BASTIANO, CONCETTA E SAN TORTORO


La rossa fanciulla Aurora, iscritta all’Anagrafe come Aurora del Sol dell’Avvenire, si mise comoda a gambe incrociate, al di là della cancellata dell’Istituto e iniziò a raccontare.

“ Al mio paese giù al sud avevamo molti tornitori di ceramica e terraglie, abili a modellare dalla creta ogni tipo di piatti, bicchieri, caraffe e orci, che rivendevano poi a poco prezzo ai commercianti che ogni tanto arrivavano con carretti e furgoni per farne incetta e rivenderli ai mercati di città.

Bastiano era un bravo giovane, abbastanza abile nel suo lavoro, però come tanti altri nei giorni festivi si recava all’osteria a giocare a carte e a ubriacarsi di vino.

Quando si sposò con la bruna Concetta, una bella ragazza vivace e allegra, sembrò dimenticarsi delle sue cattive abitudini, almeno durante i primi mesi di matrimonio.

Ma una sera, dopo aver ricevuto i soldi delle vendite, si unì agli amici a far bisboccia in una taverna, bevendo il forte vino locale, giocando e perdendo tutto il suo denaro.

Quando a notte inoltrata tornò a casa, ubriaco e rabbioso, di fronte ai rimproveri della moglie lui si mise a urlare ancora più forte e cominciò a picchiare Cettina.

Ma quella, agile come una gatta selvatica, dopo il primo schiaffone corse in cucina, soffiò sulla candela e afferrato il mattarello di legno per la pasta, gli rispose con una serie di bastonate precise e ritmate, iniziando nel contempo e gemere e a urlare come se fosse lei la mazziata.

Ora erano in due a gemere e a strillare di dolore, nel buio assoluto ben presto Bastiano finì a terra e prese a russare sonoramente.

Cettina allora si fermò, si assicurò che lui dormisse veramente e riaccese la candela, guardandosi allo specchio.

A parte un certo rossore per l’agitazione e un livido sullo zigomo sinistro per il primo colpo, non aveva subito molti danni.

Si sorrise compiaciuta, ne aveva date molte di più di quante ne aveva ricevute.

Si sciacquò con l’acqua fredda e andò a dormire tranquillamente nel suo letto.

L’indomani mattina presto, una volta controllato il marito che giaceva ancora a terra tramortito, russando come un vecchio mantice sconquassato, andò in cucina, si fece un buon caffè e valutò le varie possibilità di azione.

Poi con un pezzo di carbone e del rossetto si colorò il viso, le braccia e le gambe, come se fosse stata travolta da una mandria di bufali e aspettò tranquillamente il risveglio di Bastiano.

Quando lui più tardi si mosse, gemendo per i postumi della sbornia e per il dolore dei colpi ricevuti, anche Cettina iniziò a piangere e a lamentarsi, mormorando che, poverini loro, avevano la casa infestata dagli spiriti.

“ Ma quali spiriti – stentò a pronunciare Bastiano – io non ricordo bene, so solo che era buio e che ricevevo bastonate a grandinate !”

“ Proprio così, marito caro – affermò contrita Cettina, abbracciandolo stretto e facendolo gemere forte – tutto ad un tratto è venuto buio, ho sentito urla e colpi di bastone, sono tutta un livido come te”

“ Cosa possiamo fare allora ? – gorgogliò lui.

“Marito mio, l’unico rimedio è far togliere il malefizio e procurarci un talismano che li tenga lontani dalla nostra casa, tu riposati, dammi dei soldi, mi sacrificherò ad andare in città da una zingara chiromante, esperta in magie e sortilegi e troverò un rimedio sicuro.”

Bastiano si mise a letto dolorante, Cettina con il denaro andò in città, si fece un giro nei negozi, andò a sedersi al tavolino di una famosa gelateria e si gustò una squisita coppa  al limone, fragola e cioccolato, con tanta panna montata a mo’ di pennacchio.

Prima del ritorno comperò da un rigattiere una statuetta di un vecchio con il bastone da viaggio .

Quando entrò trionfante a casa, lei annunziò al marito che la maledizione  era stata tolta alla loro abitazione, bisognava solo continuare ad accendere un cero davanti alla statuina del loro santo protettore.

“ Ma sei sicura che non torneranno più i fantasmi a bastonarci ? – chiese ancora incredulo Bastiano.

“ Me lo hanno garantito  marito mio, in ogni caso c’è sempre san Tortoro a proteggerci – esclamo Cettina, ammiccando segretamente verso la sua figura riflessa sul vetro della finestra.

 

P.S.  In Umbria e specialmente a Terni viene chiamato tortoro un bastone nodoso e intorcigliato, sinonimo di mazziate.

PAUSE DI OZIO E ORDINE MATRONALE


Il viaggio in treno verso la sua avventurosa destinazione umbra, sì, proprio quello che compie da quando ha conosciuto 43 anni fa un delizioso fiore locale, la sua fascinosa orchidea silvestre, il detto viaggio, dicevo, ha mostrato una insospettata utilità del nuovo E-reader appena acquistato.

Nel suo scompartimento alla partenza da Milano ha trovato una loquacissima signora bergamasca, quasi ottantenne, che ha subito iniziato ad illustrargli i vari malanni di cui soffriva ed i motivi per cui si recava a Chianciano Terme per le cure delle acque.

Alla fermata di Rogoredo Talpone ha cercato di arginare la dotta esposizione, affermando che già disponeva di una moglie totalmente dedicata alla medicina, ottenendo così un mutamento della conversazione, volto alla descrizione dei decessi e dei funerali a cui la vispa signora aveva assistito.

Alla fermata di Lodi ( ebbene sì, nonno Talpone per risparmiare sale su treni lumaca ) il nostro eroe ha tratto dal taschino la sua magica tavoletta rosso ciliegia, affermando con voce suadente “ Mi scusi un attimo, controllo un dato “

In tal modo si è letto voracemente il libro di ricordi di Pansa “Poco o niente “, il romanzo di Vitali “Galeotto fu il collier “, e la prima parte del romanzo di Fruttero “Enigma in luogo di mare “.

La logorroica signora messa in soggezione dallo strano marchingegno elettronico si è azzittita, un libro non l’avrebbe certo fermata, e il viaggio ha avuto un felice decorso.

Nella sua casa di campagna le gatte, arrivate man mano, l’hanno poi affettuosamente salutato, hanno gradito i vari piatti di spaghetti, croccantini, scatolette di coniglio e tazze di latte scremato, in suo onore si sono esibite in volteggianti capriole sull’erba.

Lui abbandonato sulla sua poltrona da regista, all’ombra della quercia vicino casa, ha ammirato anche il cielo azzurro, gli sfilacciamenti di piccole nubi, percependo appena, nel silenzio totale, il ritmo di un cuculo lontano.

Poi con la sua tavoletta si è letto due meravigliosi racconti da “ L’osteria della Fola “ di quell’incredibile narratore che è Giuseppe Pederiali, un vero incantatore.

Questa mattina nonno Talpone è stato svegliato da una telefonata della sua Orchidea Selvaggia, arriverà per mezzogiorno con un Eurostar, addio ozio, paella cucinata alla Talpon, letti sfatti, piatti nell’acquaio, l’ordine matronale trionferà.

ASSISTENZA DOMICILIARE


Affannoso risveglio alle 6, l’uscita rapida e convulsa dai soliti incubi, un aereo da prendere domattina prestissimo in una città sconosciuta, ma con due trasbordi prioritari su un fiume e la quasi certezza di non riuscire mai ad arrivarci in tempo.

Poco prima nella notte un altro sogno: dei feroci assassini cercano di aprire la porta d’ingresso che gli ho appena chiuso addosso, nello stipite si vedono frammenti di dita che ostacolano la mia disperata difesa.

Vado in bagno, mi lavo le mani, strofino due dita bagnate sugli occhi, come quel lavaggio primordiale che rampognavo tanto ai miei figli, prima della loro affannosa uscita in ritardo per la scuola.

La casa è ancora addormentata, vado nella camera vuota dei miei bambini quasi quarantenni, ora adibita a studio, in coabitazione con i resti della loro presenza e i nuovi giocattoli dei nipotini.

Accendo il computer, su internet cerco inutilmente notizie sul blog di un’amica cara, scorro le novità dei giornali online.

Scossa di terremoto anche a Pordenone e a Belluno, un deputato neonazista in diretta TV scaglia un bicchiere d’acqua in faccia ad una collega dell’opposizione e picchia ripetutamente un’altra, il portavoce del Vaticano che richiede il rispetto delle loro prerogative sovrane in relazione alla denuncia di raccolta di fondi da parte del boss mafioso Mattia Denaro ( nomen omen ), Perugia ovvero il paradiso perduto in mano alle gang del narcotraffico.

Queste e altre notizie non sono una serie di incubi, ma il buongiorno del mattino.

Sento movimenti nell’altra stanza, una tapparella che viene alzata, lo scroscio dell’acqua.

Poco dopo si affaccia la mia Istrice Amorosa, annuncia che è bollita l’acqua del tè.

Spengo il computer, mi siedo a tavola per la colazione, inserisco meccanicamente una bustina nella teiera, i tarallucci sono terminati, devo accontentarmi di insapori fette biscottate.

Telefonata d’auguri al piccolo nipote, il Polipetto, oggi compie quattro anni, gli canto “ Tanti auguri a te !” lui ricambia il motivetto con la sua vocetta deliziosa e inizia un concitato discorso con parole smozzicate e accavallate, assolutamente incomprensibili.

Manca il fratellino maggiore che solitamente fa da interprete, così mi riduco a pronunciare a caso “ Bene, bravo, proprio così” per non deluderlo.

Appare alla porta la mia Istrice, ben vestita, truccata, con borsetta e portacarte in pelle ripieno di appunti.

“ Ma dove vai, cara ? – domando incuriosito.

“ Mannaggia, te l’ho detto cento volte, devo tenere una relazione a  questo convegno europeo, lo sanno tutti, è anche scritto sul calendario appeso alla porta della cucina, non ti ricordi mai niente, sei una disperazione !”

“ Ma non torni a pranzo ?”

“ Non credo proprio, sono cose lunghe, ci sono i dibattiti, le richieste di chiarimenti, beh, adesso ho fretta, ciao !”

“ Ma di cosa parlate al convegno, demenza senile, Alzheimer, assistenza ai disabili, rieducazione motoria ?”

“ Home care – precisa veloce e se ne va, decisa, battagliera e sicura di sé, la mia piccola prussiana.

“ Home care ? – ragiono perplesso – assistenza nella casa ?”

Vorrei tanto essere assistito in questo grigio mattino milanese, anche da un bambino.

MANUEL & ZAIRA


La decisione di nonna Istrice era ormai presa: dopo mesi di riluttanti indecisioni e scelte sbagliate nell’acquisto presso i grandi empori Fai Da Te, una visita risolutiva presso la mitica Ferramenta Meazza del Carrobbio aveva portato al possesso del giusto porta tende in metallo bianco, con monorotaia scorrevole, da fissare lassù, sul soffitto della camera matrimoniale.

Inutili le scuse, i rinvii, le rimostranze di nonno Talpone, di natura pigra, anzi letargica a detta dei malevoli, sull’altezza del soffitto, ben tre metri e cinquanta, sulle difficoltà di trapanare in precario equilibrio i vari tasselli che dovevano fissare quel tecnologico binario metallico.

Così tre giorni fa, dopo una serie di controlli tra le attrezzature di casa e di cantina, per cercare martelli di varia misura, trapani, punte, cacciaviti, stopper, matite, righelli e metri fissi e a nastro riavvolgibile, lui ha tratto fuori la fedele scala di legno di casa, quella acquistata più di 60 anni fa dal padre buonanima, quella ancora pesante ed appariscente, nonostante i suoi ondeggiamenti e scricchiolii quando viene usata.

Nonno Talpone si è quindi coraggiosamente inalberato in alto, con il porta tende in una mano, due metri nell’altra e la matita tra i denti, mentre la moglie, aggrappata alla base della scala, cercava di mantenere un ondeggiamento controllato.

“ Sposta la riga più in là … no, più vicina alla finestra … noo, ancora a sinistra, ancora un pochino … no, meglio a destra …”

I suggerimenti, anzi gli ordini che provenivano dal basso sembravano quelli che un capitano di un veliero usava rivolgere al suo mozzo, aggrappato al pappafico per legare una cima.

Poi è seguito il segnalamento con la matita dei fori previsti, che per quanto ben marcati poi diventano improvvisamente invisibili, il primo foro di prova, l’avvitamento parziale di un supporto a destra, appoggiando la rotaia sulla sommità dell’anta destra della finestra, discesa rapida del mozzo, spostamento della scala, crollo del cursore metallico sulla sua testa, moccoli da marinaio imbestialito, risate scroscianti di sua moglie “ Caro, ma sbatti sempre la testa …ih iihh .. che buffo che sei !”

Risalita sul pennone, riprese misure, trapanamenti, martellature, avvitamenti, un gran tramestio, ma mezz’ora dopo nonno Talpone era lassù in alto, sfiorando il soffitto con il suo cranio ammaccato, a gridare vittoria, l’opera era felicemente compiuta .

E lui, mentre ondeggiava lassù in precario equilibrio, si sentiva come l’acrobata del circo, quello  aggrappato in alto, al trespolo del trapezio, dopo la spericolata manovra acrobatica, mentre vicino a lui è assisa la sua assistente Zaira.

Eccoli, la famosa coppia di acrobati gitani, Manuel e Zaira, le stelle volanti, il pubblico applaude, anche se in verità è solo lui , nonno Talpone che grida ad alta voce nella stanza, garrulo ed entusiasta.

“ Scendi giù, che lascio la scala, mi fanno male le mani – geme irritata una vocetta dal basso.

Lui si cala con padronale sicurezza, cacciaviti in mano, tre viti in bocca e la matita all’orecchio.

Rimirano insieme soddisfatti la messa in opera del famigerato porta tende, poi l’agile, conturbante Zaira risale con un capo della tenda, mentre Manuel blocca con i piedi e una mano la base della scala, sostenendo con un braccio il tessuto umido di bucato e porgendo i vari gancetti di fissaggio.

Si fissa anche la seconda tenda, si tolgono scala e attrezzi, si stava pulendo il pavimento quando squilla il cellulare.

E’ il figlio promettente avvocato, avvisa che tra poco passerà a ritirare la damigianetta dell’olio umbro, visto che il padre non l’ha ancora portata.

Ma nonno Talpone non è in vena polemica e riferisce concitato “ Sai abbiamo montato la tenda, sì, quella che dovevo mettere un anno fa, eravamo lassù in alto come trapezisti, sì, Manuel e Zaira gli acrobati gitani!”

“ Papaa … papaa … ma che, hai già bevuto stamattina ? Papaa … prepara l’olio e non farmi aspettare. – chiude deciso il figlio primogenito, i grandi avvocati sono gente seria e sbrigativa, non hanno mai tempo da perdere come i pensionati.

Pomeriggio da sogno, pennichella con un libro, cinema d’essai verso sera con la triste storia di Polanski, poi cenetta a casa, con un minestrone casareccio ( Ogni milanes l’è cuntent col su minestrun – cantava il povero Giovanni D’Anzi ).

Ma lì il diavolo vi ha messo la coda.

“ Cosa c’è di formaggio ? – chiede lei.

“ Il pecorino umbro, del parmigiano e le solite croste di pecorino romano – risponde lui incauto.

“ E’ inutile che mi fai notare che c’è il pecorino romano, sei una noia, mi servono per la pizza salata di Pasqua, lo sai, ma me lo fai notare ogni volta, ti ripeti sempre, non ti sopporto più !”

“ E io non sopporto quel puzzolente pecorino romano, vuoi mettere il Parmigiano Reggiano ? Pfui !”

Così hanno litigato, così lui è immusonito, così ha deciso che Manuel romperà il sodalizio con Zaira.

Domenica horribils.

Lunedì di freddo e pioggia.

Ma verso sera, mentre camminavano affiancati per andare a consegnare i documenti al commercialista, l’intrigante mano sinistra di nonno Talpone ha sfiorato e poi afferrato la manina dell’Istrice Prussiana, lei ha resistito un attimo, poi si è aperta, morbida e tenera, per ricambiare la stretta, quella vitale per due vecchi acrobati gitani, Manuel & Zaira, Talpone & Istrice, che importa, fin che vita ci trattiene.

CIAO AMORE … NON RICORDO …


Mi sembrava che fosse partita bene la giornata della festa della mamma.

Nonno Talpone l’aveva iniziata pubblicando su Facebook una foto di un gran mazzo di fiori, rose e ciuffi di mimose comprese, dedicandola a “ tutte le mamme in lettura “.

Quando era sceso al supermercato aveva operato coraggiosamente due varianti sulla lista della spesa che la moglie gli aveva consegnato, acquistando un vaso di rose gialle ed una composizione di rose rosse, tra le battute dei commessi che ridacchiavano “ Nonno e che li porti alla mamma o all’amante ?”

Risalite faticosamente le scale con i borsoni pieni, aveva trepidamente consegnato alla sua Istrice amorosa le due composizioni floreali, ricevendo come ringraziamento un dolce sorriso ed un bacino sul naso.

Sembra che più tardi sia arrivata, invitata a pranzo, la sorella inglese con relativo addetto, il silenzioso cognato oxfordiano.

Nonno Talpone li aveva fatti accomodare in cucina per bere un Prosecco come aperitivo, mentre la moglie finiva un suo lavoro sul computer.

Incautamente aveva spento l’apparecchio televisivo presente vicino al frigorifero, dove il solito serial televisivo Foxcrime propinava ad alto volume le sue quotidiane storie di omicidi, squartamenti, inseguimenti d’auto e poliziotte anodine superintelligenti.

Al ritorno nella stanza dell’Istrice si era svolta una scenata piuttosto accesa, lui non si avrebbe dovuto permettere di mettere scompiglio nella sue stanze operative, cucina o studio che fossero.

Lui si giustificava dicendo che il rumore impediva la conversazione, lei furibonda asseriva che doveva sempre essere la vittima delle sue manie autoritarie.

Lui esasperato gridava che la televisione ai pasti era una cosa insopportabile, che la subiva da troppo tempo, lei urlava che i programmi, anche quelli stupidi, sono riposanti, che era stanca di stare a tavola con un compagno silenzioso e musone, che oltretutto divorava il cibo invece di mangiare composto e compito.

Lui insisteva sui suoi diritti costituzionali di silenzio a pranzo, come avveniva nelle case dei suoi figli, lei ribatteva che i suoi figli, loro sì che erano adorabili e piacevoli, se lui voleva stare tranquillo poteva mangiare da solo in un’altra stanza.

Lui strepitava che allora lei poteva andarsene da casa, anzi era lui che se ne sarebbe uscito per andare a stare in campagna a Terni, anche subito.

No, solo dopo il mercoledì, giorno di assistenza dei nipotini.

Bene, così lei avrebbe potuto continuare le sue ricerche e scrivere in pace il suo ennesimo libro sulle demenze senili.

Pertanto si sono avuti musi lunghi, fredde occhiate, mentre Talpone meditava propositi di separazioni furibonde e piani dettagliati di divorzio.

Nel tardo pomeriggio è arrivata la telefonata di auguri del figlio Martello deus dalla New Forest, in gita sportiva con il fascinoso marito irlandese.

Forse per la lontananza, non ha capito molto la drammaticità della situazione, quando il padre gliel’ha illustrata con voce accorata si è messo addirittura a ridacchiare in modo sconveniente.

Da allora sono passate lentamente giornate di gelida sopportazione in casa Talponi, a scuola di nuoto hanno scelto corsie separate, in casa lui in cantina a imbottigliare altre damigiane di Barbera piemontese e a seghettare con il traforo due piccole scimitarre di compensato per i suoi piccoli pirati.

Lei di sopra, presa dalle faccende domestiche e dai lavori sul computer.

Quando stasera nonno Talpone è risalito dal suo laboratorio sotterraneo, impugnando due armi bianche da colorare e due bottiglie di vino, ha trovato la casa vuota e un bigliettino giallo sul tavolo da cucina.

Cos’era mai avvenuto, una disgrazia, un abbandono ?

Lui ha subito cercato affannosamente e inforcato gli occhiali buoni e ha letto “ Sono dalla vicina dell’altra scala, ciao amore, a presto “

Sembra che nonno Talpone l’abbia riletto due o te volte quel benedetto enigmatico biglietto, prima irosamente, poi sempre più perplesso.

Era ancora arrabbiato, accidioso e scontroso, ma al momento non riusciva  a ricordare per quale motivo.

Ruminava dentro di sé un certo rancore e rileggeva “ Ciao amore, a presto “

“Ciao amore ? … Non ricordo …”

DINO E CIUFFETTO ( fine )


Così, passata la mezzanotte, i due malvagi indossarono dei vecchi lenzuoli, ne fecero dei buchi per gli occhi, presero un grosso bastone, una lunga catena di ferro e con due piccole lanterne si recarono silenziosi alla casupola solitaria per sorprendere i due dormienti.

Spalancarono silenziosi la porta e subito iniziarono a battere il bastone contro i muri, a scuotere la catena, ululando e emettendo grida e gemiti agghiaccianti, che terrorizzarono i due malcapitati.

“ Siamo fantasmi dannati!- urlò l’oste con voce roca – dacci tutto l’oro che possiedi o ti trascineremo nell’inferno !”

“ Ma quella era l’ultima moneta che avevo – gemette Dino battendo i denti dalla paura – do… domani qua… quando l’oste mi darà il resto vi darò tutto, giuro, non ho più niente !”

I due figuri frugarono rabbiosamente tra i vestiti e nel suo fagotto, ma non trovarono un soldo.

Infuriati gridarono “ Allora ci prenderemo questo maialino e lo faremo arrosto !”

Il povero Dino era quasi morto dalla paura, anzi, con rispetto parlando, se l’era fatta sotto, ma quando il grosso fantasma afferrò il tornito cosciotto del suo amico di sventura, qualcosa esplose in lui come una bomba, gli si buttò contro lanciando calci furiosi, mentre Ciuffetto si rigirò morsicando scatenato l’altro preteso fantasma.

Con urla di dolore le due bianche figure scapparono fuori nella notte, lasciando vincitori sul campo i due amici.

“ Squitt, squitt, sei stato molto coraggioso Dino, sei un vero eroe – grufolò Ciuffetto dando una leccatina amorosa al suo salvatore – ma per prudenza è meglio nascondersi in qualche lontano pagliaio”.

Pertanto si allontanarono da quel posto ostile e quando il mattino seguente si svegliarono nel loro nuovo rifugio il piccolo Dino disse “ Ahimè, ora siamo senza soldi e senza cibo, come faremo ?”

Ma il porcellino rispose “ Squitt, squitt, ci penso io “

Corse nel campo vicino, annusò in giro, scavò e tornò con alcune grosse patate.

Così, acceso un focherello e messi i tuberi sotto la cenere i due amici ebbero il loro rustico pranzetto.

Dino e Ciuffetto fecero molta strada nei giorni seguenti, stando lontano dagli abitati, mangiando mele e patate, bevendo ai ruscelli e dormendo nei fienili.

Ma non poteva durare questa semplice dura vita vagabonda, il bambino cominciava a soffrirne, così, mentre si riposavano ai margini di un bosco, il maialino grugnì deciso “ Squitt, squitt, fermati qui, ho un’idea !”

Veloce si allontanò tra gli alberi, annusando rumorosamente, scavando buchette qua e là, tornando alla fine con in bocca alcuni sassi nerastri che emanavano un odore pungente ed acuto.

“ Uhm, ma queste patate puzzano, sono marce, Ciuffetto !”

“ Sgrunf, sgrunf, padroncino sei un somaro a due gambe ! Questi sono pregiatissimi tartufi, li venderai al mercato e farai molti soldi, squitt, squitt !”

Infatti quando si recarono in città, con quelle curiose patate puzzolenti stranamente il piccolo Dino guadagnò delle belle monete d’oro, e così mangiarono come dei re, poi si comprò un vestito e delle scarpe nuove per lui , una spazzola di madreperla e un guinzaglietto rosso di cuoio per il fedele amico .

Il bambino imparò velocemente molte cose in quei giorni : a controllare la sua paura, a lavorare per guadagnarsi da vivere, ad essere generoso, ma a riconoscere il valore dei soldi.

Era diventato adulto in fretta, però gli mancava qualcosa a cui non sapeva dare il nome.

Un giorno mentre passava per una via che conduceva al mercato, vide dietro uno steccato di una villetta un gruppo di tre bambini che giocavano felici, si fermò a guardarli ammirato e incuriosito.

Dalla porta di casa uscì un giovane mamma, magrolina e con un buffo caschetto di capelli rossi, gli sorrise gentilmente e gli chiese “Vuoi entrare, ho appena preparato un bella torta al cioccolato per i miei bambini, vuoi favorire ?”

Dino si girò ad interrogare con lo sguardo il suo maialino, ma la mamma capì e aggiunse che aveva anche delle belle pannocchie di granoturco per il suo amico.

Così i due entrarono in quel giardino per la merenda che veniva loro offerta, ma tutti furono così amorevoli e gentili che si fermarono per la notte, poi anche la seguente, poi diventarono come dei figli e Dino trovò nuovi amici, anzi veri fratelli con cui giocare, litigare, ma soprattutto imparare insieme le cose semplici e giuste della vita.

Anche il riccioluto maialino fu ben accettato in famiglia, a parte qualche conflitto di idee con la rossa mammina che si costringeva a sofferenti diete, cosa che faceva grugnire a Ciuffetto “ Sgrunt, sgrunt, cicciottello è sempre bello mia cara, squitt, squitt !”, ma per Natale ebbe in regalo una rosea maialina con cui stare in compagnia ed allevare ben presto una numerosa e turbolente figliolanza.

Passato qualche tempo il buon Dino rimandò ai genitori le monete d’oro che aveva ricevuto, scrivendo in un biglietto che aveva alla fine scoperto due tesori : l’amore di una mamma e l’amicizia che bambini e animali ti possono dare.

 

 

EH NO, NON SOLO LE MIMOSE


Da ieri sera ogni strada, piazza, stazione della metropolitana di Milano per un giorno è affollata da personaggi che insistono a venderti mazzettini gialli di mimose, nonché da frotte di uomini che li comprano senza batter ciglio, come un inevitabile pedaggio dovuto.

E’ l’8 marzo, la festa delle donne.

Auguri sinceri a tutte voi da nonno Talpone, che però, da vecchio rognoso, ha come sempre qualcosa da ridire ( Te pareva strano !).

Passi che da donna a donna ci si scambi un gentile segnale commemorativo, ma lui, l’amico brontolone, ha dichiarato che non intende comprare un simbolo di libertà e di dignità da chi, per costume nazionale o di religione, le donne non le rispetta e le considera a lui inferiori.

Naturalmente non lesina critiche anche ai maschietti italiani che con un mazzolin di fiori si scaricano la coscienza per un anno.

Bisogna esser buoni solo a Natale, scherzosi a Carnevale, onorare le donne l’8 marzo, amarle a san Valentino e così via ?

No, mai, lui, il caparbio nonno Talpone, si rifiuta e dedica a tutte le donne, moglie compresa ( che non legge mai il suo blog ) un piccolo rametto di tre pensierini.

Il primo naturalmente alla sua Istrice amorosa. Oggi lui ha pulito il balcone, fatto la lavatrice, steso i panni, lavato e messo a posto i piatti, rifatto i letti e stasera, quando lei ritornerà da una faticosa giornata di lezioni all’università, la porterà al ristorante da lei preferito, in modo che per una volta non si affatichi.

Si ripromette almeno 48 ore senza borbottii e le solite incaute osservazioni, il che è cosa estremamente ardua e penitenziale.

Secondo pensiero a tutte le donne: fatevi sentire, reagite, non abbiate mai paura.

Si può.

Penso ad una certa parente, signora di mezz’età, alta carina, gentile ed educata, che per caso dopo i trent’anni ha praticato con successo il karate. Ha un marito gioviale, ma maschilista, volgare quanto basta, che tratta le donne a c. e cazzotti. Una sola volta in una discussione ha provato a dare uno schiaffo alla sua signora. Non c’è mai riuscito, perché uno scattante colpo di tallone al petto l’ha steso al suolo.  Da allora ha rapidamente imparato, meglio di tante prediche, che non si deve usare la violenza.

Un’altra giovane amica, longilinea, bionda, gentile ma determinata, un paio di volte ha reagito alla tentata violenza di un maschio con rapidi ed efficaci calci ben assestati.

Non subite mai donne, reagite sempre, senza nessun timore, chiedete rispetto, sempre.

Il terzo pensiero è una piccola confessione personale.

Nonno Talpone, come spesso gli accade, si sentiva poco amato dalla sua personale Istrice ( segno Scorpione, di nome e di fatto, bellissimi animaletti, ma con code velenose ).

Per fare dello spirito andò in una libreria e le regalò un volumetto che gli pareva allusivo, “ Donne che amano troppo “ di Robin Norwood.

In copertina un volto di donna che piangeva,( lei sì che amava troppo, vedi come si deve fare ? )

Quale migliore sollecito invito a farsi amare di più ?

Che incauto ed ignorante. Sua moglie lo lesse subito, stranamente le piacque, ne regalò diverse copie a tutte le sue amiche, si mantenne bella, altera e piacevole come sempre, all’occorrenza con aculei compresi.

Stupito, alla fine l’allora giovane nonno Talpone incominciò anche lui a leggerlo, a capire qualcosa e a ricevere una lezione di umiltà.

Donne non amateci troppo, giusto quanto basta e, ahimè, quando ci vuole, usate ( piano, per favore !) i vostri adorabili aculei.

SAN VALENTINO


Questa mattina nella fretta nonno Talpone si era dimenticato di pubblicare il post appena scritto.

Stasera al ritorno a casa dopo 12 ore di baby sitting con i nipotini uno nuovamente con febbre a 40 e l’altro in attesa del suo turno, i due nonni sono stanchi e affamati.

Appena entrati un brindisi con un bicchiere di Verduzzo di Ramandorlo, è San Valentino, un bacio e si sentono improvvisamente giovani, felici e teneramente innamorati come se si fossero appena conosciuti.

Che cosa strana è questo sentimento che ti esplode dentro, non riesco a capirlo, ad analizzarlo, ma che serve, l’importante è esserne ancora coinvolti.

Buon San Valentino a tutti voi !

LE HAI QUASI TUTTE


“ Ma Talpone, cosa fai seduto alla scrivania in quel modo ?  Mettiti sotto un paio di cuscini per stare in posizione rialzata !”

“ Ma perché scusa ?”

“ Ma come, non ti ricordi che stando in quella posizione ti si piega la spina dorsale e poi ti fa male l’anca ?”

“ Anche quella mi fa male ? Ma quando mai ?”

“ Oh adesso fingi di non ricordarti che quando guidi ti lamenti che senti dolore in quel punto ? E’ perché hai il culo basso !”

Ecco, appena svegliato di prima mattina, quando dopo una buona tazza di tè e taralli nonno Talpone cerca di dar corpo alle sue ispirazioni notturne, provvisoriamente dimentico di tutte le piccole avversità della vita, in quel momento felice e spensierato, c’è sempre qualcuno, sia pure per amore, che lo riporta improvvisamente alla bruta realtà quotidiana.

Ma di quanti mali si può soffrire ?

Per fortuna forse non avrà il ginocchio della lavandaia.

BOLLITO


Mi dispiace per voi, ma il signor Talpone, nonché nonno, è uscito.

Non c’è, non so quando torna, abbiate pazienza.

Sono rimasto qua solo io, il bollito.

Si, non ci sono errori, è così, il sottoscritto si sente appesantito, con la testa vuota, galleggiante su una nebbiolina umidiccia  e tiepida, con un senso di spossatezza, insomma come un pezzo di bollito.

Ma senza salsa verde.

“ Beh allora cosa ci fai lì ad occupare il posto altrui “ Mi diranno i lettori.

“ Tengo la sedia, mi appisolo, prima o poi ritornerà nonno Talpone, almeno io lo spero “.

Intanto mia moglie, quando stamattina le ho confidato che mi sento bollito, mi ha subito messo in riga.

“ Bene, ti metto una carota in bocca, un sedano e una cipolla nelle orecchie, poi ti metto in un pentolone a bollire per bene.

Mannaggia li pescetti fritti verdi e nani, sbrigati, vai fuori a fare la spesa al mercato. Devi comprare arance, mele, mandarini, catalogna, finocchi e verza, non quella schifezza dei crauti dell’ultima volta.

E i carciofi, ma quelli teneri.

Le arance, tipo Navel, cercale dolci, mi raccomando.

Vai, su sbrigati patatone mio !”