HANID & PAMOCK


“ Questa sera mi sento molto stanco, raccontami qualcosa di nuovo nonno Talpone !”

“ Non ti stanchi mai, vero ? Va bene, le storie piacciono anche a me. Allora…

C’era una volta in una grande città un vetusto edificio alla periferia, era un casermone grande e severo, con un largo cortile spoglio, un istituto che avrebbe dovuto proteggere dalle insidie dell’ esterno una folla di bambini di ogni età, profughi provenienti da ogni parte del mondo, scappati dalla miseria e dalla fame, con l’illusoria speranza di trovare il paese dell’oro e dell’abbondanza.

Lì vivevano, tra le centinaia di piccoli ospiti, due ragazzini : Hanid e Pamock.

Non erano tra i più piccoli né tra i più grandi, avevano circa sei anni e non potevano essere più differenti tra loro, Hanid era piccolo, bruno e ricciuto, l’altro più alto ed esile aveva una cascata di capelli biondo paglia che strabordavano dalla sua grossa testa dondolante.

Se il primo era di natura agile, scattante, collerico e protervo, Pamock invece era timido, impacciato e dolce, fragile e facile al pianto.

Hanid era rispettato e temuto anche dai più grandi e massicci, aveva degli scatti improvvisi d’ira che spaventavano tutti e una naturale rabbia repressa che si manifestava con urla, scherni pungenti, bravate folli e spericolate.

Non poteva essere più differente dal biondo Pamock, troppo longilineo ed esile per destare qualsiasi paura, senz’altro avrebbe suscitato il riso, anzi lo scherno per la sua goffaggine e la sua ingenuità, se non fosse per il suo disarmante, naturale candore, che lo portava con facilità di passare dalla risata gorgogliante e liberatoria ad un pianto singhiozzante e sfrenato per la minima offesa e avversità.

Eppure questi due bambini di carattere così opposto erano diventati amici, anzi inseparabili compagni di gioco.

Hanid naturalmente era il difensore vigile e scattante del suo protetto, la propria naturale autorità aveva salvato l’altro in diverse occasioni, in caso di beffe e prepotenze di qualche ragazzo ottuso e violento.

Ma non era solo una forma di protezione di un forte nei riguardi di un debole indifeso, era anche un’amicizia complementare, in cui davano e ricevevano in ugual misura, con tenerezza e spontaneità.

Finite le attività di gruppo in cortile e le lezioni nelle aule, i due amici si mettevano a parte, giocavano e parlavano tra loro, spesso Pamock iniziava a raccontare, con voce piana e leggermente claudicante, delle lunghe storie di fatti remoti, accadute in paesi lontani, misteriosi e affascinanti, con personaggi apparentemente comuni, eppure così intriganti e fantasiosi che legavano l’attenzione dell’ascoltatore.

Quelle storie le aveva ascoltate lui stesso anni prima, in tempi felici ormai lontani, da suo nonno, un omone che aveva una voce tonante e autoritaria, che però a suo piacere sapeva modulare e ridurre ad un dolce sussurro.

Ora Pamock le recitava a sua volta, con piccole modifiche che risentivano del suo umore, ora ironiche e grottesche, ora commoventi e tristi.

Ben presto anche Hanid aveva iniziato a raccontarne delle sue, erano avventure e lotte immaginarie che coinvolgevano strani omuncoli collerici che vivevano sotto le piastrelle di certi pavimenti remoti e persino un gruppo di cammelli selvaggi che galoppavano dentro i muri di recinzione del cortile.

Alla fine ridevano insieme delle loro storie, che rendevano lieta la loro infanzia e li proteggeva come una magica bolla eterea da una realtà che avrebbe potuto essere troppo cruda e ostile.

“ Dai Pamock, raccontami la storia dell’uomo verde del bosco, o del bambino che non aveva paura del buio e degli spettri, della scatola magica che creava caramelle dolci e frizzanti o del piccolo fantasma che amava sporcarsi e correre nelle pozzanghere… Forza avanti con una storia”

E il biondo Pamock, con un sorriso compiaciuto, iniziò “ C’era una volta…”

LA FESTA DEL PAPA’


Quando si sono alzati per fare colazione, un poco goffi e semiaddormentati, nonna Istrice gli ha detto “ Oggi dovrebbe essere la festa del papà “

Subito nonno Talpone ha afferrato il telefono ed ha chiamato il figlio maggiore, il promettente avvocato, che stava andando al lavoro incolonnato in auto come tutti a quell’ora, gli ha ricordato la festività del giorno, gli ha fatto gli auguri per conto dei piccoli nipotini e ha ricevuto la graditissima notizia che questa settimana dovrà fare da baby sitter per due giorni supplementari.

Yahooo ! Questa è una dolce medicina !

Più tardi, quando i nonni si sono recati nella vicina piscina comunale per il corso bisettimanale di affondamento rapido ( l’Istrice ) e di boa galleggiante ( nonno Talpone ), quest’ultimo ha portato in regalo all’Alessandra, la loro giovane e paziente istruttrice, un pacco di tarallucci alle olive e rosmarino di Cerignola, riducendola alla commozione.

“ Grazie, come vorrei avere un nonno come lei, signor Talpone !”

“ Ma figuriamoci, fare il nonno non mi dispiace affatto, la prossima volta ti porterò una scatola di bomboloni al cioccolato, sei troppo magra cara ragazza, ma ti nutri abbastanza, il tuo moroso ti tratta bene ?”

Per lui è come un’altra figlia, sempre gentile, disponibile a suggerire consigli inascoltati, con la sua assurda speranza di riuscire  a far imparare gli stili di nuoto ad un gruppo di nove ottuagenari di varia rotondità.

Nel corso della giornata la felicità aumenta quando Talpone si rende conto che ben due signore gli hanno scritto una mail approvando il suo recente resoconto cimiteriale.

Incaute, il nostro nonno, acceso di insano entusiasmo, sta ora pensando di abbozzare la storia dei cimiteri e delle catacombe di Milano, dall’epoca celtica a quella berlusconiana.

I suoi post potrebbero trovare ampio rilievo nei bollettini delle imprese di Pompe Funebri della città, finalmente si delinea per lui una brillante carriera di scrittore necroforo, la fama e forse una bara ad onorem.

A tarda sera telefona al suo piccolo, quello perso lassù tra le gelide spiagge di Brighton, il Martello di dio è appena tornato a casa dopo dodici ore di lavoro e di viaggio in treno, stravolto dalla stanchezza, la sua company l’ha coinvolto anche nel fine settimana per un grande capo venuto dagli USA.

Un boccone, due sferruzzate di maglia e poi a letto a dormire con i suoi due gatti.

Suo marito, il fascinoso e selvaggio Tasso irlandese, è invece impegnato con un punto e croce per rilassarsi.

Sono come una coppia di pacifiche vecchiette, aspettano e sperano di poter adottare un maschietto e una femminuccia per arrotondare e completare la famiglia, sarà un percorso lungo, difficile e costoso.

Abbiate pazienza, in un vicino futuro nonno Talpone chiamerà anche voi per telefonarvi in questa festosa ricorrenza e dirà:

“ Auguri figli cari, anzi cari papà, oggi è la vostra festa, vi auguro tanta felicità, anche da parte dei vostri piccoli !”.

SOPRAVVISSUTO


Ho incontrato il mio vecchio amico, abbiamo parlato insieme e devo dire che nonno Talpone mi è parso particolarmente contrariato, quasi depresso, non ne capisco il motivo.

“ Vedi – mi spiega lui con voce piana – credo di aver sbagliato tutto nelle mie annotazioni sulle grandi donne nella storia, non ho suscitato alcuna reazione, anzi qualcuno mi ha dato del vetero femminista, il che non sarebbe poi un’offesa, ma sostengono anche che non è più di moda parlare di queste cose, come sempre il nocciolo è altrove, non so dove…”

“Non lo ritengo del tutto sbagliato – ho sostenuto – il parlare di cimiteri non è una cosa allegra da leggere in un blog, poi forse non interessano a nessuno i fatti di donne sconosciute, vissute centocinquanta anni fa, le persone vogliono essere divertite e rilassate, sono più importanti la spaccatura delle gonne della Belen o le ultime asserzioni della Mercegaglia o della Fornero.  Chi mai sa chi sia la Kulishoff o la Montessori ?  Acqua passata, ora si deve forse parlare dell’eroina scollacciata di un fumetto o di un romanzo giallo islandese, diventato un best seller. Mi sembra infine che tu voglia criticare le donne di oggi, più tese ad altri problemi attuali.”

“ Forse non è stato bello criticare così gli uomini – ha concluso nonno Talpone – soprattutto da parte di uno di loro, ormai anziano e superato su molti temi, lo so di essere troppo critico, forse dovrei smetterla di scrivere ed entrare in un circolo ricreativo della quarta età, cercare di imparare a ballare il liscio, partecipare a gite turistiche fuori città, ce ne sono di economiche, quelle dove ti parlano di batterie da cucina, di apparecchi di elettromassaggi o di enciclopedie della televisione in 34 volumi con annessi CD”.

Se n’è andato via, scuotendo la sua testa calva, leggermente ingobbito, mi sembrava un esemplare sopravvissuto di decenni ormai lontani, di un altro secolo, non integrabile in questa frenetica, aggressiva, eclettica società.

Penso che abbia bisogno di qualche cura, ha frequentato troppe persone anziane in questi giorni, è urgente un ricostituente a base di giochi e risate con i bambini.

DONNE NELLA STORIA


Già mesi fa, in una giornata piovosa d’inverno, l’amico psichiatra di nonno Talpone l’aveva invitato ad una gita esplorativa del Cimitero Monumentale di Milano, richiesta scontrosamente rifiutata.

“ Ma suvvia, è un posto veramente interessante – aveva insistito l’amico dei folli – ci sono dei bei monumenti, pensa che atmosfera magica e surreale, speriamo che ci sia anche foschia o, meglio ancora, una fitta nebbia “.

“ No grazie, sarà per un’altra volta – aveva risposto nonno ostinato Talpone – non me la sento proprio, ora cammino male, come sulle uova, ho anche le vertigini e poi, che gusto c’è a vedere le tombe dei ricchi.  Semmai – aveva aggiunto in un soprassalto comunardo dei vecchi tempi studenteschi – me ne vado a Musocco a vedere la mia mamma, sarà sterminato e desolato come questa città, ma almeno è democratico “.

L’amico quel giorno aveva vagato solitario tra tombe e sarcofaghi imponenti sotto il nubifragio, aveva avuto anche la fortuna o l’insperato aiuto di qualche persona misericordiosa che l’aveva infine indirizzato verso l’uscita e la strada di casa, lui che tende per abitudine a perdersi sempre per le vie e in ogni luogo.

Tempo addietro, in una gita comune a Roma era riuscito, pur studiando attentamente la sua cartina stradale, a guidarlo otto volte fuori da piazza Navona, per rientrarvi, stupito e incredulo, altrettante volte, dopo un infruttuoso girovagare nelle stradine adiacenti.

Comunque il rovello, il tarlo del dubbio su quella meta turistica, non aveva mai abbandonato il nostro nonno Talpone, così quando un circolo aziendale aveva organizzato una comitiva per la visita organizzata al Cimitero Monumentale, vi si era subito iscritto e giorni fa vi ha partecipato con l’amorevole consorte.

Il numeroso gruppo era prevalentemente femminile e la guida una signora alta, autoritaria e preparatissima.

Probabilmente da anni svolgeva questo lavoro, studiando, documentandosi e facendo continue ricerche e scoperte in loco, ormai esperta esploratrice di quella distesa monumentale.

Lasciato all’esterno il solito traffico caotico, una selva di recinzioni e cantieri e le frotte di zingari elemosinanti e queruli, il gruppo aveva varcato i cancelli, avanzato nello spazioso piazzale e salito l’imponente scala di marmo per entrare in una specie di imponente e ibrida cattedrale romanico gotica.

Era il cosiddetto Famedio, che li aveva colpiti con la superba grandezza della cupola centrale, gli imponenti sarcofaghi del salone centrale, le fitte lapidi sulle pareti con nomi, busti ed emblemi dei benemeriti della città.

Una vera cattedrale, ma laica, senza santi, candele e incensi, ma tuttavia con altrettanta sacralità, una tangibile presenza di magnificenza, non di re o nobili guerrieri, ma esempio di operosità e genialità che l’uomo, quando natura e volontà lo permettono, sa mostrare verso tutti noi, gente comune.

Il fatto strano è che non erano solo i maschi che avevano lasciato la loro impronta nella storia, ma altrettanto numerosa, varia e importante era stata la presenza femminile, che la guida stava illustrando a loro con una passione ben documentata.

Se il Famedio e il cimitero risalivano ai tempi risorgimentali, le persone ricordate risalivano ancora indietro, quando incredibilmente delle donne intelligenti e generose avevano studiato, ricercato e dato a piene mani i tesori della conoscenza da loro appresa.

Percorrendo in seguito le gallerie laterali, scendendo nella cripta e girando tra i viali alberati, sono state poi illustrate e fatte rivivere le storie di grandi donne che avevano distribuito con generosità materna affetto e cure ai bisognosi, che avevano lottato contro soprusi e malvagità, con incredibile fermezza e determinazione.

Noi tutti oggi godiamo certi diritti solo per i loro sforzi e il loro cuore femminile, in tempi in cui la donna non aveva né diritti né considerazione alcuna, ritenute poco più che una necessaria fattrice di prole per continuare la specie.

Come non commuoversi ascoltando le vicissitudini di Laura Solera Mantegazza, ritenuta una “ cilappa”, una sciocca, perché riteneva doveroso educare anche i figli dei domestici, che ha aiutato tanti bisognosi da vera madre dei poveri, che aveva creato i primi asili materni, al fine di assistere le povere madri costrette a lasciare allo sbando i propri figli per cercare un tozzo di pane con lunghi orari di lavoro.

E l’Ersilia Bronzini Maino, che fondò insieme ad altre donne l’Asilo Mariuccia, per tutelare le donne abbandonate, o L’Alessandrina Massini Ravizza che creò ambulatori medici gratuiti, cucine per i poveri, comitati contro la tratta delle “ bianche”, la vergognosa schiavitù di fanciulle, quelle che cent’anni dopo ancora vediamo nelle nostre strade ?

Come non ammirare l’intrepida e bellissima Cristina Trivulzio Belgioioso, che visse pienamente e impetuosamente non una, ma cinque vite diverse, eroiche e brillanti sempre.

Donne fascinose ed intelligenti, mariti nulli.

Nonno Talpone, come tutta la comitiva, era stupito e commosso per tutte quelle storie di vite splendide e generose, lui, pur appassionato di storia, imparava e con umiltà rifletteva sulla sua e sulla nostra ignoranza, forse finora la Storia l’hanno scritta quasi solo gli uomini.

Aveva intravisto l’altra metà della Luna, il mondo non può essere completo senza le donne.

Uscendo dopo un paio di ore dai cancelli la loro guida aveva riferito il sapido motto scritto su una anonima lapide “ Nel paradiso dell’Eden Eva mangiò il frutto proibito dieci minuti prima che lo facesse il suo compagno.   Cacciati sulla Terra, nella sofferenza e nel dolore, quei dieci minuti Adamo non li ha ancora recuperati “.

LA CANTINA DELL’AMICIZIA


Si erano cercati per telefono, come accade spesso ogni mese, con voci allegre, frenetiche e trepidanti.

Oggi si sono finalmente incontrati, come per suggellare ancora la loro amicizia che risale ad un tempo lontano, quando a scuola iniziavano a declinare i verbi latini.

Sognavano incredibili avventure, vite senza freni, poesie e donne fatali, uno durante la sua vita si è messo a curare amorevolmente gli ansiosi agitati e persi, l’altro si è solamente affannato per evitare questi mali oscuri.

L’amico al solito risale le scale della vecchia casa di nonno Talpone con impeto garibaldino, affrontando i gradini due alla volta, per arrivare al terzo piano ansimante e ridente, come avesse superato un avversario al gioco.

Ci si abbraccia e poi si sprofonda nei divani del salotto, dove si raccontano l’un l’altro con ritmo incalzante le poche novità delle loro vite da pensionati : i figli, le mogli, i nipotini, i vari malanni.

Ma il loro tono è sempre gioioso, come solo i vecchi amici possono avere, uguale a quello che avevano quando parlavano dei professori severi, di ragazze ammirate da lontano o di libri appena letti con passione.

Quasi non finirebbero mai di domandare e di sapere, poi, dopo un caffè, concordano di uscire per fare una passeggiata per le strade.

Per abitudine camminano insieme nelle vie con passo impetuoso e saltellante, per finire con l’accompagnare uno fino alla sua casa lontana, ritornando poi indietro dall’altro e poi ancora avanti, come una spola frenetica, per paura che tutto finisca.

Questa volta però in cantina ci sono tre damigiane di vino da imbottigliare, occorre vuotarne almeno due per far fronte ai prossimi acquisti.

Si decide di scendere prima in cantina per un assaggio, i bicchieri di vetro potrebbero rompersi, la moglie avrebbe da dire, così di soppiatto si afferrano due caraffette di plastica dei nipotini, stabilendo che si possono usare ugualmente, anche con le loro buffe immagini di animaletti.

Aprono la prima porta, poi i catenacci di una seconda, entrano nel buio locale, tolgono i coperchi delle damigiane e con una cannuccia di plastica succhiano per far scendere i vini nei bicchieri.

“ Ottimo questo Prosecco, fresco, secco e frizzante !”

“ Prova ora questo rosso corposo, è un Pinot Nero del Peppino di Cordignano, veramente profumato, non credi ?”

I due nonni degustano, commentano con una felicità puerile, ma la gastrite di uno, le vertigini dell’altro impongono una rapida tregua, i tempi delle numerose bottiglie svuotate sono ormai distanti.

E’ tempo di riuscire e si lasciano allegri e giocosi, quasi come quei due ragazzini che 55 anni fa scendevano di nascosto nello stesso stanzone di cantina, per prelevare furtivamente e subito gustare una bottiglia di Recioto o di Lugana, quelle della preziosa riserva paterna, come per vincere una sfida e sentirsi finalmente adulti.

E’ TEMPO DI BOTTIGLIA !


E’ tempo di imbottigliare il vino nuovo, anche se nonno Talpone come al solito ha perso la luna giusta, quella crescente, che permette al vino di riuscire frizzante e leggero, ora si dovrà accontentare della luna calante, come la sua vita, quella (  il nostro pianeta intendo ) che comporta un sapore più fermo e robusto.

Anche in questo piccolo impegno si vedono i ricorsi storici o, per dirlo alla buona, i contrasti tra padri e figli.

Suo padre da bambino era stato costretto dal proprio genitore, quello che porta il nome di Talpone e che dagli amici all’osteria era soprannominato “ il Noè “, a raccogliere l’uva, pigiarla, svinare e imbottigliare centinaia di bottiglie di vino.

Ne fu tanto disgustato, che in tutta la sua non lunga vita non volle più farlo, accontentandosi di rifornire la cantina esclusivamente con il prodotto già confezionato.

Nonno Talpone, oltre ad una certa propensione diciamo “viticola”, ha sempre cercato, assaporato e acquistato il suo vino direttamente dalle cantine dei produttori di ogni parte d’Italia, comprando tappi, gabbiette, bottiglie di vetro e curando le etichette dei vari nettari personali.

I suoi figli, per quanto educati fin dalla giovane età a scendere in cantina per assisterlo in questa sacra cerimonia dionisiaca, sono ormai passati alla facile via dell’enoteca e del supermercato.

Hanno delle belle case, ma pessime cantine, al contrario del loro padre, che da uomo con i piedi per terra ( così afferma lui ), le case le sceglie dal basso, ovvero da capaci e fresche cantine.

Naturalmente loro, in caso di necessità, non mancano di chiamare il papà per farsi rifornire dei suoi prodotti vinicoli, ma sono sicuro che lo fanno solo per accontentare un povero pensionato che, come tutti sanno, di solito non sa come arrivare a fine giornata senza annoiarsi miserevolmente.

Per il prossimo fine settimana purtroppo niente nipotini, scusate volevo dire niente partite di calcetto con il figlio promettente avvocato e niente gite a Londra dal fratello Martello, la gentile Istrice e consorte saranno costretti ad avventurarsi tra i colli tortonesi, muniti di damigiane, per assaggiare giudiziosamente il succo offerto da madre Natura, non dimenticando i salumi e gli altri prodotti che le trattorie locali sanno ancora abilmente offrire.

Ma a nonno Talpone rimane una segreta speranza: quella di riuscire ad arrivare a giorni futuri, quando potrebbe accompagnare i suoi giovani nipoti a queste avventurose scoperte naturali, trasmettendo loro tutta l’esperienza vinicola accumulata.

E’ un roseo pensiero, una visione che lo fa ritornare poeta ( sia pure da osteria ) e lo fa canticchiare tra sé, con un felice sorriso:

“Nel vin troviamo gloria e onore

E se di vermiglio sarem macchiati

Non sia di sangue e di battaglia

Ma sol dal vin della bottiglia.”

CALCETTO E GELOSIE


Ieri mattina nonno Talpone si era svegliato prestissimo, aveva consumato una rapida colazione, una tazza di tè e due taralli alle patate ed era uscito di fretta da casa, stringendo una borsa di regali per i nipotini.

Mentre ansimava per le deserte strade del sabato mattina ripensava al suo contenuto, timoroso di aver dimenticato qualcosa.

Dunque, un sacchetto di carta con il pane Kamut fatto a mano, morbido e profumato, quello che i piccoli amano divorare con la marmellata di limoni casalinga, un DVD con le avventure di Stanlio e Ollio apprendisti birrai, messi in prigione all’epoca del proibizionismo e finiti nella cella del famigerato gangster “ Il Tigre”, un CD musicale “ Son de Cuba”, con balli di salsa e merenghe a volontà, altamente apprezzato dallo Scoiattolino e infine un cellulare inservibile, ma pur sempre prestigioso, per il Polipetto.

Ah, naturalmente anche due sacchetti, uno di palline di cioccolato ricoperte di zucchero colorato e un altro con le gelatine a forma di coca coline frizzanti, ormai apprezzate da tutti i bambini del loro asilo.

Presto era arrivato in casa del figlio promettente avvocato, tutti già alzati e i bimbi vestiti con la maglia della Juventus, secondo il dictat paterno che , dovendo partecipare ad una gara di calcetto aziendale, voleva essere accompagnato dai figli e naturalmente anche nonno quale baby sitter.

La famosa legge del contrappasso che studiammo a scuola esiste, come la legge di Murphy, perché nonno Talpone da bambino ogni domenica era trascinato da suo padre ad assistere alle partitelle di calcio che si tenevano nei prati intorno al vecchio Campo Giuriati, allora circondato da prati incolti con le buche dei rifugi antiaerei, tra solitarie case popolari e larghe strade deserte.

Era un tormento, una noia mortale assistere in piedi, tra la sparuta accozzaglia di spettatori, alla rincorsa affannosa di adulti in maglietta intorno ad uno stupido  pallone di cuoio.

Più avanti all’oratorio gli amichetti lo riportarono a questa penitenza, relegandolo in una porta con la rete, dove fioccavano palle a cannonate.

Una pausa di una quindicina d’anni, salvo le orrende ore di educazione fisica, fino all’arrivo dei due figli, il maggiore dei quali sembrava nato con una palla al piede, quello che dall’età di un anno non ha mai smesso di essere affascinato da questo gioco infernale, tifando inoltre per una squadra non milanese.

A dire la verità la moglie Istrice era quasi sempre lei ad accompagnare fuori il figlio agli allenamenti sportivi, ma dentro l’appartamento rimaneva un indemoniato tiratore di pallonate.

Quando andò fuori casa lasciò in ricordo sette o otto palloni di varia misura, finiti drasticamente nel pozzo oscuro delle cantine.

Adesso di tanto in tanto nonno Talpone si assoggetta volentieri ad assistere alle sue partite per tenere a bada uno o due nipotini, in effetti adora giocare con loro, facendosi scherzi e inventando follie.

Non sono forse un pubblico attento, anzi la loro presenza a bordo campo tende a latitare dopo una decina di minuti, per rifugiarsi al bar o ai prati esterni.

Ci si ripresenta solo a fine sconfitta, no  volevo dire a fine partita del genitore.

Nel viaggio di andata verso il campetto dell’oratorio di Cesano Maderno nonno Talpone raccontava gli ultimi pettegolezzi sul nipote inglese che sta per diventare papà e poi sposarsi ( ora si è spesso invertito ogni ordine cronologico, non so per quale motivo).

L’avvocato ad un certo punto osserva “ Certo che quando un ragazzo diventa padre e si sposa, c’è uno stacco netto con la vecchia famiglia, se ne crea una nuova completamente indipendente, avere dei figli porta a questa divisione definitiva”

Nonno Talpone risponde giulivo “ E’ verissimo, che bello, poi ci sono i nipotini che ti ridanno la vita !”

“ Ecco, lo sapevo – osserva il figlio irritato – tu sei venuto alla partita di calcetto solo per stare insieme ai miei bambini, se fosse stato per tuo figlio non ti saresti mosso dal letto, io non ti interesso più, ecco l’amara verità !”

Nonno Talpone ha cercato di consolarlo, scusandosi e promettendo un futuro smodato interessamento a tutti i suoi passatempi sportivi, garantendo di accompagnarlo sempre, con o senza bambini, nel caso magari facendosi sostituire dalla moglie, anche lei juventina oltretutto, le mamme si sa che sanno essere più tifose con i figli maschi.

Che frittata !

Uno crede di essere solo un vecchio nonno e invece viene richiamato ad ritornare papà a vita, poiché le piccole veementi gelosie dei figli non si affievoliscono mai, neanche nella loro tarda età.

EH NO, NON SOLO LE MIMOSE


Da ieri sera ogni strada, piazza, stazione della metropolitana di Milano per un giorno è affollata da personaggi che insistono a venderti mazzettini gialli di mimose, nonché da frotte di uomini che li comprano senza batter ciglio, come un inevitabile pedaggio dovuto.

E’ l’8 marzo, la festa delle donne.

Auguri sinceri a tutte voi da nonno Talpone, che però, da vecchio rognoso, ha come sempre qualcosa da ridire ( Te pareva strano !).

Passi che da donna a donna ci si scambi un gentile segnale commemorativo, ma lui, l’amico brontolone, ha dichiarato che non intende comprare un simbolo di libertà e di dignità da chi, per costume nazionale o di religione, le donne non le rispetta e le considera a lui inferiori.

Naturalmente non lesina critiche anche ai maschietti italiani che con un mazzolin di fiori si scaricano la coscienza per un anno.

Bisogna esser buoni solo a Natale, scherzosi a Carnevale, onorare le donne l’8 marzo, amarle a san Valentino e così via ?

No, mai, lui, il caparbio nonno Talpone, si rifiuta e dedica a tutte le donne, moglie compresa ( che non legge mai il suo blog ) un piccolo rametto di tre pensierini.

Il primo naturalmente alla sua Istrice amorosa. Oggi lui ha pulito il balcone, fatto la lavatrice, steso i panni, lavato e messo a posto i piatti, rifatto i letti e stasera, quando lei ritornerà da una faticosa giornata di lezioni all’università, la porterà al ristorante da lei preferito, in modo che per una volta non si affatichi.

Si ripromette almeno 48 ore senza borbottii e le solite incaute osservazioni, il che è cosa estremamente ardua e penitenziale.

Secondo pensiero a tutte le donne: fatevi sentire, reagite, non abbiate mai paura.

Si può.

Penso ad una certa parente, signora di mezz’età, alta carina, gentile ed educata, che per caso dopo i trent’anni ha praticato con successo il karate. Ha un marito gioviale, ma maschilista, volgare quanto basta, che tratta le donne a c. e cazzotti. Una sola volta in una discussione ha provato a dare uno schiaffo alla sua signora. Non c’è mai riuscito, perché uno scattante colpo di tallone al petto l’ha steso al suolo.  Da allora ha rapidamente imparato, meglio di tante prediche, che non si deve usare la violenza.

Un’altra giovane amica, longilinea, bionda, gentile ma determinata, un paio di volte ha reagito alla tentata violenza di un maschio con rapidi ed efficaci calci ben assestati.

Non subite mai donne, reagite sempre, senza nessun timore, chiedete rispetto, sempre.

Il terzo pensiero è una piccola confessione personale.

Nonno Talpone, come spesso gli accade, si sentiva poco amato dalla sua personale Istrice ( segno Scorpione, di nome e di fatto, bellissimi animaletti, ma con code velenose ).

Per fare dello spirito andò in una libreria e le regalò un volumetto che gli pareva allusivo, “ Donne che amano troppo “ di Robin Norwood.

In copertina un volto di donna che piangeva,( lei sì che amava troppo, vedi come si deve fare ? )

Quale migliore sollecito invito a farsi amare di più ?

Che incauto ed ignorante. Sua moglie lo lesse subito, stranamente le piacque, ne regalò diverse copie a tutte le sue amiche, si mantenne bella, altera e piacevole come sempre, all’occorrenza con aculei compresi.

Stupito, alla fine l’allora giovane nonno Talpone incominciò anche lui a leggerlo, a capire qualcosa e a ricevere una lezione di umiltà.

Donne non amateci troppo, giusto quanto basta e, ahimè, quando ci vuole, usate ( piano, per favore !) i vostri adorabili aculei.

LA BOA


Sembrano ormai passati i doloretti vari, le vertigini, in via di guarigione la tallonite con un magico unguento benedettino, tutto riporterebbe nonno Talpone ad uno stato di quiete e di tranquillità.

Così direte voi, così pensava lui, ma…

Ma per certi igienisti come la moglie Istriciotta, per non parlare di un certo Martello di dio, emigrato a Londra ma onnipresente, se una persona sta bene deve fare esercizio, non di lettura o di assaggi culinari, no, per loro significa sudore e fatica, movimento e muscoli doloranti.

Per questo motivo ieri la coppia Talponi si è portata in palestra, per unirsi al club della quarta età, per correre, agitarsi ritmicamente al passo, alla parete, in piedi e supini.

Tutto sarebbe forse sopportabile se nelle flessioni nonno Talpone non trovasse un ostacolo imprevisto: una specie di ingrossamento addominale che si frappone tra busto e gambe, qualcosa come se avesse ingoiato una ciambella enorme, tipo salvagente.

Non si riesce a capire la ragione di tale ostacolo, forse dovuto ad un aumento di peso, la cosa sembra poco credibile, comunque la bilancia di casa deve essere guasta, segna sempre almeno sette kg in eccesso, probabilmente le pile sono da cambiare.

Stamattina inoltre l’Istrice l’ha trascinato in piscina, un altro corso per le varie età di pensionati, corsia uno per i principianti, la due per il corso avanzato.

Nonno Talpone al suo ritorno a nuoto, dopo sei mesi di interruzione per il suo spiaccicamento su strada, ha provato a ritornare al suo posto in seconda classe, ma è stato presto ridimensionato alla prima.

Quella dove i pivellini dopo sei mesi di lezioni nuoticchiano ma non sanno galleggiare, lui invece nuoterebbe se avesse fiato, ma riesce a galleggiare benissimo, non si sa perché.

All’uscita dalle vasche, nel reparto doccia – spogliatoio, mentre con esagerato ottimismo usa il phon per asciugarsi la testa, peraltro rasata a zero, lui si guarda allo specchio con aria sconsolata.

Il testone lucido, il collo lungo, le spalle strette, un rigonfiamento a ciambella alla vita, nonostante i baffoni non si vede somigliante al suo simpatico divo, non ne ricorda il nome, quello della vecchia serie Magnum P.I.

Gli verrebbe quasi da piangere dalla rabbia.

Però nonno Talpone almeno galleggia bene, è larghetto, con la sua cuffia rossa assomiglia stranamente ad una specie di boa.

Che idea consolante, potrebbe fare la boa da ormeggio per i bambini, in fondo a qualcosa potrebbe ancora servire.

FAVOLETTA ECOLOGICA


Poteva ben dirsi benestante e senz’altro fortunato il ragionier Bertuccioni, partendo quasi dal nulla aveva accumulato un patrimonio di appartamenti, negozi, qualche villa, terreni e lucrose attività, per non parlare di un paio di auto di lusso, un discreto cabinato al mare e ampie disponibilità di denaro.

Nel suo paese poi, dove un titolo di dottore non te lo nega nessuno, perfino quando parcheggi l’auto, un cavalierato del lavoro non si poteva certo negare ad uno che si dava tanto da fare, bisogna senz’altro ammettere che se lui era bassotto, calvo e atticciatello,  passava anche per un rubacuori nel suo ambiente.

A dire il vero non era uomo da accontentarsi facilmente, sapeva destreggiarsi abilmente negli affari, magari imbrogliando gli incauti soci temporanei e stroncando senza pietà gli eventuali concorrenti, ma si riteneva uomo del popolo, democratico e aperto a tutti.

Infatti se qualcuno aveva bisogno urgentemente di denaro, la sua porta era sempre aperta, certo con qualcosa di sostanzioso in cambio, di solito con le dovute ampie garanzie e ad un tasso di interesse, diciamo “personalizzato”.

Consegnava anche degli oboli alla Chiesa, con più frequenza se non erano soldi suoi e magari con una certa enfasi pubblicitaria, forse anche alla vigilia di certi lucrosi affari, ma in fondo lui si autoassolveva sempre, come tante persone che lo accompagnavano, perché gli adulatori non mancano mai ai potenti.

Da sincero ecologo amava la natura incontaminata, spesso trovava il tempo di girare per le campagne e le colline dei dintorni, al fine di valutare buoni affari e possibili speculazioni.

Si considerava un filosofo ottimista, che sa cogliere quanto c’è di buono nella vita, infatti in queste sue puntate naturalistiche non disdegnava mai, da uomo della strada, di raccogliere frutta, ortaggi, oggetti temporaneamente abbandonati che gli si offrivano invitanti.

Non solo saltuarie attrezzature come gruppi elettrogeni, trapani, vanghe, scalette e vasi di fiori, ma anche mele, pesche, cavoli, pomodori, insomma quello che madre Natura offre generosamente a noi mortali.

Quel tardo pomeriggio d’inverno, solare e tiepido, sulla collina dei noceti il possibile raccolto, oltre ad una piccola recinzione, era veramente invitante, così, avendo tratto dal baule del suo Suv due grossi sacchi di canapa, che da uomo previdente portava sempre con sé, si addentrò tra gli alberi per prendere quante più noci gli fosse possibile.

Che umiltà, pensate che si chinava verso terra e metteva nel sacco i gherigli marroncini, con o senza mallo e avanzava alacre e raccoglieva, quasi senza riposo.

Non si poteva negare che fosse democratico se, oltre alle speculazioni di centinaia di migliaia di euro, da uomo alla buona sapeva apprezzare anche qualche pacchetto di noci, se erano gratuite.

Ormai il grosso sacco era colmo, lo legò con cura, si guardò intorno con cautela e continuò beato la sua raccolta.

Pensava modestamente che “ ogni noce è un soldino “, così continuava la sua fatica con l’alacrità che avrebbe voluto avessero i suoi dipendenti, “ il lavoro è una gioia “ si diceva con animo evangelico e il gusto di afferrare come sempre si stava tramutando in frenesia.

Si era ormai sull’imbrunire, talvolta gli capitava di raccogliere sassolini tondi e opachi, anziché noci, ma come smettere, almeno completare il secondo sacco, che sciocco poi a non averne portati un altro paio, mormorò tra sé, al prezzo attuale delle noci era un bell’affare.

Che fruttuosa combinazione ecologica: aria pura, esercizio fisico e guadagno, cosa chiedere di più ?

Se lo ripeteva beato, trascinando il suo pesante sacco per la piccola radura, poi oltre quel piccolo cespuglio, quando il terreno gli mancò sotto i piedi e precipitò giù dal dirupo coperto di rovi, tenendo stretto il suo tesoro, per non perdere nemmeno una noce, ma solo la sua vita.