OGNUNO AL POSTO SUO


Sono profondamente deluso e amareggiato.
Non tanto perché una sola lettrice, dicasi una sola persona, anzi due in questo momento, mi hanno scritto di conservare il nome di nonno Talpone, forse per un commosso pensiero al papà o al loro nonnino.
La vera ragione del mio disappunto è che , una volta riparati i danni provocati dagli scassinatori, ho controllato con minuzia ossessiva gli oggetti custoditi nei miei box umbri, forniti di serrature e doppi lucchetti di sicurezza.
Il risultato è che gli ignoti intrusi avevano rovistato ogni cosa, messo sottosopra le attrezzature, ma alla fine non hanno rubato nulla.
Niente di niente capite ?
Ora un ladro, uno scassinatore che esce di notte al freddo, fatica per ore per tagliare recinzioni, intrufolarsi tra gli arbusti spinosi, forzare lucchetti e ganci saldati, tagliare le lamiere, infilarsi tra oggetti arrugginiti, ha il dovere morale di prendere almeno qualcosa.
Anche se dovevano essere degli sprovveduti, perché confondere una modesta casetta per una villa con piscina di un commendatore mi fa ricordare la scena finale del film “ I soliti ignoti”.
Mi ritengo comunque insultato.
Almeno avessero arraffato il tagliasiepi elettrico, la vecchia motosega, qualche badile, i tubi di gomma per innaffiare il giardino.
Niente, non date retta a quel maligno di nonno Talpone, il quale insinua trattarsi di oggetti ormai vetusti, acquistati a suo tempo ai discount.
Io quando passeggio nei sentieri dei boschi, se trovo un pezzo di ferro o la testa arrugginita di un martello lo raccolgo e me lo porto a casa, tutto può servire.
Ma ormai questi giovani delinquenti sono troppo schizzinosi, pensate che hanno persino snobbato le mie stampanti ad aghi, i computer da tavolo che girano con windows 3.1.
Rarità.
Per accontentarli dovrei forse acquistare dei tablet ultimo modello, magari con il simbolo della mela ?
Proprio schizzinosi, ecco cosa siete.
Ma già, loro non leggono le lagne di un anziano su internet.
Caro nonno Talpone, amico, fratello, forse effimera proiezione di me stesso, rassegnamoci a frequentare i bar degli oratori con i pensionati che giocano a scopa e tressette, o mettiamoci in fila in un ufficio postale o in un pronto soccorso, così per passatempo, per chiaccherare con i vicini dei bei tempi andati.
Ognuno deve stare al posto suo, con i suoi simili.
Grunt!

CI CONTENTIAMO


Sono le 4 del pomeriggio, l’ora adatta per prepararmi il tè pomeridiano, è martedì e tra un’ora ci sarebbe l’appuntamento settimanale per la ginnastica della quarta età, tenuta nella vicina palestra delle scuole elementari, quella che ho frequentato con riluttanza tanti anni fa.
Strano come la vita sembra riavvolgersi, farci tornare a frequentare gli stessi posti, rivivere le stesse situazioni di insofferenza, ripetendosi dopo una serie incredibile di anni.
Poco fa, incuriosito, avevo sfogliato un block notes rosso ciliegia a spirali, capitato per caso tra le mani mentre cercavo un libro negli scaffali vicini, settore storia della prima guerra mondiale, ho riaperto quei fogli scritti a penna con minuzia, fitti di cancellature e correzioni, scoprendo il testo del mio ultimo post, datato 4 marzo.
Ma come, sono passati più di due mesi da allora ?
Cosa è avvenuto per bloccarmi così a lungo ?
Non ricordo.
Sono sicuro che quasi ogni giorno, anche più volte , l’amico di stanza, nonno Talpone, improvvisamente se ne usciva con affermazioni stravaganti, suggeriva storielle buffe, ricordi rivissuti con un sorriso benevolente.
Poi, come spiegarmi, c’era un altro, sopra di noi, che con placida autorevolezza smuoveva ogni parola, ogni pensiero e l’allontanava come un leggero pulviscolo.
Lui non parlava, non ordinava nulla, ma faceva capire che tutto era vano, magari non inutile, ma in fondo ogni cosa era ovvia, già detta, senza alcuna necessità di trascriverla e in ogni caso era parte di un tutto eterno e caotico, con un ordine a noi incomprensibile.
C’era, c’è, ci sarà.
Nonno Talpone si ammutoliva, io accettavo supinamente, poi mi svagavo su tante piccole cose della nostra vita quotidiana.
Tutto e niente insieme.
Non sono stati solo giorni di passiva delusione, di tristezza immusonita, ho avuto anche momenti piacevoli con amici, moglie, figli e nipoti, ho viaggiato e goduto vacanze impreviste e graditissime.
Ma io e nonno Talpone non siamo più stati in sintonia come prima, i nostri tempi erano quasi sfalsati e lo scriverne imbarazzante, quasi proibito.
Spesso mi capita di perdere i miei oggetti personali, scherzando mi consolo pensando che è stato la solita prodezza dei dibbuq di casa, burloni impenitenti che si divertono a farmi disperare, vecchietto distratto e brontolone come mi ritrovo, per farmi ritrovare il temperino di madreperla scomparso quindici giorni prima, mentre sto cercando una fotografia che avevo in mano poche ore fa.
Ecco ora per caso, invece di un libro ho ritrovato nonno Talpone.
Speriamo che quello del piano di sopra rimanga perso nelle sue meditazioni e verità cosmiche.
Noi “ poareti “ siamo fatti di pasta diversa, ci contentiamo di poco.

SALE AMARO


Non è piacevole, ma capita talvolta di perdersi, di confondere le priorità logiche delle nostre scelte, di vivere nelle piccole cose di ogni giorno con un’ansia e un tremore intimo incontrollato.
E’ una situazione tipica delle persone anziane, ma può infettare le persone ad ogni età, niente di drammatico, non mi riferisco a casi clinici da indagare e da curare, è solo un sottile mal di vivere.
Ci si affonda lentamente, quasi senza accorgersi, in queste innocue distese di sabbie mobili.
E’ una leggera forma di depressione che ci cala addosso come un’improvvisa nebbia lattiginosa.
Di solito non se ne parla, se ne prova vergogna, anche perché si conoscono già le risposte che variano dal consolatorio all’irridente.
Si macina dentro il proprio sale amaro, pian piano, quasi con un’aggressiva e ossessiva determinazione.
Bisogna aspettare che si sciolga, prima o poi.
So bene che tanti, moltissimi di noi ne soffrono e lo tengono nascosto come un peccato o un difetto risibile.
Se in casi gravi viene chiamato uno specialista, nella maggioranza dei casi di lieve entità si deve convivere con quest’ombra intorno a noi.
Passerà, oh certo passerà.
Sono ottimista.
Poi tornerà ancora.

DIFETTI DI MEMORIA


Non si può sempre sorridere delle piccole cose, perché non si possono oscurare quelle grandi, come i principi che devono regolare la nostra vita, le garanzie della libertà politica e religiosa, il rispetto degli altri, l’applicazione della democrazia nel vivere civile, concetti che non vanno mai dimenticati.

Il mio è un piccolo blog, sono un anziano senza importanza, ma non posso tacere nel Giorno della Memoria.

Non per una celebrazione ufficiale, ma la memoria dei fatti e misfatti storici passati è una regola che va rispettata, perché sia analizzata e assimilata nell’intimo di ognuno di noi.

Purtroppo nei commenti su internet, su Facebook e troppo spesso nelle conversazioni quotidiane con conoscenti e amici vedo con orrore l’emergere di un disprezzo e di un odio razzista verso quelli diversi da noi, le minoranze, quelli con opinioni, usi, fedi religiose e credo politico differente.

Ad esempio conosco una coppia di amici della mia età, persone gentili e generose, operose e tolleranti, ma quando si tocca il tasto degli ebrei ( quelli di religione israelita ) loro si scatenano con insinuazioni e accuse farneticanti.

Per colmo di ironia la loro apparenza fisica esterna, piccoli, magri , capelli ricciuti,  nonché la loro fortuna commerciale ne fa quasi un prototipo dell’ebreo da loro disprezzato.

Come far capire loro che essi stessi potrebbero essere la minoranza da calunniare e odiare ?

Cosa dire del mio amico egiziano che cura la pulizia delle scale del condominio dove abito, dell’amico rumeno Giorgiu che mi aiuta nei lavori faticosi dell’Umbria, di Fang il meccanico di fiducia, che sono alcuni dei tanti extracomunitari che conosco.

Sono forse da disprezzare, da buttare in mare solo perché sono venuti in Italia a cercare un lavoro ?

Perché un mendicante, un ladro devono diventare dei mostri solo perché vengono da fuori, sono da tollerare solo i bisognosi o i mascalzoni  che hanno il nostro colore della pelle o che parlano il nostro dialetto ?

Un omosessuale va disprezzato perché ha inclinazioni e un bisogno di amore diverso dal mio?  Chi osa stabilire i dogmi della nostra sfera più intima ?

Mi sento sommerso dall’amarezza  per la violenza verbale e fisica che vedo intorno a me.

Devo confessare che, giunto alla mia età, mi pento di non aver voluto continuare ad insegnare nelle scuole, forse sarebbe stato come un secchiello d’acqua versato in un lago, quello che si sta prosciugando, quello della tolleranza e del rispetto degli altri esseri umani.

UN EROE MANCATO


Se tenesse ancora un diario, invece di gestire in modo saltuario il suo blog, nonno Talpone avrebbe dovuto scrivere “ nessuna novità, giornata piatta, mia moglie sta riprendendosi e ha voluto subito riprendere le redini di casa. Ho letto due libri, risolto un cruciverba, sonnecchiato nel pomeriggio, i nipotini non si sono visti, sono impegnati.”

Invece all’ora di cena, quando il nostro stava consultando le agendine degli ultimi cinque anni, per ripassare i ricordi degli avvenimenti passati, la nascita del Polipetto, le poche gite all’estero, i funerali degli amici, è arrivata inaspettata la chiamata del figlio Promettente Avvocato.

“ Papà ! Sono rientrato adesso. Il gabinetto è stato intasato, non so cosa vi abbiano buttato dentro i bambini, ho già usato un certo Mister Muscolo , non so, cosa mi consigli?”

Uscire improvvisamente dai ricordi è un procedimento sempre rallentato per nonno Talpone, così ha bofonchiato “ Non so bene, aspetta che chiedo alla mamma “.

“ Ma come, non sei tu l’Uomo di Casa ? – si è stupito il figlio maggiore – Ti richiamo dopo “.

Un breve consulto con la moglie per riordinare le idee e nonno Talpone ha preso una pila e ha cercato nei vari sgabuzzini dei balconi, ritornando trionfalmente dopo pochi minuti con in mano una sonda a molla snodabile, acquistata anni fa per la risoluzione di quei problemi e non più usata dopo l’uscita di casa dei figli.

“ Prendi anche i guanti protettivi di gomma- ha suggerito l’Istrice Prussiana.

“ Mi porto anche la pila, un altro sgorgatore liquido, la sonda e avviso subito nostro figlio che Arrivano i Nostri! – ha proclamato trionfante nonno Talpone.

Intabarrato, con il suo cappello calcato in testa , in mano la borsa degli attrezzi, mentre si stava precipitando fuori dalla porta è stato ancora chiamato dall’Avvocato.

“ Tutto a posto papà. “

“ Ma come, sto arrivando con tutta l’attrezzatura necessaria !”

“ Non importa, ho fatto, devo cucinare, ho gli amici a cena, ciao.”

Nonno Talpone è rimasto vicino alla porta, rigido come un allocco, con la sua borsona stretta in pugno.

“ Ti è andata male, vero ? – ha cercato di consolarlo l’Istrice Amorosa – volevi vedere i bambini e fare il nonno eroe, ti ho capito sai.  Beh, visto che sei già vestito potresti scendere al supermercato, avrei voglia di mandarini Clementini dolci e del succo naturale d’arancia, vuoi ?”

Così l’eroe mancato è sceso per le scale, con una borsa vuota.

Era come abbacchiato e insoddisfatto, ma ritornando poi, dopo un’orgia di acquisti alimentari, perché non so per qual motivo il comperare è spesso gratificante, per le scale si consolava così “ Ecco arrivo, sono il paggetto che risale la torre per portare conforto alla sua principessa prigioniera” e l’affannosa arrampicata al terzo piano gli pareva più lieve.

UNA VIGILIA DI APPRENSIONE


Ore 9.10

P. V. – “Accidenti ! Sei sempre nascosto nonno Talpone ?”

Io – “ Ho avuto un sogno, un incubo tremendo che univa in un cerchio pauroso l’innocenza della mia prima infanzia, quando ancora c’era la mamma, con la solitudine smarrita del dopo, il rimorso delle occasioni sprecate, la fastidiosa convivenza con quel vecchio che devo ammettere mi è estranea e fastidiosa.”

N. T – “ Lui, sì quell’anziano signore con cui mi sono svagato per tre anni, ormai si è troppo rinchiuso nei suoi ricordi e paure, credo proprio che dovrò cercare un altro che mi ascolti, ma non so con chi comunicare, forse nessuno di questi tempi sa più sorridere.”

Ore 10.20

P.V. – “ Cosa sono poi gli anni ?    Un numero senza valore alcuno.

Non so ancora come definire la vita, né la mia esperienza, né quella degli altri, insomma di tutti noi.

70 è solo un numero.

Mi ricordo con assoluta lucidità quando mi trovavo sul medesimo balcone della cucina, che ora osservo smarrito dietro i vetri, avevo solo 7 anni e mi dicevo – cavolo, sono diventato vecchio ! –

Il pensiero della crisi di depressione che ho provato al compimento dei miei 50 anni ora mi fa solo increspare le labbra con leggera derisione, con un senso di superiorità di chi ne ha viste ben altre.”

 

Ore 12.00

Io – “ Vorrei in spensierati giochi di bambini.    Riposare, non pensare più a nulla.  Dormire.”

 

Ore 22.05

N.T. “ Forse finalmente si è svegliato …”

P.V. “ Ero uscito stralunato per camminare senza uno scopo, in una libreria ho trovato dei buffi libretti per i miei nipotini, sui giochi del calcio, storie di Trolls, puzzle, monografie d’arte per i miei figli grandoni, un profumo per la mia bella.       In una bancarella mi sono lasciato tentare da una vecchia copia di un giornalino illustrato dei soldati in trincea del 1918 e da un libro di matematica divulgativa “ Il teorema del pappagallo “ di Denis Guedj , vorrei tentare di capire la matematica che alle superiori odiavo con tutta la mia caparbietà.  Sarebbe un ponte lanciato verso il mio amico Alfredo, lucidissimo e brillante docente in quella materia.”

Ore 22.40

Io “ La curiosità forse ci può salvare.    Anche la pietà.”

GIRI DI GIOSTRA


Come  funziona un blog ?

Devo ammettere di non averlo compreso a fondo, forse per la mia formazione e il mio stato anagrafico, legato ancora ai diari tenuti su vecchie agende da tavolo in similpelle, alle missive scritte a mano in modo frettoloso e ricopiate in bella copia in carta da lettera in vergatino, nelle quali il destinatario era ben preciso, localizzato e per uno scopo comunicativo ben determinato.

Ora con il web uno scrive e si relaziona con un pubblico incognito, diffuso in ogni parte del mondo.

Tutto questo a ben pensarci non può che farmi paura, anche se per fortuna l’uso della sola lingua italiana ne limita molto il raggio di diffusione.

Ho iniziato a scrivere, forse tre anni fa, per un caso fortuito, in seguito ad un’avventura curiosa, da nonno buffo e irruente, che volevo far conoscere ai miei due figli e ad alcuni giovani amici .

Erano i tempi di Splinder, una piattaforma blog che ti chiedeva di segnalare i nomi delle persone amiche da avvisare per l’uscita di ogni nuovo scritto.

Era quindi una specie di lettera collettiva, a cui magari si poteva aggiungere qualche altro lettore casuale.

Si trattava di venti o trenta persone, non che ora il numero dei lettori si sia notevolmente amplificato, ma quando scopro, in quel perfido schema delle statistiche del blog, che vi è qualche lettore negli Stati Uniti, in Russia o in Arabia, provo un certo imbarazzo, come se avessi toccato un meccanismo complesso che non so più controllare.

Vi sono stati anche episodi passati in cui qualche post ha creato imbarazzo nei rapporti con parenti e amici.

Sinceramente ho cercato di essere sempre schietto, direi anche obiettivo secondo il mio punto di vista, attento ai fatti realmente avvenuti, ovviamente con una punta di ironia, soprattutto verso me stesso e questo mi ha aiutato a sopravvivere meglio ai problemi della mia fragilità, nonché alla mia età.

Analizzare e descrivere i propri sentimenti, esplorare gli stati d’animo può essere rischioso e creare dei fraintendimenti.

Non solo quindi dei risentimenti in alcune persone che si ritengono insultate (?), ma anche delle preoccupazioni eccessive nelle persone a me vicine, quando tratto argomenti dolorosi.

La vita ha tante sfaccettature, bisogna passarci anche soffrendo e accettarle per quello che sono.

L’angoscia e la morte ne fanno parte, non si può avere solo divertimento, piacere , risate e gioia.

Negli ultimi giorni sono stato in visita ai cimiteri della mia città, per la commemorazione dei defunti e per il funerale di un mio caro vecchio amico.

Passando per i viali di cipressi, fermandomi attonito davanti alle tombe a me conosciute, posando dei fiori, pulendo delle appannate fotografie smaltate e recitando delle brevi preghiere di saluto, ogni volta ho ricordato gli episodi delle loro vite, i momenti belli passati insieme, le loro storie, o magari solo quelle a me riportate dai miei genitori.

Alcuni sostengono che i morti si seppelliscono, si piangono, alla fine si dimenticano perché poi la vita rientra sempre trionfante.

Io invece mi riconosco in quella credenza africana ricordata da Kapuscinski.

“ Un uomo muore veramente quando muore l’ultima delle persone che lo conoscevano e lo ricordavano.

Noi cessiamo di esistere quando nel mondo non rimane più un solo portatore di memoria di noi.”

Forse anche per questo scrivo nel mio blog, per far rivivere storie e memorie di persone che sono presenti nella mia mente e non mi lasciano mai.

Dicevo a mia moglie giorni fa al cimitero che dovevo lasciare un elenco dettagliato delle tombe dei miei defunti, perché in futuro potessero essere visitate dai figli e dai nipoti.

Lei argutamente aggiunse che dovevo soprattutto lasciare le indicazioni dei libretti di risparmio e dei miei investimenti accumulati.

Mio figlio, quello inglese, l’irruente Martello di dio, dal dolce cuore di ricotta, invece si è seriamente preoccupato per gli ultimi resoconti di nonno Talpone.

Giornalmente mi telefona accorato per sapere come sto.

“ Benissimo ! – rispondo ogni volta, quasi impermalito – come vuoi che vada, da pensionato. Non succede quasi mai niente, si va su e giù, qualche noia e tristezza.”

“ Papaa … non andare più ai cimiteri, vai alle giostre invece !  – si raccomanda lui con il tipico candore dei giovani.

Forse anch’io un tempo, come i giovani d’oggi, non capivo che la nostra esistenza è un giro di giostra, più o meno lunga, da apprezzare e accettare con curiosa attenzione e ironia, se si può, poiché non sappiamo mai dopo quale rampa la corsa andrà a finire.

In fondo bisogna riconoscere che il biglietto ci è stato regalato.

LA BICICLETTA


Questi tempi ci offrono delle novità impensate anche nelle piccole cose.

Non parlo della rete di internet, computer, cellulari, l’elettronica applicata su ogni congegno, in questo caso mi riferisco semplicemente ad un oggetto comune come la bicicletta, utilissima per gli spostamenti, semplice, ecologica, compagna fedele che ci accompagna tutta la vita, dall’infanzia alla vecchiaia.

Credevo che fosse perfetta e immutabile ed ora, a parte quella di cartone pressato che hanno annunciato i giornali, scopro che mio figlio, quello inglese, ne ha una pieghevole come una valigetta di 40 cm di lato.

Uno dei problemi irrisolti che mi aveva affidato, prima di correre alla stazione per andare al lavoro, era di rimettere a posto sul cerchione un copertone della gomma bucata.

Un gioco da ragazzi, avevo pensato io, cose che ho sempre fatto in campagna dall’età di dieci anni.

Così mentre dentro casa il Tasso Irlandese rullava le pareti di un bianco candido ( da giorni si è licenziato per una pausa di raccoglimento casalingo, da massaia tuttofare ) io nel giardino con una borsetta degli attrezzi mi accingevo all’opera.

Dunque, è semplice, se non sbaglio basta infilare un fermo tra copertone e cerchione,fai scorrere dalla parte opposta un cacciavite o un pezzo di plastica dura, tiri, sforzi, tendi e a dieci centimetri dal loro ricongiungimento tutte le tue levette ti saltano dalle mani.

Riprovi, cerchi di girare la ruota per migliorare la presa, ti ungi le mani con l’olio della catena che ti incastra le dita e ottieni il medesimo risultato.

Bisogna anche capire che le due ruote, il sellino, il triangolo del telaio e il manubrio erano compattate tra loro in un groviglio intricato.

Dopo molti tentativi fallimentari, sempre più sporco di grasso e la fronte gocciolante di sudore, il Tasso gentilmente è uscito fuori a portarmi uno sgabello, commentando che anche loro in precedenza ci avevano provato inutilmente.

“ Pfui ! Gioventù moderna! Da ragazzo io …”

Parole sprecate, quel maledetto copertone sembrava essersi trasformato in una biscia furente e scivolosa, lo fissavi da una parte e saltava dall’altra con un guizzo improvviso.

“ Cosa mi succede ? – mi sono chiesto perplesso – sessanta anni fa ci riuscivo in pochi minuti. A Terni un paio di settimane fa avevo cercato di cambiare l’olio dell’auto, strisciandovi sotto come un verme e per la prima volta dopo cinquant ’anni di pratica non ci ero riuscito per quanti sforzi facessi. Vuoi vedere che sto diventando vecchio ?”

Mentre seduto sullo sgabello mi perdevo in queste considerazioni filosofiche sulla precarietà dell’esistenza, il buon Tasso Irlandese è uscito ancora una volta dalla porta finestra, chiazzato di vernice bianca, con l’asta del rullo gocciolante e come un angelo candido mi ha annunciato che, nel caso, in fondo alla discesa della strada esterna, verso il centro, girate due o tre stradine, c’era un negozio di ciclista.

Qualcuno magari si sarebbe posta la domanda sul perché sia lui che il Martello di dio non ve l’avessero portata da più di un mese prima, ma io che sono uomo di pensiero, o se volete tardo nell’agire e nel capire, ho apprezzato che avessero aspettato l’aiuto del  loro papà e ho soppesato le due possibilità conseguenti.

Una era quella di seguire l’orgoglio dell’uomo faber, che tutto può fare con la dovuta determinazione e concentrazione, l’altra  quella di scegliere la logica minimalista e codarda, consistente nell’affidarsi ad un tecnico più giovane ed esperto.

Mentre mi riposavo e stropicciavo le mani sporche per cercare di pulirle, ungendomi ancora di più, devo ammettere con vergogna che alla fine mi sono rassegnato alla seconda soluzione.

Così, sollevato quel pesante pacchetto metallico, ho infilato la porta e sono uscito in strada.                    Fatti una cinquantina di metri di quella ripida discesa mi sono chiesto “ Perché faticare ?”.

Il genio talponesco ha prevalso: ho cercato di staccare il manubrio, guardando dove fossero le cerniere, poi ho provato a districare una ruota, ma non ci sono riuscito.   Ho svitato il tubo del sellino, facendo ribaltare  la ruota posteriore.

Mentre cercavo di dare a quel complicato groviglio una parvenza di bicicletta, è uscita da un portone, prospiciente lo stretto marciapiede dove mi stavo esibendo, una signora di mezz’età che, quasi inciampandovi sopra, mi ha lanciato un’occhiata allarmata e disgustata, quasi sospettasse che fossi un ladro di biciclette.

Sorridendo umilmente ho sollevato una parte dotata di ruota, che si è subito ripiegata schiacciandomi una mano, l’ho rimessa a terra, cercando di sollevarla e mi è rimasto in mano il sellino.

Sempre più confuso e affannato ho preso in braccio quell’ infernale attrezzo e mi sono allontanato piegato in due, cercando di non perdere qualche pezzo per strada.

Appena giunto in quel luccicante negozio, che esponeva nelle vetrine una superba esposizione di lucide e fiammanti biciclette di gran marca, devo aver suscitato un’immediata compassione, forse anche per la mia età, forse per lo stato pietoso in cui mi trovavo con quell’intrico di tubi e ruote tra le mani, così, invece di telefonare alla polizia, il distinto commesso ha chiamato un giovane robusto dal retro che ha portato via la ferraglia.

Dopo cinque minuti è ritornato con una miniciclo funzionante in cui svettavano un manubrio e il lungo sellino.

Ho pagato quattro sterline e sono risalito, a piedi ovviamente, per quella salita del 30% di pendenza, stanco ma trionfante.

Alla sera il Martello, alla vista del suo destriero funzionante, è rimasto stupito e meravigliato. “ Ma come ci sei riuscito papà ?”

Io ho sorriso compiaciuto, con i baffi che fibrillavano come un gatto che si fosse appena pappato un topolino.

Una ventina di secondi di gloria, mantenendo un orgoglioso silenzio, poi ho dovuto raccontare come si erano svolti i fatti.

“ Ah, ah,ah, scommetto che ti avranno preso per un ladro di biciclette – si è subito sganasciato lui – Povero il mio papino, vieni qua che ti strizzo, ciccione ! Sei grasso, grasso, grasso !”

Mi sono sentito come un tubetto di dentifricio.

Se non esco con le costole rotte da questa vacanza inglese vuol dire  che i tanto vituperati rotolini adiposi a qualcosa sono serviti.

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ALI’ BABA’


L’altro giorno abbiamo ricevuto una telefonata da una vecchia amica, che ha raccontato la storia drammatica di comuni conoscenti che abitano a Reggio Emilia.

In quella città emiliana, una volta ricca, opulenta, laboriosa, ove tutti avevano un lavoro che svolgevano coscienziosamente, con inventiva e operosità unica, la gente era allegra e buontempona, amava godersi la vita con i soldi guadagnati con fatica;  ora subisce la mannaia della crisi economica, come nel resto dell’Italia, oltre a soffrire i danni dell’ultimo terremoto.

Posti di lavoro sono  tagliati, gli stabilimenti e le fabbrichette ora annaspano in un mare di debiti, con meno ordinativi, meno pagamenti ricevuti, più tasse e balzelli burocratici da subire.

In quella famigliola, che conosco appena, lui ha perso il lavoro, lei è in cassa integrazione, per ora, la figlia che si era appena iscritta all’università  non trova sbocchi occupazionali.

Ora con la vecchia auto battono i mercatini di provincia, cercando di vendere oggettini usati, quelli da un euro o poco più.

Hanno chiesto ad amici e conoscenti se avessero qualcosa di vecchio o superfluo da dare a loro.

Noi abbiamo pulito e impachettato vecchi biberon che i nipotini non usano più, coppie di tazzine mai usate, orologi e radio datate, brocchette, vestiti, libri, che saranno da loro esposti su un lenzuolo o su un tavolino da campeggio in una piazza rumorosa e affollata.

La cosa incredibile è che non si tratta più di mercatini di brocantage ove gironzolare curiosi per cercare l’impossibile affare, ma di posti dove la gente va a cercare e acquistare per necessità le stoviglie o il biberon perché solo un euro può spendere.

Ormai sembra caduta anche la vergogna di mostrarsi poveri, loro, gli emiliani, fino a pochi anni fa così esuberanti e opulenti.

Voglio citare anche il caso di una giovane signora in Umbria, brillantemente laureata in scienze, con una bambina, che ha lavorato per anni come impiegata in varie istituzioni come esperta di contributi e contabilità, sempre con contratti a tempo determinato, poi in vari uffici quale collaboratrice con partita IVA, con stipendio sempre ridotto fino a perdere anche le 500 euro che guadagnava.

Non ha mai trovato un lavoro stabile, nonostante le mille promesse, perché non era raccomandata da un potente locale, di qualsiasi bandiera fosse.

Tante storie simili potrei raccontare, di famiglie che sopravvivono in qualche modo grazie ai genitori o ai nonni pensionati, che fortunosamente sono riusciti a farsi una casa tanti anni fa.

Dalle inchieste giornalistiche e in televisione emergono invece, elitari e staccati dalla gente comune, i rappresentanti di una classe politica parassitaria che sembra non avere questi problemi, anzi si dimostra sempre più arrogante, arricchita e rapace.

Non sono più quaranta i ladroni della favola, secondo le stime di Rizzo e Stella questa nuova classe di potere conta circa due milioni di persone, aristocratici non tanto per nascita ma per cooptazione connivente.

E Alì Babà direte voi?

I tesori nascosti certe volte li trova la Finanza e la Magistratura, anche se non so quanto si riesca a rimettere nelle disponibilità delle casse dello Stato, credo ben poco.

A noi, novelli Alì babà resta solo il “ Gratta e vinci” quel foglietto colorato da un euro che ci offre con insistenza tentatrice la cassiera del supermercato o il tabaccaio sotto casa.

Ecco balenare oltre la porta della grotta il tesoro nascosto dei milioni, delle rendite mensili da diecimila euro, la metà di quella di un parlamentare.

Paga e spera, tanto sperare non costa niente.

Anzi no:  un euro prego.

RIENTRI


Come rientrare, in una giornata di pioggia, con un mal di stomaco che sembra strizzarti dentro, con la solita stanchezza svogliata, senza alcuna idea brillante ?

Sono sempre io purtroppo, un anziano pensionato che brontola, si lamenta, depresso nei giorni pari, nei giorni dispari solo abbacchiato.

Perché scrivere dunque ?

Meglio continuare a stare zitto, covare i propri nuvoloni di pioggia, latitare, fingere di essere impegnato in qualcosa di importante, di necessario, attività che impediscono per un certo periodo di avere del tempo da dedicare ad un post di nonno Talpone.

Il fatto reale è che questa latitanza mi crea un senso di colpa abbastanza insistente e fastidioso, con un ridicolo effetto di corto circuito.

Mi sento troppo stanco e depresso per scrivere una pagina delle cronache di nonno Talpone, ma se me ne allontano per troppo tempo mi sento ancora peggio, senza una valvola di sfogo ai pensieri negativi che mi ribollono dentro, senza una valida risposta alle domande che mi vengono poste sul motivo di questo silenzio.

Questo blog è nato casualmente due anni fa come tentativo autoironico di sopportare me stesso, una persona qualsiasi che si ritrova improvvisamente, come per caso, carico di anni, con un corredo di piccoli tic e manie in fase di preoccupante espansione, dei vuoti di memoria e un dilagante bagaglio di ricordi lontani, un incerto futuro a cui assoggettarsi, alla scoperta di un mondo sia interno che esterno che appare difficile da interpretare.

Nello stesso tempo con la consapevole felicità nel frequentare i bambini con il loro universo incantato e puro, che ne fa dei provvisori angeli presenti tra noi, noi adulti colpevoli spesso di non ascoltare e imparare da loro, per ritrovare una gioia e un’innocenza primitiva, che abbiamo ormai dimenticato.

Dimenticavo: questo blog è anche e soprattutto un atto d’amore verso i miei figli, l’Avvocato Sportivo e il Martello di dio, i rispettivi adorabili consorti, i due teneri nipotini, la cui presenza fa di me un nonno felice, non ultima la mia Istrice Prussiana, che non gradisce che si parli di lei, richiesta che fatico ad accogliere, dato che è parte di me stesso, la mia metà migliore, il mio amore spinoso.

Ecco, in qualche modo sono rientrato nel blog, con un atto di incosciente spudoratezza, ripetendomi forse, da anziano noioso, ma è stato un atto liberatorio.

Il  vecchio amico nonno Talpone spero  mi assisterà ancora, per aiutarmi nelle giornate future, come un bizzarro placebo medicinale, da assumere a piccole dosi, via internet.