UNA VIGILIA DI APPRENSIONE


Ore 9.10

P. V. – “Accidenti ! Sei sempre nascosto nonno Talpone ?”

Io – “ Ho avuto un sogno, un incubo tremendo che univa in un cerchio pauroso l’innocenza della mia prima infanzia, quando ancora c’era la mamma, con la solitudine smarrita del dopo, il rimorso delle occasioni sprecate, la fastidiosa convivenza con quel vecchio che devo ammettere mi è estranea e fastidiosa.”

N. T – “ Lui, sì quell’anziano signore con cui mi sono svagato per tre anni, ormai si è troppo rinchiuso nei suoi ricordi e paure, credo proprio che dovrò cercare un altro che mi ascolti, ma non so con chi comunicare, forse nessuno di questi tempi sa più sorridere.”

Ore 10.20

P.V. – “ Cosa sono poi gli anni ?    Un numero senza valore alcuno.

Non so ancora come definire la vita, né la mia esperienza, né quella degli altri, insomma di tutti noi.

70 è solo un numero.

Mi ricordo con assoluta lucidità quando mi trovavo sul medesimo balcone della cucina, che ora osservo smarrito dietro i vetri, avevo solo 7 anni e mi dicevo – cavolo, sono diventato vecchio ! –

Il pensiero della crisi di depressione che ho provato al compimento dei miei 50 anni ora mi fa solo increspare le labbra con leggera derisione, con un senso di superiorità di chi ne ha viste ben altre.”

 

Ore 12.00

Io – “ Vorrei in spensierati giochi di bambini.    Riposare, non pensare più a nulla.  Dormire.”

 

Ore 22.05

N.T. “ Forse finalmente si è svegliato …”

P.V. “ Ero uscito stralunato per camminare senza uno scopo, in una libreria ho trovato dei buffi libretti per i miei nipotini, sui giochi del calcio, storie di Trolls, puzzle, monografie d’arte per i miei figli grandoni, un profumo per la mia bella.       In una bancarella mi sono lasciato tentare da una vecchia copia di un giornalino illustrato dei soldati in trincea del 1918 e da un libro di matematica divulgativa “ Il teorema del pappagallo “ di Denis Guedj , vorrei tentare di capire la matematica che alle superiori odiavo con tutta la mia caparbietà.  Sarebbe un ponte lanciato verso il mio amico Alfredo, lucidissimo e brillante docente in quella materia.”

Ore 22.40

Io “ La curiosità forse ci può salvare.    Anche la pietà.”

ZUCCHE VELLUTATE


Certe giornate iniziano con una pioggia continua, insistente, che inizia con gli scrosci del primo mattino per continuare con alterne pause di umidore diffuso fino a notte.

Il vecchio signore l’aveva scrutata dai vetri di casa da quando si era alzato di notte per la sua vescica ribelle.

Quando verso le otto tutta la città era convulsa nel suo frenetico affrettarsi verso la scuola o il lavoro, lui era nuovamente incollato alla finestra, con sensazioni confuse di soddisfazione per non dover uscire dal suo tiepido rifugio ma anche di invidia per le altre persone che , magari maledicendo la pioggia, si affrettano verso impegni precisi.

Lui si sentiva già stanco, con le giunture delle articolazioni dolenti, l’intestino in subbuglio e ogni velleità di impegno sfibrata al suo nascere.

Non era nemmeno giornata da nonni, oltre la breve lista di piccoli impegni la giornata sarebbe stata vuota, come sempre.

In seguito alla sera non è riuscito più a contenersi nel chiuso dell’appartamento, la testa gonfia di carte, schede, letture, confusa dalla solita ricerca di oggetti che non si trovano, occhiali, appunti, chiavette USB, contrariata e sorpresa dal ritrovare invece altre cose vanamente cercate tempo prima.

Non rimane che infilarsi le scarpe di furia, afferrare il giaccone impermeabile rosso e scendere di volata sulla strada, con una tensione ed una fretta inconsulta, senza sapere dove andare, ma deciso a macinare chilometri con le sue gambe, fino a sfinirsi.

Così si fionda nella cortina di pioggia, con il berretto calato sulla fronte che però non riesce a salvare dall’acqua la punta del suo naso, fendendo in un spericolato slalom gli ombrelli gocciolanti e le auto incolonnate che muggiscono impotenti e infuriate.

Per mantenere quel ritmo di marcia scomposto e affrettato lui sceglie vialoni e stradine poco frequentate, quasi deserte.

Dopo un angolo incrocia un paio di persone oscure, rifugiate sotto un piccolo balcone, infagottate in giacconi, tra borsoni e plastiche, che lo salutano allegramente.

Ma lui è ormai oltre, lanciato come un veicolo senza freni, anche se vorrebbe capire, parlare, conoscere quegli sconosciuti stranamente scherzosi in questa oscura serata di pioggia.

Più avanti, all’angolo di una piazza trafficata una giovane donna riparata da un vezzoso ombrellino arancione lo saluta e lo chiama.

Lui si ferma, torna indietro e si chiede chi possa essere quel viso tondo e sorridente dai tratti somatici cinesi.

Mentre l’altra continua a parlare con voce carezzevole lui cerca di indovinare , nell’alone della sua miopia , se possa essere la commessa del suo negozio di telefonia o quell’altra che gli ripara i computer, forse la titolare del suo ristorante preferito ?

“ Andiamo a fale all’amole – precisa spazientita la misteriosa sconosciuta.

Lui balza indietro e scappa via, confuso, sorpreso e imbarazzato.

Galoppa ancora, sotto la pioggia ormai sferzante e dopo pochi minuti si ritrova finalmente a casa sua.

Mentre è chinato a slacciarsi le scarpe gocciolanti prova a raccontare a sua moglie gli strani incontri della serata.

Lei è presa da un convulso di risa irrefrenabile, divertita e saltellante come una pioggia di primavera.

“ Zucca mia, come sei buffo – riesce a mormorare alla fine, battendogli dolcemente il suo testone pelato – ti ho giusto preparato una vellutata di zucca per cena.”

La sua allegra ilarità e il suo saporito manicaretto hanno ora definitivamente cancellato ogni nuvolone nero e sciolto gli umori della pioggia autunnale.

Il vecchio signore, un qualsiasi nonno talpone, si dichiara finalmente rasserenato e si offre di divulgare questa magica ricetta.

Si augura che in tal modo potrete sciogliervi nel suo caldo profumo, offrirlo ai vostri talponi o, speriamo, alle vostre dolci compagne di vita.

GIRI DI GIOSTRA


Come  funziona un blog ?

Devo ammettere di non averlo compreso a fondo, forse per la mia formazione e il mio stato anagrafico, legato ancora ai diari tenuti su vecchie agende da tavolo in similpelle, alle missive scritte a mano in modo frettoloso e ricopiate in bella copia in carta da lettera in vergatino, nelle quali il destinatario era ben preciso, localizzato e per uno scopo comunicativo ben determinato.

Ora con il web uno scrive e si relaziona con un pubblico incognito, diffuso in ogni parte del mondo.

Tutto questo a ben pensarci non può che farmi paura, anche se per fortuna l’uso della sola lingua italiana ne limita molto il raggio di diffusione.

Ho iniziato a scrivere, forse tre anni fa, per un caso fortuito, in seguito ad un’avventura curiosa, da nonno buffo e irruente, che volevo far conoscere ai miei due figli e ad alcuni giovani amici .

Erano i tempi di Splinder, una piattaforma blog che ti chiedeva di segnalare i nomi delle persone amiche da avvisare per l’uscita di ogni nuovo scritto.

Era quindi una specie di lettera collettiva, a cui magari si poteva aggiungere qualche altro lettore casuale.

Si trattava di venti o trenta persone, non che ora il numero dei lettori si sia notevolmente amplificato, ma quando scopro, in quel perfido schema delle statistiche del blog, che vi è qualche lettore negli Stati Uniti, in Russia o in Arabia, provo un certo imbarazzo, come se avessi toccato un meccanismo complesso che non so più controllare.

Vi sono stati anche episodi passati in cui qualche post ha creato imbarazzo nei rapporti con parenti e amici.

Sinceramente ho cercato di essere sempre schietto, direi anche obiettivo secondo il mio punto di vista, attento ai fatti realmente avvenuti, ovviamente con una punta di ironia, soprattutto verso me stesso e questo mi ha aiutato a sopravvivere meglio ai problemi della mia fragilità, nonché alla mia età.

Analizzare e descrivere i propri sentimenti, esplorare gli stati d’animo può essere rischioso e creare dei fraintendimenti.

Non solo quindi dei risentimenti in alcune persone che si ritengono insultate (?), ma anche delle preoccupazioni eccessive nelle persone a me vicine, quando tratto argomenti dolorosi.

La vita ha tante sfaccettature, bisogna passarci anche soffrendo e accettarle per quello che sono.

L’angoscia e la morte ne fanno parte, non si può avere solo divertimento, piacere , risate e gioia.

Negli ultimi giorni sono stato in visita ai cimiteri della mia città, per la commemorazione dei defunti e per il funerale di un mio caro vecchio amico.

Passando per i viali di cipressi, fermandomi attonito davanti alle tombe a me conosciute, posando dei fiori, pulendo delle appannate fotografie smaltate e recitando delle brevi preghiere di saluto, ogni volta ho ricordato gli episodi delle loro vite, i momenti belli passati insieme, le loro storie, o magari solo quelle a me riportate dai miei genitori.

Alcuni sostengono che i morti si seppelliscono, si piangono, alla fine si dimenticano perché poi la vita rientra sempre trionfante.

Io invece mi riconosco in quella credenza africana ricordata da Kapuscinski.

“ Un uomo muore veramente quando muore l’ultima delle persone che lo conoscevano e lo ricordavano.

Noi cessiamo di esistere quando nel mondo non rimane più un solo portatore di memoria di noi.”

Forse anche per questo scrivo nel mio blog, per far rivivere storie e memorie di persone che sono presenti nella mia mente e non mi lasciano mai.

Dicevo a mia moglie giorni fa al cimitero che dovevo lasciare un elenco dettagliato delle tombe dei miei defunti, perché in futuro potessero essere visitate dai figli e dai nipoti.

Lei argutamente aggiunse che dovevo soprattutto lasciare le indicazioni dei libretti di risparmio e dei miei investimenti accumulati.

Mio figlio, quello inglese, l’irruente Martello di dio, dal dolce cuore di ricotta, invece si è seriamente preoccupato per gli ultimi resoconti di nonno Talpone.

Giornalmente mi telefona accorato per sapere come sto.

“ Benissimo ! – rispondo ogni volta, quasi impermalito – come vuoi che vada, da pensionato. Non succede quasi mai niente, si va su e giù, qualche noia e tristezza.”

“ Papaa … non andare più ai cimiteri, vai alle giostre invece !  – si raccomanda lui con il tipico candore dei giovani.

Forse anch’io un tempo, come i giovani d’oggi, non capivo che la nostra esistenza è un giro di giostra, più o meno lunga, da apprezzare e accettare con curiosa attenzione e ironia, se si può, poiché non sappiamo mai dopo quale rampa la corsa andrà a finire.

In fondo bisogna riconoscere che il biglietto ci è stato regalato.

IMMORTALI, NOI ?


Il tardo pomeriggio di ieri, allegramente trascorso con i due nipotini e parzialmente con un loro piccolo amico, sono stati una medicina piacevolissima dagli effetti sorprendenti.

Sempre con la schiena rigida come avessi ingoiato un manico di scopa e anchilosato come un ospite della veneranda Baggina ( il locale ricovero per anziani ) , ma devo ammettere che, come si usa dire, la stoffa di nonno non ha mentito.

Chissà, forse nonni si nasce ?

Con questi confusi sentimenti ieri sera mi ero coricato a letto, inforcando gli occhiali e aprendo un vecchio libro giallo di Leo Bruce.

Nella notte mi ero alzato solo tre volte, l’ultima verso le cinque e in quell’atmosfera smorzata e silenziosa mi era apparso vicino nonno Talpone, con una smorfia beffarda e scherzosa, quella così tipicamente intagliata da sempre sul viso del mio povero vecchio amico Alfredo.

“ Allora poltrone, ti crogioli nell’idea di diventare immortale ? – mi ha sussurrato con tono malizioso – Tu sei agnostico come lo era lui. Oppure le parole dello smilzo pretino calvo alla benedizione della salma, che lui non avrebbe mai voluto, ti stanno influenzando ?”

“ Ma via, non scherzare Talpone, era solo una battuta di mio figlio, il promettente avvocato, le avrà magari pensate anche l’altro figlio piangente alla cerimonia, specialmente quando in futuro si sposerà e avrà tanti piccoli Alfredini.

Il fatto è semplicemente che sabato scorso, quando eravamo tutti riuniti al ristorante per festeggiare il compleanno di mia moglie, la dolce Istrice Prussiana, era arrivata improvvisa e drammatica la telefonata della scomparsa del mio vecchio amico.

Certe notizie, anche se previste e temute, restano ugualmente sconvolgenti.

Sai bene che avevo chiamato subito il cameriere, ordinando una bottiglia di Filu Ferru, rompendo ogni dieta e tra le rimostranze della moglie, ma avevo dovuto salutare l’amico, con un silenzioso brindisi e uno spirituale abbraccio per il lungo viaggio ignoto nel quale lui ha dovuto precederci.

Ma a tavola tutto era cambiato, come se un velo di nebbia fosse entrato improvvisamente dalla porta aperta del locale, anche se fuori luccicava un trepido sole autunnale.

Quando siamo poi usciti in strada mio figlio mi aveva preso sottobraccio e mi aveva chiesto gentilmente “ Papà, papaa … sai mi occorre l’aceto, quello buono che sai fare tu, in casa l’abbiamo finito, dai, ti accompagno in cantina e me ne regali una bottiglia.”

Così siamo tornati tutti alla vecchia casa, quella che era di mio padre, quella che ha visto generazioni entrare subito dopo la Grande Guerra, lasciando poi le loro ombre e i ricordi ai pochi sopravvissuti, forse solo io resto a rivivere volti e storie passate.

Siamo scesi per le logore scale, fiocamente illuminate da qualche sparuta lampadina e entrati nel mio grande stanzone dove ho afferrato nell’alto scaffale la vetusta damigianetta dell’aceto degli anni cinquanta, per l’attento travaso nell’orcio mediano di decantazione e poi in una bottiglia pulita.

Lo Scoiattolino e suo padre osservavano incuriositi e attenti quelle procedure quasi alchimistiche.

Alla fine quando, staccato il filo della lampada dalla presa del corridoio, ci muovevamo nella penombra verso la scala di uscita che si intravedeva laggiù in fondo, lui mi aveva detto in tono forzatamente eccitato:

“ Sai papà, tu sei immortale.

Guarda come ti assomiglio io che sono tuo figlio.

Beh, quasi in tutto, salvo che sono fieramente juventino come la mamma.

Poi vedi tuo nipote, come vedi è in tutto come il nonno in piccolo, quindi non ti preoccupare.”

“ Bravo, adesso tiri fuori i ricordi foscoliani – avevo brontolato a fior di denti.

“Però papà, prima, uno di questi giorni, mi devi spiegare come si fa a produrre e far maturare l’aceto, siamo d’accordo ?”

Come vedi caro nonno Talpone la cosiddetta immortalità è per ora rinviata.”

Con queste tacite parole mi sono finalmente assopito all’alba.

PENSIERI AMARI


Ne sono fastidiosamente conscio: sono due mesi che evito di prestare attenzione a nonno Talpone, anche se talvolta lui fa capolino dalla porta della camera da letto nei numerosi risvegli notturni quando non riesco a prendere sonno.

Non è colpa sua.

Mi sento stanco, depresso, disilluso, accidioso e insofferente per una serie di contrarietà, acciacchi e doloretti.

Forse sarà per  l’età, certo la macchina è fuori garanzia e non si può cambiare.

Anche il mio stomaco continua a fare scherzi da quest’estate, così devo dimenticare anche il piacere della buona tavola, ridotto come sono a patate lesse, brodini, fettine di pollo insapori e, peggio di qualsiasi incubo, niente vino e grappe.

Si vive comunque, di cosa posso lamentarmi?

Quando all’inizio dell’estate tutti noi ci stavamo preparando per le vacanze non ero stato avvisato che un mio caro vecchio amico era preoccupato per dei dolori alle ossa del bacino, in modo più acuto di tutte quelle sofferenze da artrosi di cui quasi tutti noi, suoi coetanei, spesso ci lamentiamo.

Le sue vacanze erano state sospese e dopo esami accurati aveva avuto la drammatica sorpresa di farsi diagnosticare un tumore maligno alle ossa del bacino.

Nuovi esami, ricoveri, chemioterapia, la solita dolorosa trafila.

Due settimane fa sono stato a trovarlo in ospedale, era ridotto su una carrozzina, fasciato, ingabbiato in un busto rigido, ma sempre lucido, intelligente, realista e determinato.

Aveva predisposto in tempo la sua sostituzione al corso che teneva all’università, si documentava sulle caratteristiche e il decorso della sua malattia, prendendo accurati appunti su una serie di foglietti ordinati in uno scatolino.

Non si lamentava, non perdeva tempo, anzi con il suo computer portatile continuava a collaborare alle ricerche di matematica pura della sua equipe.

Aveva persino fatto sapere di voler trovare dei modelli matematici per regolare gli interventi sperimentali di chemioterapia.

Era il solito personaggio determinato e tosto, uguale a quando era il mio compagno di banco nelle scuole medie, scomodo e burbero, generoso e fedele, un buon amico nei lunghi pomeriggi passati insieme fuori scuola o nelle vacanze.

Poi con l’università i rapporti si erano allentati, ma non la stima e l’affetto reciproco.

All’ospedale, nel porgergli delle mele cotogne e la relativa marmellata prodotta nell’orto umbro, gli raccomandai di continuare ad essere di animo forte.

“ Sii carogna, violento con questa bestiaccia, mia cugina Annalisa ci combatte da dieci anni, dopo due lunghi interventi chirurgici e la chemioterapia a marzo scorso le avevano dato un mese di vita. Ma continua a lavorare da mattina alla sera senza tregua, rimane determinata come un panzer tedesco, cura frenetica la casa, l’orto, l’agriturismo, ha la nostra età ma alla sera va a ballare come una ragazzina. E’ un gatto selvatico dalle sette vite, ogni volta lascia i suoi medici con un palmo di naso.”

Lui mi aveva guardato compiaciuto e ironico.

Poi avevo concluso “ Tira fuori la tua animaccia toscana, ci vediamo presto, mi raccomando, sii carogna !”

Dovevo rivederlo, ma un’influenza rognosa mi aveva tenuto a casa, quando potevo uscire lui era ormai precipitato in una fase così acuta da dover ricorrere alla morfina, sabato pomeriggio ha ceduto il campo al nemico.

Oggi al funerale ho rivisto quel che resta del gruppetto di vecchi amici.

Come sempre quando ci si incontra alle tumulazioni al cimitero ci scambiamo brevi saluti, qualche notizia di casa, con promesse di rivederci presto.

Ogni volta ci stupiamo delle trasformazioni subite dal nostro aspetto, cercando di ricostruire i ricordi di come eravamo.

Quando siamo usciti dal cimitero però non ho resistito “ Almeno per quest’anno basta !”

Ma noi stanchi soldati lo sappiamo bene.

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.

VENERDI’ 13


Ieri sera, verso l’ora di cena, mentre nonno Talpone era steso nella sua poltrona davanti al camino acceso, indossando due felpe e una coperta di lana, percorso da un tremito interno irrefrenabile e battendo i denti, la moglie Istrice prussiana aveva osservato sorpresa “ Toh, oggi è venerdì 13 settembre !”

Sua sorella, la Paperoga, ceramista genialoide ma svagata, aveva aggiunto “ Ma come, non siamo in agosto ?”

Nonno Talpone era troppo coinvolto dai suoi spasimi di gelo interno, come se stesse appollaiato in mutande sopra una banchina di ghiaccio al Polo Nord, per poter formulare una qualsiasi previsione di calendario, salvo la certezza che era per quella concomitanza di date e giorni infausti che si trovava in quello stato.

Il giorno prima era stato sorpreso da gemiti e miagolii atterriti delle sue gatte, precipitatosi fuori avevo scoperto che tre grossi cani erano scesi dal monte come una masnada di mongoli per creare scompiglio e terrore nel piazzale davanti casa.

Li aveva cacciati indietro, urlando grida e insulti, preso da una rabbia irrefrenabile, colto dal pensiero che forse erano stati loro gli assassini della sua gatta e dei micini.

Li aveva inseguiti fino al muro che delimita il terrapieno a monte, che i cani avevano scavalcato frettolosamente.

Quel muro aveva ancora i tubi di ferro a cui fissare la recinzione dell’uliveto del vicino, ormai da tempo defunto prima di poter completare l’opera.

Ieri mattina nonno Talpone aveva quindi acquistato 60 metri di rete e, con l’aiuto del suo amico rumeno Giorgiu, aveva iniziato a fissarla.

Al terzo palo, mentre era intento a tendere la maglia metallica, aveva sentito delle improvvise scosse elettriche, mentre alcune vespe lo circondavano pungendolo e altre ancora  uscivano dal nido interno al palo.

Era subito fuggito via, ritornando con un apposito spray per liquidarle e completare cautamente tutta la recinzione.

Dopo quattro ore era stato colto da un tremito continuo e una sensazione di freddo che gli faceva battere i denti.

Ecco il suo venerdì 13, ma era anche il settimo compleanno  del nipotino, lo squillante Scoiattolino, se ne stavano scordando.

A

Gli avevano subito telefonato e intonato in coro il canto di auguri, poi il nonno gli aveva chiesto:

“ Cosa hai avuto di regalo ?”

“ Il libro dei Guiness dei primati , lo desideravo tanto – aveva cinguettato lui felice.

“ E noi cosa possiamo portarti in regalo quando torniamo ?”

“ Non so, mm … mm…

“ Senti, magari pensavo ad un libro dei maghi, ti interessa ?”

“ No nonno, ce l’ho già, forse delle ricette sulle pozioni magiche, ti ricordi quando da voi in Umbria versavo nei bidoni pieni d’acqua i sassi, le foglie, i fiori e tutte le verdure che trovavo per fare la pozione magica, quella per diventare  grande?   Ecco, vorrei avere gli ingredienti precisi, ci pensi tu nonno ?”

“ Va bene, te lo prometto, consulterò i miei libri e scriverò un libro di ricette. “

Così, mentre si metteva subito a letto, con due coperte, il piumone invernale e la bolla dell’acqua calda, aveva qualcosa a cui aggrapparsi intensamente, battendo i denti e scosso da brividi inconsulti.

“ Forse l’Artemisia, l’ Achillea, la Celidonia, brr…  brr …

Anche la Valeriana, il Finocchio Pazzo, del Timo, brr … brr …

Poi le bacche di Ginepro, la Lingua di vipera, la Verbena, brr .. brr…”

QUELLI DELLA NOTTE


Mia moglie ha inaspettatamente anticipato l’arrivo in Umbria.

Ieri sera sono andato a riceverla alla stazione, l’ho accompagnata a casa, abbastanza  incuriosito e sorpreso dalla sua capigliatura decisamente biondo chiara.

“ E’ stato il sole di Brighton ? – le ho chiesto con ingenuità tipicamente maschile.

“ Ma no caro, sono stata dalla mia parrucchiera di Milano, la Carmen, perché non sto bene ?”

La mia risposta è stata ovviamente affermativa e compartecipe, anche se mi si fosse presentata con i capelli rosso fuoco o violetto turchino quella era la risposta d’obbligo, siamo sposati da più di quarant’anni.

Una volta in casa lei ha notato qualche segno di polvere e terriccio sul pavimento.

“ Sono state le gatte, sai ? – ho subito affermato spudoratamente, mentre per fortuna una gattina incuriosita e affamata metteva il capino dentro la porta.

Tutto è andato bene, anche se in camera da letto quando ha posato la borsa si è messa a starnutire e ha voluto passare un dito sulla superficie del comodino, trovando tracce di polvere.

Accidenti !

Mi ero dimenticato che occorreva spolverare, almeno alla fine, il mio apprendistato di casalinga ha ancora qualche pecca.

Comunque non mi ha sgridato, era ancora sotto l’effetto euforico della vacanza inglese.

Stanotte quando mi sono alzato per la prima tappa verso il bagno ho realizzato con stupore che mi ero risvegliato da un sogno bellissimo: ero un santone da strada che guariva una vecchia signora in cura terminale, inoltre avevo annullato il mutuo della casa di un poveraccio che aveva perso il lavoro e avevo trovato marito ad una giovane bruttina che disperava di trovare marito.

Ripensandoci bene, mentre ero seduto sulla comoda, mi è sembrato poi di ricordare che in seguito qualcosa andava storto : l’anziana signora si era data ai balli e ai flirt scandalizzando e dilapidando le sue sostanze con disperazione dei figli e nipoti, il disoccupato era sempre senza soldi nella sua casa vuota, la ragazza aveva trovato un marito che la picchiava.

Sono tornato a letto meno soddisfatto, in fondo sono troppo abituato ai miei soliti incubi notturni : da pensionato mi trovo a lavorare senza stipendio nella ditta dove ho passato trent’anni della mia vita, oppure devo rifare le scuole secondarie perché si è perso il mio diploma, per non dimenticare quando l’esercito mi rivuole per il servizio di naia e via di seguito.

Mia moglie ha continuato a russicchiare placidamente, lei non ricorda mai un sogno, al risveglio era allegra e riposata, mi ha sorriso ed è scesa in cucina a prepararmi il tè.

Devo ammettere che sono fortunato, almeno due terzi della mia vita, quella diurna, ora sono genericamente sopportabili, direi anche sereni, ma “ qui lo dico e qui lo nego “, non fatelo sapere a quelli della notte.

DAL DIARIO D’UN SINGLE


Avrei dovuto riportare gli appunti di Ventotene,  ma se ieri mi ero perso e commosso al ricordo della mia gatta Stellina , devo ammettere con imbarazzo che sul finale ho pianto a scroscio come un bambino, anche oggi devo rinviare l’impegno perché sono troppo emozionato e orgoglioso per tutt’altro motivo.

Due settimane senza moglie possono dare magari un’ebrezza di libertà  ma, finiti i piatti puliti, i bicchieri e le padelle, esaurite le provviste di calzini, magliette, mutande e camice, mi sono trovato come costretto all’angolo del ring.

Per i piatti nessun problema, snobbata la lavastoviglie, complicata e antiecologica, ho lavato tutto a mano, memore dei periodi di lavapiatti all’estero nei miei vent’anni.

Il lavare la biancheria era più complesso, non potevo ricorrere ai ricordi della mia povera mamma, che lavava con il sapone di Marsiglia sulla tavola di legno nella vasca da bagno.

Dove sarà poi finita  quell’asse ondulata, senz’altro nella cantina di Milano, io non butto mai via niente per principio, sono della generazione di guerra io, forse l’avrò anche detto in precedenza.

Perciò ho telefonato a mia moglie e ho avuto le necessarie indicazioni : quanta polvere nel misurino, il livello del tappo dell’ammorbidente, la posizione dei tre magici pulsanti da schiacciare, su cui ho incollato i numeri di sequenza per non sbagliare in seguito.

Miracolo !

Dopo circa un’ora tutto era già lavato.

Ho appeso i panni sullo stendino e alla fine mi sono sentito soddisfatto e compiaciuto.

Vorrei dichiararmi quasi un perfetto casalingo, se solo riuscissi a far partire anche l’aspirapolvere prima dell’arrivo della mia Istrice.

Andando avanti così sono sicuro che potrei diventare un buon partito da marito, scusate volevo dire da moglie.

Forse no, era giusto prima, oddio che confusione di termini!

Per fortuna mi viene in mente che sono già sposato.

STELLINA


Qui, nella collina dove sono da poco ritornato, le giornate autunnali sono ancora miti, non sono più circondato da quel nitido mare dell’isola di Ventotene, ma sono tuttavia perso nel verde dell’Umbria, degli ultimi fiori, tra il profumo dei pini.

Tra un paio di giorni arriverà anche mia moglie, l’Istrice Prussiana, che ha passato due settimane da single a Brighton, a studiare, leggere, passeggiare tranquilla, assaporando le giornate senza l’impegno maritale.

In questo tardo pomeriggio mi sono intorno le varie gatte di campagna, alcune soriane, altre bianco grigie : Musetta, Puffetta, Baffetta e Perla con i suoi due micini nati da tre mesi.

Chi manca all’appello della ciotola con il cibo è Stellina, la mia gatta nera, con una macchietta bianca sul collo e la coda a zig zag, come l’animaletto di Eta Beta.

Aveva una decina d’anni, molti per un gatto che vive da selvatico, era di piccola taglia, ma con un caratterino deciso e imperioso, che all’occorrenza sapeva imporsi su gatti e cani molto più grossi di lei.

I gatti, specialmente quelli semiselvatici, non hanno e non vogliono un padrone, ma certe volte ti scelgono tra i tanti, non si sa perché.

Dicevano che Stellina era come innamorata di me, mi seguiva tra le piante durante i lavori di campagna, curiosa e attenta, come se dovesse sorvegliare o partecipare alle mie fatiche, la buca da scavare o la potatura degli ulivi.

Spesso, quando mi riposavo in poltrona davanti al camino,  si sdraiava sulla mia pancia, girando lentamente su sé stessa per trovare la posizione più comoda, intonando poi le sue fusa, per mostrare la sua soddisfatta approvazione.

Si era arrogata il privilegio di farsi pigramente e voluttuosamente le unghie sui miei jeans quando, fermo in piedi e perso nei miei pensieri, voleva far capire che mi considerava anche un suo giocattolo, come un topolino di pezza.

Quando l’abbiamo lasciata a fine giugno, per tornare a Milano, appariva affaticata e lenta nei movimenti, anche perché aveva appena partorito.

L’avevo salutata con affettuosa apprensione, temevo, come poi è avvenuto, di non rivederla più.

I miei piccoli nipoti che nella loro ultima breve vacanza la curavano con sincero affetto ancora non lo sanno.

Come potrò mai raccontarlo ?

Io stesso ogni mattina, quando esco in giardino e batto con il cucchiaio sulla ciotola di spaghetti con carne, l’usuale richiamo, accorrono da ogni parte tutti gli altri gatti, che mi circondano miagolando, ognuno con il suo tono personale, ma io continuo a chiamarla ancora ad alta voce, con un’ottusa speranza .

“Stellina, Stellina, vieni, vieni piccola mia !”

Si sentono soltanto i rumori del bosco, tuttavia ho la certezza che là, nel folto della macchia, in qualche parte lei vi è nascosta, magari correndo spedita verso una meta a me ignota, o forse sta riposando placida tra i rami di un magico albero dai tenui colori, che si confondono con l’azzurro di questo cielo autunnale.

Ciao mio piccolo batuffolo nero.

MESSAGGI DALL’ISOLA 2


Nonostante il numero consistente di consumazioni nei vari bar dell’isola a cui si era dovuto sottoporre, a malincuore sostiene spudoratamente il nostro nonno Talpone, la connessione internet non aveva mai funzionato se non in modo sporadico e inconsistente.

Così, appena sbarcato e rifugiatomi in Umbria per recuperare le forze, mi accingo a trascrivere alcuni pezzi degli appunti che lui aveva scribacchiato nel suo quadernetto macchiato, quello che tende a portarsi gelosamente appresso, docce e bagni di mare esclusi, per  ovvi motivi tecnici.

“ Le vacanze di coppia e quelle con gli amici tendono frequentemente a trasformarsi in una specie di cartina al tornasole per far emergere insofferenze ed irritazioni prima insospettate.

Quest’anno le ormai abituali vacanze da single ( senza mogli intendo ) con il cognato sindacalista, quello dalla loquela irruente e instancabile alla Fidel, sono state caratterizzate dalla compagnia di un’altra coppia, con cane al seguito, tutti ugualmente fanatici pescatori.

In questa categoria esiste infatti una pattuglia  da mare, che ignora le spiagge, il mare cristallino, la pace e la natura selvaggia, per ricercare, in equilibrio precario su rocce, moli, posti impervi e talvolta con conseguenti rovinose cadute, la possibile cattura di qualche pesce da scoglio, di solito spinoso e di piccole dimensioni.

Inoltre per l’estraneo a questa disciplina sportiva  capita di convivere  in casa, a tavola, nelle stanze e nel giardino con un caotico ammasso di lenze, canne di ogni dimensione, reti, secchi di esche e molliche di pane, cime e nasse.

Messo in minoranza è inoltre capitato al povero nonno Talpone di essere preso dal primo mattino  in un vortice di  conversazioni ossessive relative a bigattini, camole, Koreani, lombrichi da sabbia e composti di pane e formaggio con cui adornare gli ami da immergere a varie profondità dopo la pastura in acqua.

La disquisizione sulla migliore posizione da cercarsi lungo la costa e le mirabolanti aspettative dei possibili risultati, che spesso  inutilmente cercano di ottenere, completano i discorsi del terzetto degli appassionati pescatori.

Per colmo di sfortuna tutti ormai , compreso il lamentoso relatore, siamo arrivati a quella  che si può chiamare la terza  età, per cui  i nostri  concetti tendono stranamente ad essere  ripetuti decine di volte, a rafforzare forse una memoria ormai fallace.

Il cane?

Poverino lui continua a guaire quando  viene lasciato a casa, tendendo ad abbaiare furiosamente contro i  pacifici gatti del dell’isola, forse vorrebbe tentare anche lui la fortuna di una mirabolante chimerica pescata.”