisti, questi avevano moltissimo in comune con lui e con le persone presenti nella sala.

Certo le arie del quartetto tratte dal Rigoletto erano coinvolgenti, anche se fastidiose nel belante accompagnamento che ne faceva il suo fastidioso vicino di sedia, ma il vedere nei titoli di coda le fotografie degli allora giovani concertisti affiancate agli odierni protagonisti del film, realmente piegati dagli anni, gli ha creato un commovente sconforto.

Accompagnata a casa l’amica, che hanno salutato affettuosamente, dispiaciuti per la sua solitudine, Talpone e signora sono tornati a casa fianco a fianco.

L’Istrice era felice e canterina, lui era perso nella tristezza dei ricordi.

Poi lei ha infilato il suo braccio sotto il suo con una mossa decisa e gli ha detto :

“ Dammi un braccio Zucca mia. – poi cantilenando – Zucca mia, Zucca tua, è più bella la mia o la tua ? – per rispondergli subito con una risatina divertita – La mia!”

Lui, il Talpone, sconcertato e felice, non so come spiegarlo, ad un tratto gli è sembrato di scorgere lassù, tra i tetti contornati dalla prima oscurità della sera, un improbabile scintillante arcobaleno.

ALI’ BABA’


L’altro giorno abbiamo ricevuto una telefonata da una vecchia amica, che ha raccontato la storia drammatica di comuni conoscenti che abitano a Reggio Emilia.

In quella città emiliana, una volta ricca, opulenta, laboriosa, ove tutti avevano un lavoro che svolgevano coscienziosamente, con inventiva e operosità unica, la gente era allegra e buontempona, amava godersi la vita con i soldi guadagnati con fatica;  ora subisce la mannaia della crisi economica, come nel resto dell’Italia, oltre a soffrire i danni dell’ultimo terremoto.

Posti di lavoro sono  tagliati, gli stabilimenti e le fabbrichette ora annaspano in un mare di debiti, con meno ordinativi, meno pagamenti ricevuti, più tasse e balzelli burocratici da subire.

In quella famigliola, che conosco appena, lui ha perso il lavoro, lei è in cassa integrazione, per ora, la figlia che si era appena iscritta all’università  non trova sbocchi occupazionali.

Ora con la vecchia auto battono i mercatini di provincia, cercando di vendere oggettini usati, quelli da un euro o poco più.

Hanno chiesto ad amici e conoscenti se avessero qualcosa di vecchio o superfluo da dare a loro.

Noi abbiamo pulito e impachettato vecchi biberon che i nipotini non usano più, coppie di tazzine mai usate, orologi e radio datate, brocchette, vestiti, libri, che saranno da loro esposti su un lenzuolo o su un tavolino da campeggio in una piazza rumorosa e affollata.

La cosa incredibile è che non si tratta più di mercatini di brocantage ove gironzolare curiosi per cercare l’impossibile affare, ma di posti dove la gente va a cercare e acquistare per necessità le stoviglie o il biberon perché solo un euro può spendere.

Ormai sembra caduta anche la vergogna di mostrarsi poveri, loro, gli emiliani, fino a pochi anni fa così esuberanti e opulenti.

Voglio citare anche il caso di una giovane signora in Umbria, brillantemente laureata in scienze, con una bambina, che ha lavorato per anni come impiegata in varie istituzioni come esperta di contributi e contabilità, sempre con contratti a tempo determinato, poi in vari uffici quale collaboratrice con partita IVA, con stipendio sempre ridotto fino a perdere anche le 500 euro che guadagnava.

Non ha mai trovato un lavoro stabile, nonostante le mille promesse, perché non era raccomandata da un potente locale, di qualsiasi bandiera fosse.

Tante storie simili potrei raccontare, di famiglie che sopravvivono in qualche modo grazie ai genitori o ai nonni pensionati, che fortunosamente sono riusciti a farsi una casa tanti anni fa.

Dalle inchieste giornalistiche e in televisione emergono invece, elitari e staccati dalla gente comune, i rappresentanti di una classe politica parassitaria che sembra non avere questi problemi, anzi si dimostra sempre più arrogante, arricchita e rapace.

Non sono più quaranta i ladroni della favola, secondo le stime di Rizzo e Stella questa nuova classe di potere conta circa due milioni di persone, aristocratici non tanto per nascita ma per cooptazione connivente.

E Alì Babà direte voi?

I tesori nascosti certe volte li trova la Finanza e la Magistratura, anche se non so quanto si riesca a rimettere nelle disponibilità delle casse dello Stato, credo ben poco.

A noi, novelli Alì babà resta solo il “ Gratta e vinci” quel foglietto colorato da un euro che ci offre con insistenza tentatrice la cassiera del supermercato o il tabaccaio sotto casa.

Ecco balenare oltre la porta della grotta il tesoro nascosto dei milioni, delle rendite mensili da diecimila euro, la metà di quella di un parlamentare.

Paga e spera, tanto sperare non costa niente.

Anzi no:  un euro prego.

RIENTRI


Come rientrare, in una giornata di pioggia, con un mal di stomaco che sembra strizzarti dentro, con la solita stanchezza svogliata, senza alcuna idea brillante ?

Sono sempre io purtroppo, un anziano pensionato che brontola, si lamenta, depresso nei giorni pari, nei giorni dispari solo abbacchiato.

Perché scrivere dunque ?

Meglio continuare a stare zitto, covare i propri nuvoloni di pioggia, latitare, fingere di essere impegnato in qualcosa di importante, di necessario, attività che impediscono per un certo periodo di avere del tempo da dedicare ad un post di nonno Talpone.

Il fatto reale è che questa latitanza mi crea un senso di colpa abbastanza insistente e fastidioso, con un ridicolo effetto di corto circuito.

Mi sento troppo stanco e depresso per scrivere una pagina delle cronache di nonno Talpone, ma se me ne allontano per troppo tempo mi sento ancora peggio, senza una valvola di sfogo ai pensieri negativi che mi ribollono dentro, senza una valida risposta alle domande che mi vengono poste sul motivo di questo silenzio.

Questo blog è nato casualmente due anni fa come tentativo autoironico di sopportare me stesso, una persona qualsiasi che si ritrova improvvisamente, come per caso, carico di anni, con un corredo di piccoli tic e manie in fase di preoccupante espansione, dei vuoti di memoria e un dilagante bagaglio di ricordi lontani, un incerto futuro a cui assoggettarsi, alla scoperta di un mondo sia interno che esterno che appare difficile da interpretare.

Nello stesso tempo con la consapevole felicità nel frequentare i bambini con il loro universo incantato e puro, che ne fa dei provvisori angeli presenti tra noi, noi adulti colpevoli spesso di non ascoltare e imparare da loro, per ritrovare una gioia e un’innocenza primitiva, che abbiamo ormai dimenticato.

Dimenticavo: questo blog è anche e soprattutto un atto d’amore verso i miei figli, l’Avvocato Sportivo e il Martello di dio, i rispettivi adorabili consorti, i due teneri nipotini, la cui presenza fa di me un nonno felice, non ultima la mia Istrice Prussiana, che non gradisce che si parli di lei, richiesta che fatico ad accogliere, dato che è parte di me stesso, la mia metà migliore, il mio amore spinoso.

Ecco, in qualche modo sono rientrato nel blog, con un atto di incosciente spudoratezza, ripetendomi forse, da anziano noioso, ma è stato un atto liberatorio.

Il  vecchio amico nonno Talpone spero  mi assisterà ancora, per aiutarmi nelle giornate future, come un bizzarro placebo medicinale, da assumere a piccole dosi, via internet.

RAGNATELE


Mi spiace, sono stanco,attardato e quasi catatonico.

Per le vacanze di Pasqua mi sono trovato in Umbria tra piogge, cene inesauribili e lavori di potatura affrettati.

Quella che dovrebbe essere una sensazione di fiacchezza primaverile la interpreto come un logorio interno con cui devo convivere e assoggettarmi pazientemente.

Le scale risalite con il batticuore, aggrappato al corrimano, l’ansimare ad ogni sforzo, il torpore che spesso mi avvolge come una ragnatela.

Poi avviene la scossa, un improvviso risveglio, come oggi quando per poche ore abbiamo avuto a pranzo i gioiosi piccoli con l’aitante papà e la sorridente fringuellina, avvolta in una vaporosa sciarpa a difesa di un’influenza che la perseguita da giorni.

Il sorriso gioioso dei nipotini è sempre un tonico miracoloso, scuote la polvere dell’accidia, stimola la mente rattrappita, risolleva dal torpore.

I bambini hanno raccontato eccitati le loro giornaliere scoperte, si sono confidati trepidanti, il loro è stato come sempre un cinguettio armonioso che non manca mai di incantare.

Oggi con lo Scoiattolino abbiamo provato a contare sulle dita la quantità delle lettere di ogni possibile parola scoperta, per quanto difficile e contorta.

Accoccolato in grembo, enumeravamo intenti, stendendo le dita delle nostre mani, sillabando cauti le nostre invenzioni, che poi lui trascriveva in modo accurato su grandi fogli di carta quadrettata.

Ora a sera scruto i nostri fogli di gioco e mi sorprendo di vedere delle lettere contorte in serpentine islamiche, quasi scarabocchi senza senso, come un minaccioso avvertimento del sentirmi solo, sotto l’abbagliante lampada che sta a fianco della mia vecchia scrivania.

IL PRINCIPE CONSORTE


“ Piacere, sono Alfredo Nogavi, principe consorte.”

Così mi sarei potuto presentare oggi ad un ipotetico visitatore che avesse suonato alla mia porta.

Mia moglie è stata fuori tutto il giorno per lezioni all’università, come ha fatto e farà per questo e analoghi motivi didattici ogni giorno della settimana, specialmente in questi due mesi.

Mi domando “ Ma ti stai forse lamentando? Sei geloso, invidioso, accidioso? E’ primavera, c’è il sole, non sei malato, nel tuo modesto tenore di vita non hai voragini improvvise. Smettila dunque di brontolare.”

E’ vero, è tutto perfettamente ragionevole, mi sento giù, se proprio fosse necessario andrei dal medico della mutua o dall’amico psichiatra a chiedere qualche pillola, di quelle che schiacciano e allontanano il senso di angoscia, di paura immotivata, di questa tristezza insensata che mi lascia a guardare immoto la parete di fronte, mentre mi manca il respiro, subendo inerme un improvviso attacco di panico.

La colpa non è della moglie, intelligente, motivata, con solide e innate capacità di comunicazione e di empatia, il responsabile sono solo io, mi vergogno di ammetterlo.

Ma quando manca il supporto dei bambini, quando i pochi amici rimasti sono lontani, non mi rimane che questa ciambella di salvataggio del blog, che senza un tocco di autoironia mi tiene a galla a stento.

Passerà, magari anche nel breve periodo, ma sento che descrivere le mie sensazioni mi accomuna a tanti altri principi consorti.

Niente regine, manager di successo, docenti o impiegate, anche solo casalinghe regine della loro casa, parlo solo dei principi consorti arrivati all’età della pensione, e in questo già dei privilegiati, quelli che si sentono soli, inutili, brontoloni e accidiosi, relegati in casa.

Le mogli hanno l’abitazione da seguire, i pasti da preparare, mille piccoli impegni e inesauribili conversazioni con amiche, vicine, parenti.

L’uomo in questo è carente, direi che soffre di una serie di handicap.

Se cerca di fare qualcosa nella casa, lasciando anche perdere la difficile arte culinaria, di solito la fa sbagliata, crea maggior danno e la moglie lo manda fuori con un consiglio “ Esci a fare due passi, qua ingombri, fai un po’ di moto, smettila di guardare la televisione o di stare appiccicato al computer, anzi visto che sei in strada comprami queste cose che ti ho scritto nella lista”.

Lo accompagna materna alla porta, con la consapevolezza che dei quattro oggetti segnati, due li sbaglierà, come marca o tipologia, tornando invece con altri acquisti inutili.

Ecco questo è un breve schizzo dei principi consorti, eppure anni fa erano così brillanti e simpatici …

IL MONDO SENZA LE DONNE


Questa mattina al ritorno dalla piscina stavo facendo una serie di considerazioni di tipo statistico.

Contando la presenza femminile nel corso di nuoto per la terza età, mi sono accorto che il rapporto donne uomini era due a uno.

Nel corso di ginnastica comunale per anziani il rapporto sale a venti a uno, talvolta sono il solo maschio, peraltro a rimorchio di mia moglie, in una palestra con quaranta donne.

Quando praticavo yoga vi era il medesimo rapporto, ero costretto a cambiarmi in bagno, per quanto le mie eventuali velleità mache nello spogliatoio comune fossero pressoché nulle.

Nei blog della rete la maggioranza femminile è schiacciante, come nonno poi mi sento tremendamente solo, se non contiamo quello che vende formaggini e un defunto bestemmiatore campione della parolaccia.

I pochi amici rimasti della mia età nella maggioranza non sanno usare il computer, non praticano sport, lavorano spesso disperatamente per non sentirsi inutili, ne vedo molti girovagare stralunati per le strade, trainati da zampettanti cagnolini.

Esiste anche la minoranza dei sempre giovani, che sfoggiano macchine sportive, battelli e barche da regata attorniati da ventenni innamorate, secondo il noto cliché  del nostro piccolo comandante supremo.

La vecchiaia è una malattia inguaribile, in fase di deterioramento progressivo ( oggi sono come al solito ottimista ), ci sono rassegnato e vengo tenuto a galla principalmente dalla mia Istrice Premurosa.

Intelligente quella ragazza.

Essendo ormai nota la mia paura per i cambiamenti, i viaggi e gli spostamenti, che mi procurano insonnie e tremori preventivi, sabato scorso, la mattina, sono uscito a passeggio con lei, siamo passati vicino alla Stazione Centrale, ove mi ha chiesto di seguirla all’interno e poi su un treno.

Mi sono trovato così a viaggiare sino a Verona, per ammirare l’esposizione “ Da Botticelli a Matisse, volti e figure”.

Due ore d’incanto davanti a quei capolavori, poi un ristorantino “ Romeo e Giulietta “ i cui locali erano addobbati con sorridenti streghe che montavano manici di scopa.

Una piacevole passeggiata per le antiche vie del centro, una visita a Castelvecchio e il ritorno in serata, senza ansie e traumi.

Mi sembra di averla vista al computer a smanettare qualcosa su New York, ma non voglio approfondire.

Mi domando, e non da oggi, come sarebbe il mondo senza le donne.

T’ARRICORDI ?


Oggi finirà la nostra piccola quaresima, dopo una settimana di assenza andremo all’asilo e alla scuola dei nipotini per stare insieme con loro, giocando e scherzando per tre sole ore.

Sentirò ancora il Polipetto chiedere “ T’arricordi nonno quando facevi il cavallo e io l’imperatore ?”

Poi messo a carponi lo farò salire in groppa al vecchio ronzino, con una tovaglietta legata al collo come un mantello, mentre lui brandendo uno stecco o un ombrello come una spada, mi spronerà verso la conquista dell’altra stanza.

I “ T’arricordi ?” arriveranno a fiotti, per disegnare insieme castelli e animaletti, per costruire il palazzo di Lego del sindaco Pisapia e dei suoi vigili, per iniziare gare di formula uno con macchinine malconce.

I piccoli non sanno ancora che i nonni vivono di ricordi, anzi questi sono ogni giorno più preponderanti dei fatti reali, verso la fine saranno quasi assoluti, rendendoli più facilmente assimilabili alla loro essenza finale : un ricordo, si spera piacevole.

Forse per questa magia del ricordo nonno Talpone cerca di frequentare le persone che gli fanno rivivere gli amici più cari, quelli di cui non è rimasto che un nome, delle immagini care.

Ieri ha finalmente incontrato in una pasticceria ( luogo perfetto di incontri, vero mammina?) un vispo ragazzino di due anni, che porta il nome di un suo caro amico, che lo ha lasciato tre anni fa.

Un’assurda e puerile speranza di trasmigrazione delle anime, legata alla fatalità di un nome.

Il piccolo biondo e vivacissimo, doverosamente accompagnato dalla sua dolce mamma, ha giocato, scherzato, strillato di gioia in compagnia di un vecchio signore, alto, pelato, dal naso buffo, specialmente quando vi ha appiccicato una rossa pallina da clown.

Talpone cercava di impersonare anche il nonno che il piccolo non ha mai potuto conoscere e in realtà si è divertito immensamente, come fosse un nuovo compagno di giochi.

Spera di rivederlo ancora, mamma permettendo, per poter scherzare come un nonno virtuale, in forza di un ricordo di un nome.

Chissà, in futuro, una volta cresciuto, il ragazzo chiederà “ Mamma, ti ricordi quel signore che veniva a giocare con me ogni tanto, ma chi era ?”

Un nonno, un uomo buffo, un guizzo di ricordi,  come lo stridio gioioso di un gabbiano.