LA MAGIA DEL SABATO SERA


Il sabato sera ha in sé una certa magia, in fondo è un’implicita promessa di festa, di divertimento, di baldoria.
Poi passano gli anni e purtroppo le serate folli dei vent’anni, quelle passate in compagnia di un’incredibile numero di conoscenti e di amici, si riducono ormai a qualche cena in casa di uno o dell’altro, ad un film visto in coppia nel vicino cinema o a una tranquilla serata a casa propria, minestrina e televisione.
Questo sabato sera mi pareva vagamente che ci fosse in previsione una trattoria fuori porta a mangiar le rane e quindi non mi sono stupito quando alle sette ho visto mia moglie che si era cambiata l’abito e si truccava.
“ Quindi andiamo fuori a degustare le rane? – ho chiesto, alzandomi pigramente dalla poltrona con un libro tra le mani.
“ No, vado a teatro con quattro amiche , quelle di ginnastica, non ti ricordi?
Ma già, tu in palestra ormai ci vieni poco o niente.
Ti avevo anche detto che la cena delle rane ci sarà la prossima settimana, se c’è brutto tempo, altrimenti andremo a Casina d’Emilia con i nostri amici , il chirurgo e la moglie.
Non farmi ripetere sempre le stesse cose, guarda che è anche scritto sul calendario in cucina. – fa lei infastidita – Ti ho lasciato il minestrone e il bollito con i nervetti in frigo, io torno prima delle undici.”
L’abitudine di scribacchiare su quel calendario color paglia della famiglia meneghina, appeso sull’uscio dello sgabuzzino, nascosto dietro la porta della cucina, è una calamità costante che non capirò mai.
Abbiamo già il grosso frigorifero nascosto da decine di foglietti, poster e gualciti volantini, fermati fortunosamente da piccole calamite colorate, che occorre acquistare ad ogni viaggio, mostra o negozietto.
Tutte le pareti piastrellate invece sono oscurate da disegnini, acquarelli, foglietti di ogni forma e colore ricoperti da schizzi e artistici sgorbi prodotti degli amati nipotini.
La nostra cucina ricorda quei corridoi d’università con tabelloni in cui si mescolano confusamente proclami, disposizioni, offerte di corsi di yoga e di meditazione zen, proposte di scambi di libri e oggetti di ogni specie.
Quindi le decise affermazioni di mia moglie mi fanno rimanere piuttosto male, la carenza di memoria è sempre una cosa vergognosa, come la sordità senile o la dentiera che ti balla in bocca.
“ Me ne andrò fuori al ristorante –ho subito risposto indispettito, con un’aria di dignità offesa.
Così lei è uscita con una scia di profumo e io con un paio di vecchi pantaloni di fustagno e un corto gilet di piumino, determinato e altezzoso.
Sceso sotto casa nel buio umido della strada, ho lasciato che i piedi mi portassero avanti con un passo frettoloso verso una meta, di cui non avevo la minima idea.
Più tardi mi sono ritrovato tra le vie della periferia di Lambrate, in viali quasi deserti, con fari delle auto che schizzavano via intorno a me, tra una nebbiolina maleodorante e un’oscurità rotta ogni tanto da insegne di negozi chiusi e bar deserti in cui venivano calate le saracinesche.
Finalmente è apparsa la salvezza: un ristorante pizzeria arabo, con le vetrate opache ma luminescenti.
Una volta entrato mi sono ritrovato in mezzo a una lunga fila di persone di mezz’età che attendevano pazientemente di ritirare i cartoni di pizza da portare a casa, oltre loro si intravedeva uno stanzone con una decina di tavoli con tovaglie di plastica, su cui galleggiavano alcuni cestini di vimini con fette di pane, solitari mini confezioni di grissini, dei gruppi di olio-aceto-sale-pepe in metallo scrostato e qualche bicchiere con fiorellini di plastica opaca.
Mi hanno trovato un posto al tavolo degli avventori solitari, con un vicino che dormiva con la testa appoggiata al muro, davanti ad un piatto sporco di avanzi.
Ho ordinato in fretta un piatto di spaghetti alle vongole, che mi sono stati portati dopo tre minuti, insieme ad un quartino di vino acidulo.
La pasta tiepida sguazzava in un brodo abbondante con qualche vongola mestamente adagiata nel groviglio degli spaghetti.
Ho avuto anche l’incoscienza di ordinare in seguito una pizza, dal curioso nome che gli veniva dato nel menù plastificato che mi avevano portato, “ Mangia e Taci”.
Così ho ubbidientemente consumato in silenzio la mia cena del sabato sera delle meraviglie, di fronte ad un televisore megaschermo in cui si agitavano dietro ad un pallone degli uomini con magliette diversamente colorate.
La fila dei mangiatori di pizza si muoveva lentamente ma mutava poco la tipologia: giovani coppiette male in arnese, anziani sposini con cappotti e sciarponi, un paio di famigliole con piccoli rumorosi e urlanti, che ci passavano vicino e ci scrutavano incuriositi come allo zoo.
“ Mamma perché quel signore pelato ha il cestello del pane se mangia la pizza?”
“ Perché quello là dorme contro il muro, non ha una casa con il letto?”
Sbocconcellata in fretta la mia pizza piccante e oleosa, mi sono alzato, in qualche modo mi ero nutrito, non avevo nemmeno una parete su cui appoggiare la testa, se avessi potuto ignorare il brusio crescente, le risate e i commenti dei clienti che continuavano ad entrare per celebrare nel loro piccolo la festosità del sabato sera.
L’aria fuori era ancora più umida e fredda, le vie ancora più solitarie e cupe, non mi restava che ritornare infreddolito verso casa.
Intanto pensavo a come sia triste il vivere soli, anziani e senza futuro.
Le immagini mentali incalzavano sempre più cupe e frenetiche, quasi assaporavo quell’amarezza rancida del solitario, del reietto, del fallito.
Dopo una mezz’ora mi sono rifugiato a casa, per fortuna la vecchia casa centenaria di mio padre, con i suoi libri, i variopinti quadri alle pareti e il suo disordine creativo mi ha accolto e coccolato.
Due bicchierini di grappa hanno dissolto il freddo e gli incubi.
Poi è ritornata lei, allegra, briosa, cinguettante e chiacchierina.
Ha voluto raccontare minuziosamente la complicata trama della commedia a cui avevano assistito.
Io, ancora con il volto imbronciato, dentro mi sono sciolto e silenziosamente mi sono detto che per essere un pasticcione solitario e permaloso ho avuto l’incredibile fortuna di aver incontrato un piccolo angelo, dalle ali candide come il suo nome.

LA MEMORIA DEI NONNI


Giorni fa aveva ascoltato alla radio il Papa che in una sua omelia elogiava la figura dei nonni e la loro importanza nelle famiglie, nella società e ne era rimasto stupito.
“ Ma come, i nonni ci sono ancora ?”
Poi il 2 ottobre alla festa di matrimonio della figlia del suo amico psichiatra aveva udito il discorso della sposa, che chiedeva un brindisi alla memoria dei suoi nonni, da anni ormai defunti, affermando con voce leggermente stridula e arrocchita “ Al ricordo dei nostri cari a cui abbiamo voluto un immenso bene e da cui abbiamo ricevuto tanto amore “
Lo sposo seduto al suo fianco assentiva meditabondo con il capo, generosamente pronto a condividere in quel giorno così gioioso e lungamente atteso lo strabordante affetto della sua amata.
Nonno Talpone non comprese sino a tarda serata di quel fatidico 2 ottobre, dopo aver casualmente controllato su Google, che era ormai quasi trascorsa la festa nazionale dei nonni, ricordandosi improvvisamente che anche lui era un nonno di due gioiosi nipotini, oltre, sia pure in forma putativa, di numerosi altri piccoli amici.
“ Ne devo senz’altro parlarne di questa mia scoperta – si disse convinto – anzi ne scriverò sul mio blog, dovrei averne uno, credo.”
E’ passato qualche giorno, lo so, mi rendo conto inoltre che sono diversi mesi, forse un anno, che il suo blog, solitario sfogo di un anziano nel mare immenso della rete, agonizza in attesa di un suo risveglio.
Ma non voglio fare critiche o commenti sarcastici, nel mio intimo sono felice che lui si sia fatto vivo, sia pur svagato e lunatico come sempre, così sinceramente lo saluto con un “ Ben tornato vecchio compagno nonno Talpone !”

HAPPY ST. VALENTINE


Le vacanze con la sorella maggiore, anche se hai 70 anni, sei sposato e plurinonno, comportano uno stato di sottile sudditanza, gentile ed amorevole, ma con un continuo e sottinteso richiamo all’ordine.
Nonno Talpone invece, proprio perché rimane sempre il baby brother, si sente come il ragazzino in gita scolastica, pronto agli estri improvvisi e alle fughe continue verso una chimerica libertà.
Vi è comunque l’Istrice Prussiana, sempre pronta a tirare il freno, così ad esempio è stato cortesemente dissuaso dall’usare la bionda visiera da tennista fuori dalle mura di casa.
Ma almeno è riuscito a perlustrare tutte le charity e i librai antiquari di Cambridge, con la scusa di ricercare qualche libro di botanica amazzonica per la nipote spoletina e scoprire eventuali antichi giocattoli per i suoi nipotini.
Ieri sera la sorella maggiore, alla vigilia del commiato, l’ha portato, insieme ai rispettivi coniugi, ad una festa di san Valentino, tenuta al college dei futuri cuochi e camerieri.
All’ingresso era stato distribuito il raffinato menù, con rossi cuoricini sparsi,loro sono stati fatti accomodare in un salone con palloncini rossi e una dozzina di tavoli addobbati festosamente con stoviglie e fine cristalleria, sulle candide tovaglie erano sparsi dei minuscoli cuoricini.
menu st valentine
I camerieri erano un gruppo di giovani e goffi ragazzotti, piuttosto intimiditi e cortesi, con delle mani tremolanti quando dovevano servire il vino nei calici o mescere il caffè nelle tazzine, ma bisognava riconoscere loro una indiscussa dose di buona volontà.
La serata all’esterno era orribile, con pioggia e vento di burrasca, ma all’interno di quel salone, con le candele accese, anzi veramente con i piccoli lumini bianchi, aleggiava un’atmosfera di estrema pace.
lovers at st valentine (3)
Era la prima volta che loro quattro festeggiavano san Valentino ad un ristorante.
A dir la verità vi si erano recati alle 18.30 come da prenotazione, un po’ presto magari, ma gli inglesi sono sempre originali, erano stati i primi ad entrare e man mano giunsero altre coppie, stranamente con i capelli bianchi, visi lievemente rugosi, andature affaticate.
Vi si sentiva un leggero brusio, il fruscio dei passi esitanti dei giovani camerieri, i movimenti felpati di nuove coppie che entravano, ora il salone era ormai colmo di una ventina di settantenni, i lumini crepitavano leggermente sui tavoli ingombri di rossi cuoricini.
Nonno Talpone era compiaciuto ma perplesso, più che un veglione di san Valentino quella pareva una veglia.
Alle 21 sono usciti tutti, pronti a far nuovamente baldoria.
A casa ovviamente, per addormentarsi davanti al televisore.

ADEMPIMENTI CONIUGALI


L’aveva ritrovato a tarda serata, quando era ormai l’ora della breve lettura prima che cali il sonno.

Gli era apparso stanco, anzi stravolto e nonno Talpone gli aveva elencato con tono strascicato e meticoloso gli avvenimenti della sua giornata.

“ Alle otto stamattina ha trillato la sveglia vocale del telefonino, con quella voce crudele da sergente maggiore che chiedeva ai presenti di alzarsi subito.

Toeletta veloce e meticolosa, poi le quattro medicazioni prescritte alla povera Istrice.

La colazione da preparare, lo svuotamento della lavastoviglie, la messa in ordine di casa.

In seguito con cadenzate ravvicinate le altre incombenze: spesa al supermercato, preparazione del pranzo, le quattro medicazioni, tavola da apparecchiare, servire, sparecchiare, passare la spazzola antipolvere sui ripiani, quadri, scaffali, libri, altre quattro medicazioni, passare l’aspirapolvere nelle stanze, strofinare con lo straccio bagnato i pavimenti con piastrelle; ben due volte, ci pensi ?

Altre somministrazioni di colliri, preparazione della cena, apparecchiare, sparecchiare, mettere a posto.

Per la verità non ho dovuto stirare le camice per ora, non abbiamo avuto i bambini, non ho lavato i vetri.

Ora sono finalmente steso a letto sotto le coperte e non ho più forze.

Però mi ritengo ancora fortunato.”

“ Ma scusa perché dici fortunato ? – non aveva potuto fare a meno di chiedergli.

“ Semplice – ha sussurrato nonno Talpone – mia moglie per ora non ha preteso gli adempimenti coniugali.”

SALE D’ASPETTO


L’intervento chirurgico per la cataratta dell’occhio destro dell’Istrice Prussiana è andato benissimo, per ora.

Nonno Talpone aveva accompagnato la moglie fin nella sala d’aspetto del reparto di chirurgia alle 8 del mattino e alle 13 lei era emersa da quella porta là in fondo al corridoio, leggermente insicura e traballante, con una fasciatura e una benda che le copriva metà del suo grazioso visino.

Lui l’aveva riportata a casa sorreggendole premuroso il braccio, a passi felpati, come se camminassero su un tappeto di fragili gusci.

Da allora l’ha sempre accudita come fosse una delicata bambina, infilandole le calze e le ciabatte al mattino, accomodandola delicatamente sul divano con abbondanti cuscini, ricoprendola con le coperte più morbide, somministrandole le medicine, curando ogni bisogno della casa, come e ancor più di quando era influenzata.

Quella sua copertura ovale dell’occhio, di colore bianco latteo, gli suscitava una certa tenerezza mista a stupore, ora benevolmente la chiama “ Mia piccola Jolanda, figlia del Corsaro Bianco “ in ricordo delle letture salgariane di quando era un ragazzino.

I ruoli di coppia sono momentaneamente invertiti, bisogna dire che, anche se sofferente, lei è sempre di buonumore, lo ringrazia per ogni richiesta esaudita e gli dice dolcemente “ Grazie mio passerotto “, mettendolo in imbarazzo e rendendolo ancor più maldestro e ansioso nelle faccende di casa.

Da segnalare anche che lui ha ora meno tempo libero per poter cadere nei soliti pantani della depressione.

Ieri l’aveva riaccompagnata in ospedale per la visita di controllo post operatoria, entrando in un salone affollato e rumoreggiante, stipato di vecchie signore, con qualche sparuto anziano che emergeva tra loro, quasi tutti si mostravano con bende fasciature alla testa, come reduci di una sanguinosa battaglia.

Le donne, soprattutto quelle di una certa età, hanno notoriamente la deplorevole abitudine di parlare incessantemente dei loro mali, con divagazioni su dottori, medicine, figli, nipoti, cagnolini, citando talvolta anche i loro mariti, preferibilmente se sofferenti di qualche grave malattia che richiede la loro assistenza.

Quella sala d’attesa era stata una sofferenza indicibile per nonno Talpone, che aveva cercato di isolarsi con le cuffie del suo Ipod, ma non era nemmeno a leggere due pagine del suo Ebook, quello color ciliegia, con un magico archivio di quasi 700 opere.

Si era dovuto arrendere e alfine ascoltare le chiacchere delle sue vicine, sempre più impaziente e insofferente.

Quando, dopo ore di estenuante attesa, aveva potuto riaccompagnare a casa la moglie, non aveva potuto trattenersi :

“ Amore mio come ti senti?

Io non ne potevo più di stare rinchiuso là ad aspettarti.

Ah quelle donne anziane !

Ma quanto parlano!

Non la finiscono mai, ti distruggono e poi pensa, è incredibile, non sono mai riuscito a replicare e spiegare in modo approfondito i miei malanni !”

INNAMORATI


Erano stati dal loro medico di base per farsi prescrivere le medicine e le impegnative per il ricovero in day hospital relativo alle operazioni alla cataratta.

Una coppia di anziani come tante quella di nonno Talpone e nonna Istrice, quarantacinque anni di vita in comune passati in un soffio, un patrimonio in comune di figli, nipoti e loro ancora quasi stupiti di essere sempre insieme, di condividere sempre le loro giornate, con qualche fuoco fatuo sporadico di parole accese, quasi a romper la monotonia di un volersi bene troppo annodato e intenso.

Uguali e dissimili al contempo: lei sempre allegra, ottimista, generosa, loquace ma precisa nei doveri, lui con ricadute di depressione e accidia, musone e irrequieto nei molti interessi e curiosità.

Anche nella malattia dell’occhio sembravano aver quasi scelto di differenziarsi: cataratta all’occhio destro lei, a quello sinistro lui.

Dallo studio medico erano scesi alla farmacia sottostante, lì avevano acquistato quasi tutti i medicinali, alcuni mancavano ma erano in arrivo con uno spedizioniere.

Si erano così accomodati compostamente su due sedie, osservando in silenzio altri clienti che entravano per i loro acquisti: la grassa signora con una voluminosa sporta colorata, la mamma con i pargoletti che tossivano, la ragazza che cercava delle creme per il suo viso smunto, una coppia di anziani, lui che trascinava a stento la gamba.

Il tempo trascorreva tranquillamente e loro, senza grandi impegni sedevano tranquilli come fossero in casa davanti al televisore.

Poi improvvisa come un colpo di vento era entrata una ragazza alta e magrissima, indossava una calzamaglia aderente appena coperta in alto da un corsetto colorato di maglia, un viso ovale con un nasino aguzzo, capelli biondo cenere stretti in codino di cavallo; ai piedi dei sandali con spessi zatteroni e tacchi di almeno venti centimetri.

Una modella, una velina, una ragazza di strada dell’est ?

I due anziani si sorpresero a darsi contemporaneamente delle piccole gomitate ai fianchi, si lanciarono uno sguardo ammiccando.

Lui mormorò soltanto “ Ormai dopo tanti anni non servono quasi le parole, sappiamo in anticipo le frasi dell’altro “.

Poco dopo giunse il pacco con le loro medicine, pagarono e uscirono.

Strategicamente appaiati per avere ciascuno un occhio valido in posizione ottimale, tornarono a casa passo, passo, tenendosi strettamente le mani, come due scolaretti usciti da scuola o meglio due fidanzatini, quelli di una volta, alla Peynet, innocentemente ancorati ai loro ricordi, a costumi lontani e datati, come estranei ad un mondo che è mutato e diverso, forse più violento, disperato e volgare.

Ma gli innamorati da sempre sono racchiusi in una bolla di schiuma, fragile ma iridata di un coloratissimo arcobaleno.

ZUCCHE VELLUTATE


Certe giornate iniziano con una pioggia continua, insistente, che inizia con gli scrosci del primo mattino per continuare con alterne pause di umidore diffuso fino a notte.

Il vecchio signore l’aveva scrutata dai vetri di casa da quando si era alzato di notte per la sua vescica ribelle.

Quando verso le otto tutta la città era convulsa nel suo frenetico affrettarsi verso la scuola o il lavoro, lui era nuovamente incollato alla finestra, con sensazioni confuse di soddisfazione per non dover uscire dal suo tiepido rifugio ma anche di invidia per le altre persone che , magari maledicendo la pioggia, si affrettano verso impegni precisi.

Lui si sentiva già stanco, con le giunture delle articolazioni dolenti, l’intestino in subbuglio e ogni velleità di impegno sfibrata al suo nascere.

Non era nemmeno giornata da nonni, oltre la breve lista di piccoli impegni la giornata sarebbe stata vuota, come sempre.

In seguito alla sera non è riuscito più a contenersi nel chiuso dell’appartamento, la testa gonfia di carte, schede, letture, confusa dalla solita ricerca di oggetti che non si trovano, occhiali, appunti, chiavette USB, contrariata e sorpresa dal ritrovare invece altre cose vanamente cercate tempo prima.

Non rimane che infilarsi le scarpe di furia, afferrare il giaccone impermeabile rosso e scendere di volata sulla strada, con una tensione ed una fretta inconsulta, senza sapere dove andare, ma deciso a macinare chilometri con le sue gambe, fino a sfinirsi.

Così si fionda nella cortina di pioggia, con il berretto calato sulla fronte che però non riesce a salvare dall’acqua la punta del suo naso, fendendo in un spericolato slalom gli ombrelli gocciolanti e le auto incolonnate che muggiscono impotenti e infuriate.

Per mantenere quel ritmo di marcia scomposto e affrettato lui sceglie vialoni e stradine poco frequentate, quasi deserte.

Dopo un angolo incrocia un paio di persone oscure, rifugiate sotto un piccolo balcone, infagottate in giacconi, tra borsoni e plastiche, che lo salutano allegramente.

Ma lui è ormai oltre, lanciato come un veicolo senza freni, anche se vorrebbe capire, parlare, conoscere quegli sconosciuti stranamente scherzosi in questa oscura serata di pioggia.

Più avanti, all’angolo di una piazza trafficata una giovane donna riparata da un vezzoso ombrellino arancione lo saluta e lo chiama.

Lui si ferma, torna indietro e si chiede chi possa essere quel viso tondo e sorridente dai tratti somatici cinesi.

Mentre l’altra continua a parlare con voce carezzevole lui cerca di indovinare , nell’alone della sua miopia , se possa essere la commessa del suo negozio di telefonia o quell’altra che gli ripara i computer, forse la titolare del suo ristorante preferito ?

“ Andiamo a fale all’amole – precisa spazientita la misteriosa sconosciuta.

Lui balza indietro e scappa via, confuso, sorpreso e imbarazzato.

Galoppa ancora, sotto la pioggia ormai sferzante e dopo pochi minuti si ritrova finalmente a casa sua.

Mentre è chinato a slacciarsi le scarpe gocciolanti prova a raccontare a sua moglie gli strani incontri della serata.

Lei è presa da un convulso di risa irrefrenabile, divertita e saltellante come una pioggia di primavera.

“ Zucca mia, come sei buffo – riesce a mormorare alla fine, battendogli dolcemente il suo testone pelato – ti ho giusto preparato una vellutata di zucca per cena.”

La sua allegra ilarità e il suo saporito manicaretto hanno ora definitivamente cancellato ogni nuvolone nero e sciolto gli umori della pioggia autunnale.

Il vecchio signore, un qualsiasi nonno talpone, si dichiara finalmente rasserenato e si offre di divulgare questa magica ricetta.

Si augura che in tal modo potrete sciogliervi nel suo caldo profumo, offrirlo ai vostri talponi o, speriamo, alle vostre dolci compagne di vita.

STELLINA


Qui, nella collina dove sono da poco ritornato, le giornate autunnali sono ancora miti, non sono più circondato da quel nitido mare dell’isola di Ventotene, ma sono tuttavia perso nel verde dell’Umbria, degli ultimi fiori, tra il profumo dei pini.

Tra un paio di giorni arriverà anche mia moglie, l’Istrice Prussiana, che ha passato due settimane da single a Brighton, a studiare, leggere, passeggiare tranquilla, assaporando le giornate senza l’impegno maritale.

In questo tardo pomeriggio mi sono intorno le varie gatte di campagna, alcune soriane, altre bianco grigie : Musetta, Puffetta, Baffetta e Perla con i suoi due micini nati da tre mesi.

Chi manca all’appello della ciotola con il cibo è Stellina, la mia gatta nera, con una macchietta bianca sul collo e la coda a zig zag, come l’animaletto di Eta Beta.

Aveva una decina d’anni, molti per un gatto che vive da selvatico, era di piccola taglia, ma con un caratterino deciso e imperioso, che all’occorrenza sapeva imporsi su gatti e cani molto più grossi di lei.

I gatti, specialmente quelli semiselvatici, non hanno e non vogliono un padrone, ma certe volte ti scelgono tra i tanti, non si sa perché.

Dicevano che Stellina era come innamorata di me, mi seguiva tra le piante durante i lavori di campagna, curiosa e attenta, come se dovesse sorvegliare o partecipare alle mie fatiche, la buca da scavare o la potatura degli ulivi.

Spesso, quando mi riposavo in poltrona davanti al camino,  si sdraiava sulla mia pancia, girando lentamente su sé stessa per trovare la posizione più comoda, intonando poi le sue fusa, per mostrare la sua soddisfatta approvazione.

Si era arrogata il privilegio di farsi pigramente e voluttuosamente le unghie sui miei jeans quando, fermo in piedi e perso nei miei pensieri, voleva far capire che mi considerava anche un suo giocattolo, come un topolino di pezza.

Quando l’abbiamo lasciata a fine giugno, per tornare a Milano, appariva affaticata e lenta nei movimenti, anche perché aveva appena partorito.

L’avevo salutata con affettuosa apprensione, temevo, come poi è avvenuto, di non rivederla più.

I miei piccoli nipoti che nella loro ultima breve vacanza la curavano con sincero affetto ancora non lo sanno.

Come potrò mai raccontarlo ?

Io stesso ogni mattina, quando esco in giardino e batto con il cucchiaio sulla ciotola di spaghetti con carne, l’usuale richiamo, accorrono da ogni parte tutti gli altri gatti, che mi circondano miagolando, ognuno con il suo tono personale, ma io continuo a chiamarla ancora ad alta voce, con un’ottusa speranza .

“Stellina, Stellina, vieni, vieni piccola mia !”

Si sentono soltanto i rumori del bosco, tuttavia ho la certezza che là, nel folto della macchia, in qualche parte lei vi è nascosta, magari correndo spedita verso una meta a me ignota, o forse sta riposando placida tra i rami di un magico albero dai tenui colori, che si confondono con l’azzurro di questo cielo autunnale.

Ciao mio piccolo batuffolo nero.

ARCOBALENI


Una domenica uggiosa, fredda e battuta da una insistente pioggia primaverile che sembra non smettere mai.

Rimane il conforto di stare placidamente a casa, senza fretta e senza impegni esterni.

Questo vale soprattutto per la moglie Istrice, visto che oggi non deve correre fuori per fare qualche lezione o tenere un convegno.

Il vostro Talpone , che possiede una carta d’identità in cui è segnalato come pensionato, anche se lui avrebbe preferito la dizione “ nonno”, che gli pare più congegnale, non ha mai questi problemi, tanto che viene comunemente considerato da tutti un nullafacente.

Questa attribuzione che lo equipara a “ disoccupato “ , cui affidare ogni possibile incarico, giusto per tenerlo impegnato e fargli tenere in attività il cervello, al fine di contrastarne una possibile evaporazione.

La giornata stava appunto trascinandosi tranquilla, tra libri, giornali, computer e frequenti assopimenti involontari, quando sua moglie gli ha proposto un pomeriggio al cinema parrocchiale vicino a casa.

La proposta è apparsa subito avvincente e avventurosa a nonno Talpone, il che dimostra a quale livello di senilità sia ormai arrivato.

In compagnia di una signora, vedova di un carissimo amico che li ha lasciati pochi anni fa, si sono recati in quel modesto cinematografo, già affollato di persone piuttosto anziane, donne per la maggior parte, per assistere alla proiezione di “ Quartet “ un film diretto da Dustin Hofmann.

Per quanto leggermente infastidito dalla presenza di tanti vecchietti, quattro o cinque appoggiati a bastoni e stampelle, alcuni altri addirittura pilotati o trascinati da mature badanti, lo consolava il poter rivedere un attore che giudicava amabilmente simpatico; ricordava bene la scena del “ Laureato “ quando urlava il suo amore dall’alto dell’organo della chiesa e poi la giovane coppia fuggiva via, su un autobus, spensierata e felice.

Questo film invece era ambientato in una stupenda dimora inglese di campagna, in cui erano ricoverati una trentina di anziani musicisti e cantanti; si è subito mostrato piacevole, anzi divertente assistendo alle sciocchezze, alle amnesie e alle ripicche puerili dei protagonisti.

Talpone, stretto tra due anziani che lo urtavano con i gomiti e che commentavano ogni battuta, lo avrebbe detto persino definito comico, se non fosse per una certa comunione di sentimenti che inspiegabilmente cominciava a provare.

Lui non è mai stato musicista purtroppo, anche se possiede da anni e in tutta la sua vita ha cercato inutilmente di suonare la tastiera, la chitarra classica, la balalaika, tre ocarine, quattro diversi flauti a canna peruviani, il flauto dolce soprano e contralto, persino lo xilofono e una tromba.

Suo figlio, il Promettente Avvocato, ha ereditato molto da lui, infatti ad ogni Natale ha acquistato e riposto negli armadi un sassofono, un clarino, una chitarra; recentemente si è impossessato anche di un antico pianoforte della nonna, che la dolce consorte, la Capinera Tutto Piede, sta valutando in quale armadio riporre per l’uso futuro degli eredi.

Ma parlavo di quel crescendo di sensazioni provate da nonno Talpone nell’assistere al film, devo ammettere che verso la fine si è accorto che, tolto lo scenario della sontuosa dimora e gli allori della fama musicale dei protagonisti, questi avevano moltissimo in comune con lui e con le persone presenti nella sala.

Certo le arie del quartetto tratte dal Rigoletto erano coinvolgenti, anche se fastidiose nel belante accompagnamento che ne faceva il suo fastidioso vicino di sedia, ma il vedere nei titoli di coda le fotografie degli allora giovani concertisti affiancate agli odierni protagonisti del film, realmente piegati dagli anni, gli ha creato un commovente sconforto.

Accompagnata a casa l’amica, che hanno salutato affettuosamente, dispiaciuti per la sua solitudine, Talpone e signora sono tornati a casa fianco a fianco.

L’Istrice era felice e canterina, lui era perso nella tristezza dei ricordi.

Poi lei ha infilato il suo braccio sotto il suo con una mossa decisa e gli ha detto :

“ Dammi un braccio Zucca mia. – poi cantilenando – Zucca mia, Zucca tua, è più bella la mia o la tua ? – per rispondergli subito con una risatina divertita – La mia!”

Lui, il Talpone, sconcertato e felice, non so come spiegarlo, ad un tratto gli è sembrato di scorgere lassù, tra i tetti contornati dalla prima oscurità della sera, un improbabile scintillante arcobaleno.

ESTASI E DIGIUNO


Avevo letto su Twitter un’affermazione del professor Veronesi ( 87 anni ) “ Un giorno di digiuno leva il medico di torno”.

Ohibò, sapevo della mela quale cura preventiva di ogni male, con l’immaginario collettivo di una giovane ragazza che addenta con gusto una succosa mela verde, magari con una gocciolina di sugo che scivola da una abbagliante dentatura.

Peccato che con i veleni irrorati copiosamente sulle bucce ormai il magico frutto assomiglia più a quello consegnato a Biancaneve dalla perfida strega.

Avevo cliccato sul codice a fianco della notizia e letto l’articolo della Stampa, che in realtà era la presentazione dell’ennesimo libro del professore.

“ Una scelta etica che aiuta a formare il carattere e protegge la salute”.

Fin qui non vi trovavo niente di invitante, alla mia età , da settantenne, il caratteraccio è già fin troppo radicato e in quanto alla salute sono fatalista e epicureo.

Però alcune frasi mi avevano colpito “ Niente cibo, massimo un caffè, yogurt, spremute di arance … vi siete mai chiesti perché l’ascesi sia legata al digiuno ?  …

il contatto con Dio …”

Questo avveniva giovedì sera dopo un’ottima cena e questa possibilità mi aveva intrigato.

Durante la notte mi ero svegliato con un tremendo languore allo stomaco.

L’impiccione ( lo stomaco intendo ) doveva aver in qualche modo ascoltato quanto stava ruminando il mio cervello, circa le mirabolanti prospettive di provare quanto affermato da un così insigne professore.

Venerdì mattina a colazione ho fatto allibire mia moglie “ Sai, oggi ho deciso di digiunare. Inoltre è venerdì.   Infine è la giornata della donna, auguri!”

“ Grazie caro, ma non capisco, non sei cattolico e non hai mai fatto il digiuno al venerdì; poi cosa c’entrano le donne ?”

“ L’ho letto su Twitter, lo afferma il professor Veronesi – le ho esposto freneticamente – è intelligente, più anziano, dice che fa bene, il fatto che sia venerdì capita a fagiolo e poi in questo giorno mi sento di dover espiare i miei sensi di colpa di maschio “.

Avevo ritenuto marginale dover aggiungere la mia aspirazione ad una trascendente visione mistica.

“ Amore ieri sera avevi mangiato troppo, ti avevo avvisato, dopo la spaghettata, la frittata ai carciofi, le verdure, avevi insistito per assaggiare tutte le qualità di formaggio che avevi acquistato alla tua bancarella di gastronomia al mercato. Non è che non hai digerito e hai avuto i soliti incubi?”

Nonno Talpone aveva rassicurato la sua dolce metà, quella migliore, che stava benissimo, poi si era limitato ad un tè , una mela e un mandarino. Lei aveva gustato il suo caffelatte, la fetta di pane e marmellata di prugne casarecce, finendo con il nuovo pacco di taralli al finocchietto.

Quello che lui aveva incautamente acquistato al banco gastronomia il giorno precedente.

A gola asciutta, la vista di quei taralli a treccine, sbriciolanti in bocca con quel tremulo sgranocchia mento è stato un colpo basso.

“Resistenza, ora e sempre”.

Quel vecchio ritornello sessantottino gli era risalito incongruamente al cervello, come un grido di battaglia nella difesa estrema.

Aveva deciso di tenere un piccolo diario di lotta e forse anche di visioni.

Ore 10  Tutto bene, la moglie è uscita, ho sparecchiato il tavolo.

Ore 11  Mi sento in forma.

Ore 12  Sono tornato da una camminata sotto la pioggia, resisto.

Ore 13  Apparecchiata la tavola, poco dopo ritornata l’Istrice dall’università con le cartelle gonfie degli appunti della sua lezione.

Ore 14  Ho toccato solo una mela, un’arancia, due carciofi in padella che mi guardavano smarriti, in fondo sono quasi un succo vegetale, no?                         Bevuto solo acqua, che saporaccio inodore.

Ore 16  Un tè leggero giapponese. Resisto ma non ho ancora visioni.  In compenso sono dovuto correre tre volte in bagno, deve essere stata l’acqua o i carciofi.

Ore 18  Ormai i miei diverticoli infiammati mi portano ad una prolungata frequenza in bagno, mi fa compagnia il mio bianco Android, vi leggo le notizie del mondo, con lui sento la musica, leggo qualche pagina dei libri che vi ho registrato. Ho ampia scelta dalla Bibbia a Giorgio Baffo, da Lakhous a Kapuscinski. Peccato che il mio smartphone, multifunzione come un coltellino svizzero non sappia preparare un piccolo tè.     Sarebbe un incentivo commerciale incredibile.    Che idea geniale, non sarà un anticipo di quelle ascesi promesse dal professore ?

Ore 20 Ritorna la mia fanciulla, sembra felice, è stata a casa di una sua amica a bere tè, aperitivi e sembra abbia gustato un vassoio di pasticcini alla panna.   Meglio così, a cena mangiamo due mele. Però lei si apre una bottiglia di Barbera piacentino che spumeggia.    Io solo acqua.     Provo una patata bollita con sale.

Ore 22  Assistiamo ad un film su Sky che tratta la burrascosa relazione del pittore  Diego Rivera con la sua terza moglie, la burrascosa artista Frida Kahlo.   Lei mi tiene la mano e io gliela bacio due volte delicatamente. La vedo bellissima e dolce. Amore senile o estasi da digiuno ?

Al risveglio l’indomani rileggo l’articolo e mi colpisce un’affermazione “ Quali idee fulminee, intriganti, appassionate, geniali possono mai arrivare dopo un’abbondante mangiata ?”

Eh no, caro luminare, la stimo e la rispetto ma devo precisare che le mie idee migliori sono giunte in quelle occasioni, accompagnate da ottimo vino. Sarò magari un’eccezione alla sua regola, niente fulmini, niente estasi.   Devo però anche ammettere che un effetto collaterale impensato l’ho avuto: i miei pantaloni, che per la lunga permanenza nell’armadio si erano ristretti, infeltriti direi, stamattina li ho potuti indossare con maggiore facilità.