PAPA’ E’ AL LAVORO MA TORNA


Da qualche tempo il posto di lavoro è un problema preoccupante per tutti, non solo per i giovani al primo impiego o per i cinquantenni che perdono improvvisamente il loro posto creduto sicuro, ma anche per quella classe di mezzo di specializzati tra i 30 e i 40 anni che devono adattarsi alle esigenze di chi vuole la loro esperienza e la loro duttilità, ma chiede anche di muoverli in posti più o meno lontani secondo la necessità.
Spesso le esigenze sono temporanee e il loro coniuge e i figli non possono seguirlo, per motivi vari : il posto di lavoro di chi rimane, la casa di proprietà, le scuole, o il supporto famigliare necessario.
Conosco molti figli di amici che per motivi di lavoro devono spostarsi e soggiornare all’estero o in città più o meno lontane, ritornando a casa solo il fine settimana.
Qualcuno sostiene che questo mette in crisi la famiglia e ne provoca la rottura insanabile.
Personalmente vi ho pensato molto, ma non penso che sia così; se il rapporto a due è basato su amore, rispetto e fiducia non basta la lontananza a dividere la coppia.
Se adesso sembra che l’impiego vada inseguito dove c’è e alle sue condizioni, non posso scordare che anche negli opulenti anni ’70 molti colleghi venivano al lavoro a Milano pur provenendo da lontane città, condividendo tra loro un piccolo alloggio, per ritornare a casa solo il venerdì sera.
Per non parlare di quelli che da giovane vedevo partire per la Francia, il Belgio, la Germania come emigranti e ritornare ai loro paesi solo per Natale, Pasqua e Ferragosto.
Quando ero ancora bambino ricordo che mio padre, tecnico di auto di formula 1, era spesso assente per una o due settimane, ma non per questo veniva a mancare a me o a mio fratello il senso della famiglia, che è stata sempre unita e affettuosamente partecipe fino alla morte precoce di mia madre.
E’ ben vero che un vecchio proverbio, troppo spesso citato, afferma che “ l’occasione fa l’uomo ladro “.
Ma bisogna essere ladri nell’animo o non sapere che cosa sia l’amore.
Purtroppo forse quest’ultima è l’amara verità.

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CLASSIFICHE CONIUGALI


“ Il progresso è la legge della vita … ( noi ) continueremo a fare progressi anche se andassimo all’indietro. “
Da “ I morti di Jerico “ di Colwin Dexter

Dite quello che volete, ma certe volte la mia vita sembra avanzare a gambero.
A vent’anni lei mi amava ed ero il primo della lista.
Dopo il matrimonio con il primo figlio sono passato in seconda posizione.
Alla terza con la nascita del secondo.
Avanzai al quarto e poi al quinto posto con la venuta dei due nipotini.
Da Natale con i regali gattari alla moglie mi sono piazzato all’onorevole posizione numero 7, dicono però che quello sia un numero magico.
Ma la vita potrebbe essere ancora lunga, potrei essere promosso ad ulteriori avanzamenti, fino a quando la mia adorata Istrice Prussiana mi sopporterà.

CAMPERA’ CENT’ANNI


Alla fine nonno Talpone è riuscito a ritornare nella sua grande città con la Golf Gertrud, che nonostante scricchiolii vari e un certo ansimare nelle salite, si è mostrata ancora una volta teutonicamente affidabile.
In conclusione polli e talponi sono in salvo.
Magari è stato faticoso fare i tre piani a piedi con borse, pacchi e valige, scaramantico trovare un buco di parcheggio tra le strade in zona Loreto, ma quando si è giovani e ottimisti, diciamo incoscienti, tutto si può fare.
Alla sera, indossato il pigiama a righe, prima di infilarsi nelle fresche lenzuola, nonno Talpone ha chiesto in tono insinuante ed affettuoso alla sua dolce metà :
“ Chissà come ti sarai sentita tutte queste notti, sola nel letto ?”
“ Benissimo ! – è stata la pronta risposta – Nessuno mi tirava via le lenzuola nel rigirarsi e potevo finalmente dormire senza i tappi antirussamento.
Una vera meraviglia !”
Ecco, almeno sono sicuro che lei camperà cent’anni.

LA MAGIA DEL SABATO SERA


Il sabato sera ha in sé una certa magia, in fondo è un’implicita promessa di festa, di divertimento, di baldoria.
Poi passano gli anni e purtroppo le serate folli dei vent’anni, quelle passate in compagnia di un’incredibile numero di conoscenti e di amici, si riducono ormai a qualche cena in casa di uno o dell’altro, ad un film visto in coppia nel vicino cinema o a una tranquilla serata a casa propria, minestrina e televisione.
Questo sabato sera mi pareva vagamente che ci fosse in previsione una trattoria fuori porta a mangiar le rane e quindi non mi sono stupito quando alle sette ho visto mia moglie che si era cambiata l’abito e si truccava.
“ Quindi andiamo fuori a degustare le rane? – ho chiesto, alzandomi pigramente dalla poltrona con un libro tra le mani.
“ No, vado a teatro con quattro amiche , quelle di ginnastica, non ti ricordi?
Ma già, tu in palestra ormai ci vieni poco o niente.
Ti avevo anche detto che la cena delle rane ci sarà la prossima settimana, se c’è brutto tempo, altrimenti andremo a Casina d’Emilia con i nostri amici , il chirurgo e la moglie.
Non farmi ripetere sempre le stesse cose, guarda che è anche scritto sul calendario in cucina. – fa lei infastidita – Ti ho lasciato il minestrone e il bollito con i nervetti in frigo, io torno prima delle undici.”
L’abitudine di scribacchiare su quel calendario color paglia della famiglia meneghina, appeso sull’uscio dello sgabuzzino, nascosto dietro la porta della cucina, è una calamità costante che non capirò mai.
Abbiamo già il grosso frigorifero nascosto da decine di foglietti, poster e gualciti volantini, fermati fortunosamente da piccole calamite colorate, che occorre acquistare ad ogni viaggio, mostra o negozietto.
Tutte le pareti piastrellate invece sono oscurate da disegnini, acquarelli, foglietti di ogni forma e colore ricoperti da schizzi e artistici sgorbi prodotti degli amati nipotini.
La nostra cucina ricorda quei corridoi d’università con tabelloni in cui si mescolano confusamente proclami, disposizioni, offerte di corsi di yoga e di meditazione zen, proposte di scambi di libri e oggetti di ogni specie.
Quindi le decise affermazioni di mia moglie mi fanno rimanere piuttosto male, la carenza di memoria è sempre una cosa vergognosa, come la sordità senile o la dentiera che ti balla in bocca.
“ Me ne andrò fuori al ristorante –ho subito risposto indispettito, con un’aria di dignità offesa.
Così lei è uscita con una scia di profumo e io con un paio di vecchi pantaloni di fustagno e un corto gilet di piumino, determinato e altezzoso.
Sceso sotto casa nel buio umido della strada, ho lasciato che i piedi mi portassero avanti con un passo frettoloso verso una meta, di cui non avevo la minima idea.
Più tardi mi sono ritrovato tra le vie della periferia di Lambrate, in viali quasi deserti, con fari delle auto che schizzavano via intorno a me, tra una nebbiolina maleodorante e un’oscurità rotta ogni tanto da insegne di negozi chiusi e bar deserti in cui venivano calate le saracinesche.
Finalmente è apparsa la salvezza: un ristorante pizzeria arabo, con le vetrate opache ma luminescenti.
Una volta entrato mi sono ritrovato in mezzo a una lunga fila di persone di mezz’età che attendevano pazientemente di ritirare i cartoni di pizza da portare a casa, oltre loro si intravedeva uno stanzone con una decina di tavoli con tovaglie di plastica, su cui galleggiavano alcuni cestini di vimini con fette di pane, solitari mini confezioni di grissini, dei gruppi di olio-aceto-sale-pepe in metallo scrostato e qualche bicchiere con fiorellini di plastica opaca.
Mi hanno trovato un posto al tavolo degli avventori solitari, con un vicino che dormiva con la testa appoggiata al muro, davanti ad un piatto sporco di avanzi.
Ho ordinato in fretta un piatto di spaghetti alle vongole, che mi sono stati portati dopo tre minuti, insieme ad un quartino di vino acidulo.
La pasta tiepida sguazzava in un brodo abbondante con qualche vongola mestamente adagiata nel groviglio degli spaghetti.
Ho avuto anche l’incoscienza di ordinare in seguito una pizza, dal curioso nome che gli veniva dato nel menù plastificato che mi avevano portato, “ Mangia e Taci”.
Così ho ubbidientemente consumato in silenzio la mia cena del sabato sera delle meraviglie, di fronte ad un televisore megaschermo in cui si agitavano dietro ad un pallone degli uomini con magliette diversamente colorate.
La fila dei mangiatori di pizza si muoveva lentamente ma mutava poco la tipologia: giovani coppiette male in arnese, anziani sposini con cappotti e sciarponi, un paio di famigliole con piccoli rumorosi e urlanti, che ci passavano vicino e ci scrutavano incuriositi come allo zoo.
“ Mamma perché quel signore pelato ha il cestello del pane se mangia la pizza?”
“ Perché quello là dorme contro il muro, non ha una casa con il letto?”
Sbocconcellata in fretta la mia pizza piccante e oleosa, mi sono alzato, in qualche modo mi ero nutrito, non avevo nemmeno una parete su cui appoggiare la testa, se avessi potuto ignorare il brusio crescente, le risate e i commenti dei clienti che continuavano ad entrare per celebrare nel loro piccolo la festosità del sabato sera.
L’aria fuori era ancora più umida e fredda, le vie ancora più solitarie e cupe, non mi restava che ritornare infreddolito verso casa.
Intanto pensavo a come sia triste il vivere soli, anziani e senza futuro.
Le immagini mentali incalzavano sempre più cupe e frenetiche, quasi assaporavo quell’amarezza rancida del solitario, del reietto, del fallito.
Dopo una mezz’ora mi sono rifugiato a casa, per fortuna la vecchia casa centenaria di mio padre, con i suoi libri, i variopinti quadri alle pareti e il suo disordine creativo mi ha accolto e coccolato.
Due bicchierini di grappa hanno dissolto il freddo e gli incubi.
Poi è ritornata lei, allegra, briosa, cinguettante e chiacchierina.
Ha voluto raccontare minuziosamente la complicata trama della commedia a cui avevano assistito.
Io, ancora con il volto imbronciato, dentro mi sono sciolto e silenziosamente mi sono detto che per essere un pasticcione solitario e permaloso ho avuto l’incredibile fortuna di aver incontrato un piccolo angelo, dalle ali candide come il suo nome.

LA MEMORIA DEI NONNI


Giorni fa aveva ascoltato alla radio il Papa che in una sua omelia elogiava la figura dei nonni e la loro importanza nelle famiglie, nella società e ne era rimasto stupito.
“ Ma come, i nonni ci sono ancora ?”
Poi il 2 ottobre alla festa di matrimonio della figlia del suo amico psichiatra aveva udito il discorso della sposa, che chiedeva un brindisi alla memoria dei suoi nonni, da anni ormai defunti, affermando con voce leggermente stridula e arrocchita “ Al ricordo dei nostri cari a cui abbiamo voluto un immenso bene e da cui abbiamo ricevuto tanto amore “
Lo sposo seduto al suo fianco assentiva meditabondo con il capo, generosamente pronto a condividere in quel giorno così gioioso e lungamente atteso lo strabordante affetto della sua amata.
Nonno Talpone non comprese sino a tarda serata di quel fatidico 2 ottobre, dopo aver casualmente controllato su Google, che era ormai quasi trascorsa la festa nazionale dei nonni, ricordandosi improvvisamente che anche lui era un nonno di due gioiosi nipotini, oltre, sia pure in forma putativa, di numerosi altri piccoli amici.
“ Ne devo senz’altro parlarne di questa mia scoperta – si disse convinto – anzi ne scriverò sul mio blog, dovrei averne uno, credo.”
E’ passato qualche giorno, lo so, mi rendo conto inoltre che sono diversi mesi, forse un anno, che il suo blog, solitario sfogo di un anziano nel mare immenso della rete, agonizza in attesa di un suo risveglio.
Ma non voglio fare critiche o commenti sarcastici, nel mio intimo sono felice che lui si sia fatto vivo, sia pur svagato e lunatico come sempre, così sinceramente lo saluto con un “ Ben tornato vecchio compagno nonno Talpone !”

HAPPY ST. VALENTINE


Le vacanze con la sorella maggiore, anche se hai 70 anni, sei sposato e plurinonno, comportano uno stato di sottile sudditanza, gentile ed amorevole, ma con un continuo e sottinteso richiamo all’ordine.
Nonno Talpone invece, proprio perché rimane sempre il baby brother, si sente come il ragazzino in gita scolastica, pronto agli estri improvvisi e alle fughe continue verso una chimerica libertà.
Vi è comunque l’Istrice Prussiana, sempre pronta a tirare il freno, così ad esempio è stato cortesemente dissuaso dall’usare la bionda visiera da tennista fuori dalle mura di casa.
Ma almeno è riuscito a perlustrare tutte le charity e i librai antiquari di Cambridge, con la scusa di ricercare qualche libro di botanica amazzonica per la nipote spoletina e scoprire eventuali antichi giocattoli per i suoi nipotini.
Ieri sera la sorella maggiore, alla vigilia del commiato, l’ha portato, insieme ai rispettivi coniugi, ad una festa di san Valentino, tenuta al college dei futuri cuochi e camerieri.
All’ingresso era stato distribuito il raffinato menù, con rossi cuoricini sparsi,loro sono stati fatti accomodare in un salone con palloncini rossi e una dozzina di tavoli addobbati festosamente con stoviglie e fine cristalleria, sulle candide tovaglie erano sparsi dei minuscoli cuoricini.
menu st valentine
I camerieri erano un gruppo di giovani e goffi ragazzotti, piuttosto intimiditi e cortesi, con delle mani tremolanti quando dovevano servire il vino nei calici o mescere il caffè nelle tazzine, ma bisognava riconoscere loro una indiscussa dose di buona volontà.
La serata all’esterno era orribile, con pioggia e vento di burrasca, ma all’interno di quel salone, con le candele accese, anzi veramente con i piccoli lumini bianchi, aleggiava un’atmosfera di estrema pace.
lovers at st valentine (3)
Era la prima volta che loro quattro festeggiavano san Valentino ad un ristorante.
A dir la verità vi si erano recati alle 18.30 come da prenotazione, un po’ presto magari, ma gli inglesi sono sempre originali, erano stati i primi ad entrare e man mano giunsero altre coppie, stranamente con i capelli bianchi, visi lievemente rugosi, andature affaticate.
Vi si sentiva un leggero brusio, il fruscio dei passi esitanti dei giovani camerieri, i movimenti felpati di nuove coppie che entravano, ora il salone era ormai colmo di una ventina di settantenni, i lumini crepitavano leggermente sui tavoli ingombri di rossi cuoricini.
Nonno Talpone era compiaciuto ma perplesso, più che un veglione di san Valentino quella pareva una veglia.
Alle 21 sono usciti tutti, pronti a far nuovamente baldoria.
A casa ovviamente, per addormentarsi davanti al televisore.

ADEMPIMENTI CONIUGALI


L’aveva ritrovato a tarda serata, quando era ormai l’ora della breve lettura prima che cali il sonno.

Gli era apparso stanco, anzi stravolto e nonno Talpone gli aveva elencato con tono strascicato e meticoloso gli avvenimenti della sua giornata.

“ Alle otto stamattina ha trillato la sveglia vocale del telefonino, con quella voce crudele da sergente maggiore che chiedeva ai presenti di alzarsi subito.

Toeletta veloce e meticolosa, poi le quattro medicazioni prescritte alla povera Istrice.

La colazione da preparare, lo svuotamento della lavastoviglie, la messa in ordine di casa.

In seguito con cadenzate ravvicinate le altre incombenze: spesa al supermercato, preparazione del pranzo, le quattro medicazioni, tavola da apparecchiare, servire, sparecchiare, passare la spazzola antipolvere sui ripiani, quadri, scaffali, libri, altre quattro medicazioni, passare l’aspirapolvere nelle stanze, strofinare con lo straccio bagnato i pavimenti con piastrelle; ben due volte, ci pensi ?

Altre somministrazioni di colliri, preparazione della cena, apparecchiare, sparecchiare, mettere a posto.

Per la verità non ho dovuto stirare le camice per ora, non abbiamo avuto i bambini, non ho lavato i vetri.

Ora sono finalmente steso a letto sotto le coperte e non ho più forze.

Però mi ritengo ancora fortunato.”

“ Ma scusa perché dici fortunato ? – non aveva potuto fare a meno di chiedergli.

“ Semplice – ha sussurrato nonno Talpone – mia moglie per ora non ha preteso gli adempimenti coniugali.”