UN’ARCA COME TANTE


Lo so, mi chiamano Talpone, per via dei miei baffi bianchi a spazzola, il testone pelato, la vista scarsa nonostante i grossi occhiali bifocali, i movimenti tardi e impacciati, sempre con l’aria di una grassa talpa che sbuca a sorpresa da una buca del terreno, mostrando una curiosità stupita verso il mondo esterno, come se fosse stato creato dal nulla qualche momento prima.

Devo anche ammettere che mia moglie mi chiama spesso per afferrare oggetti e stoviglie posizionate sui piani alti, come se fossi una giraffa.

Quando andiamo insieme a fare la spesa al supermercato o nei negozi, come questa sera dopo aver accudito i piccoli, io sono l’addetto al trasporto delle pesanti borse degli acquisti, con le quali mi trascino fieramente per i tre piani a piedi, come un docile somarello.

Lei invece, la mia Istrice Fascinosa, se affaticata e nervosa sa trasformarsi in un piccolo drago sbuffante nuvoloni neri che promettono tempesta e lanciare getti di fuoco ustionanti.

Quando però incontra gli altri maschi di casa, i due figli e gli adorati nipotini, sembra sciogliersi in una marea di dolcissimo miele, con l’aspetto di una mansueta mamma cerbiatta.

Il nostro saltellante e squillante Scoiattolino e suo fratello, il carezzevole Polipetto, sono due amorevoli cuccioli che sanno donarci una continua allegria, quasi fossero novelli Dioscuri che guariscono da ogni melanconia o piccolo malanno, a cui non si può non perdonare anche le poche volte che per stanchezza ci fanno disperare.

La loro madre, quando a sera torna a casa dal lavoro, entra quasi in punta di piedi, con un tremulo sorriso timido e stupito, come un piccolo uccellino che si posa su un ramo con un breve frullo d’ali, quasi avesse timore di aver sbagliato nido.

Alla sera tardi arriva finalmente il papà Leone, il re della foresta legale della sua banca, però appena entrato lascia fuori dalla porta la sua grinta sbrigativa e irritata, forse anche la sua criniera, perché i suoi piccoli cuccioli gli si buttano addosso quasi fosse il loro pelato orso di peluche.

Sono purtroppo lontani gli zii inglesi, uno, nonostante la sinistra fama di Martellus Deus, viene sempre calorosamente accolto e da tempo benignamente chiamato “ Il Pollo Inglese”.

Il marito, ormai foltamente barbuto, forse per nascondere in qualche modo la placidità del suo viso, sta sempre più assomigliando ad un grande Tasso, ovviamente di razza irlandese.

Questa è la nostra piccola Arca di Noè, che galleggia fortunosamente sulle acque tumultuose della vita, insieme a tante altre piccole arche, di ogni taglia, colore e fede.

Tutte aspettano che le acque turbolenti si calmino, mandando fuori di tanto in tanto, come sbuffi di fumo, i nostri pensieri come fossero delle  colombe di pace e di serenità, perché non dobbiamo mai perdere la speranza di un mondo meno funesto.

RISVEGLI DEL MATTINO


Che fortuna ! Ritornata l’elettricità, nella prima mattina dell’altro giorno era arrivato l’idraulico che aveva subito cambiato il manometro del bombolone, dopo un paio di ore si era vista l’autocisterna che aveva scaricato il gas GPL, la caldaia aveva ripreso a funzionare a regime, calore, cibi cotti. La civiltà è una vera meraviglia.

Abbiamo avuto inviti a pranzo e cene da vari parenti, ieri sera una cugina ci ha offerto una “ cosetta alla buona “ , giusto per fare “ due chiacchere “, secondo lo stile umbro.

A Londra o a Cambridge si sarebbe trattato di un tè con biscotti, magari anche quattro cruditè, forse una fettina di torta acquistata al supermercato.

Qua in Valnerina invece la conversazione è stata accompagnata da fette di pane casareccio tostato con salsiccia calda sciolta sopra, bruschette grondanti di olio appena macinato, anche con spinaci all’aglio, vassoi di grosse mozzarelle con fettoni di pomodoro, prosciutto crudo tagliato a mano, sopressata appena confezionata dal macellaio del paese, carciofi e funghetti all’olio, salamini, piccoli pani impastati con lo zafferano.

Poi ovviamente si è andati sul sodo, un bel piatto di risotto con pisellini fini e parmigiano.

Per farla breve: spezzatino con patate, verdure cotte miste, insalatina riccia, frittata di dodici uova alta come una torta, ripiena di pecorino e verdure cotte, formaggi vari, dolcetti alla panna.

Quando siamo usciti fuori la temperatura era meno cinque sotto zero, le auto non si aprivano per le serrature bloccate, ma  noi eravamo ilari, ottimisti e beati.

Tornati a  casa, accoccolati in due poltrone davanti al fuoco scoppiettante del camino ci siamo gratificati con il bicchierino della staffa e poi a letto al calduccio sotto il piumone.

Tra le sei e le sette di stamattina sono uscito dall’ultimo sogno, diciamo brutto sogno, meglio chiamarlo l’ultimo di una serie di incubi.

Non riesco a capire, da ragazzo e in gioventù i miei sogni erano sempre bellissimi, colorati, aerei, popolati da giunoniche donne bionde e generose.

Magari con amari risvegli conseguenti.

Ora da anziano è tutto il contrario: incubi di notte, anche se con dolci risvegli a fianco della mia bella.

Con la conseguenza che stamane sono uscito da letto raggrinzito, freddoloso, con il catarro e un inizio di raffreddore.

Una corsa ciabattando al bagno, un lavacro freddoloso e rapido, indosso la vestaglia pesante e via in cucina per la preparazione del tè e del caffè.

Apparecchio per due, dopo una mezz’ora scende le scale tranquilla ed emettendo lunghi  sbadigli lei, l’Istrice Amorosa.

“ Come va cara, hai dormito bene? – chiedo premuroso.

“ Benissimo, ho avuto caldo stanotte, ho buttato via le coperte – fa lei stiracchiandosi.

“ Ma come, io sentivo freddo, se lo sapevo mi sarei avvicinato per farmi scaldare – insinuo ammiccando.

“ Non ci provare nemmeno, voglio dormire in pace – precisa lei in tono serioso.

“ Scherzavo via, certo che quarant’anni fa eri tu la freddolosa che mi chiedevi un caldo abbraccio … bei tempi ! – sospiro , con gli occhi sognanti.

“Ah che lagna, ti ripeti sempre !- comincia ad infervorarsi lei.

“ Beh io ho avuto una serie di incubi. E tu? – mi affretto a domandare, cercando di sviare una piccola tempesta mattutina.

“ Stavolta ho fatto un sogno strano, la maestra accompagnava a scuola un figlio, ancora piccolo, con la sua auto; io doveva seguirla con la mia, ma mi accorgevo che non c’era più, me l’avevano rubata. Cercavo un cellulare per chiamarti o per chieder soccorso, ma anche la borsetta era sparita. Mi trovavo in un paesetto buio e sperduto, mi incamminavo per la strada e incontravo un pazzo esagitato che urlava e minacciava …”

“ Finalmente un incubo anche per te – la interrompo per congratularmi – e poi, poi cos’altro ti è capitato ? Ha cercato di strozzarti, è arrivato un lupo, è caduto un fulmine, cosa è successo, dai, racconta”.

“ Oh niente, io ero tranquilla, per esperienza so come comportarmi con i pazzi. In seguito è tornata la maestra con il bambino e insieme siamo andati a scuola. I miei sogni finiscono sempre bene “.

“ Comunque cara zucca – prosegue lei serafica – penso che dovresti mangiare meno alla sera, ricordati dei tuoi diverticoli. Da oggi ti metto a dieta, niente vino e liquori, e due belle patate lesse a cena”.

E io ingenuo che pensavo di essermi ormai risvegliato dagli incubi.

GUARDA CHI SI RIVEDE !


Ammettiamolo subito: io quasi non ci speravo più, in queste ultime settimane avevo temuto che il mio amico nonno Talpone fosse evaporato nell’aria come uno sbuffo di vapore dal tegamino della mia consueta vita quotidiana, da spiritello bizzarro e monello quale si è sempre mostrato.

Invece ora, dopo una settimana passata all’isola di Ventotene in compagnia del cognato Lingua di Ferro, instancabile e logorroico sindacalista, eccolo che appare tra le piante di noci al cancello della mia casetta umbra, ove mi sono fermato per una breve tappa intermedia prima del rientro a Milano.

Non c’è più il profumo acuto di salsedine, quel mare ammaliatore, dal blu intenso e cangiante, ma questa vaga atmosfera da sogno, tra il verde sfiorito autunnale e il fruscio delle foglie ingiallite, l’ha fatto materializzare improvvisamente, come un solerte custode di una vecchia villa accorso a salutare il padrone appena arrivato dopo un lungo viaggio.

Senza darmi tempo di potergli chiedere dove si fosse nascosto, assentato come per un’improvvisa vacanza, irrispettosa e poco professionale nei riguardi dei suoi lettori, ha iniziato subito a inondarmi di racconti affabulatori, progetti, rivelazioni, associazioni di idee, osservazioni originali e folgorazioni subitanee su fatti recenti e persone appena conosciute.

Poi, mentre il cancello di ferro si apriva cigolante, come richiamati dal suo stridore  si sono precipitate dai cespugli e dagli alberi lontani le varie gatte di casa: Stellina, Hilda, Musetta, Baffetta, Merlina e Trovatella, con un coro di miagolii festosi, ma imperativi di richiesta di cibo.

Scarico i bagagli, preparo il pranzo felino, tolgo le barre di ferro dalle finestre e mentre cerco di chiamare la mia dolce metà, squilla il cellulare, è Lei, il mio amore quarantennale.

Scambi vicendevoli di notizie, la informo che, a parte un leggero ronzio, le mie orecchie sono ancora intatte dopo la dura prova subita nella settimana passata insieme al mio caro cognato sindacalista, proprio lui, Lingua di Ferro, mai ammutolito di giorno, russante la notte per le grandi bevute.

In verità vi erano state delle ore di pausa quando si nuotava insieme al mare, con maschera e boccaglio, quest’ultimo sfortunatamente da lui smarrito dopo un paio di giorni.

Sua moglie quando l’ha rivisto e abbracciato ha detto “Sei già tornato ? Sono stata  così bene quando ero sola. La casa era sempre lustra e pulita, ho cenato spesso con le amiche. Mi sono proprio riposata !”

“ Buffo vero ? – ho ridacchiato io – Comunque sono sempre una bella coppia affiatata.  Adesso sistemo un paio di cose, ma pensavo di tornare in treno domattina, ti sono mancato, vero ?”

“ Ma caro – è stata l’affettuosa risposta – ci sono tanti lavoretti da fare in campagna, sarebbe un peccato trascurarli ora che sei già lì. Chiama il tuo amico rumeno e fai preparare le buche per gli ulivi, le viti e i peschi. Tu potresti potare le piante, zappettare, verniciare gli sportelloni di legno.

Scusa adesso ti debbo lasciare, ho l’appuntamento con la parrucchiera e poi sono fuori con la mia amica Eva, è tanto in ansia per il marito.

Ciao amore, torna presto !”

HANID E LA CORSA SFRENATA DEI CAMMELLI ( fine )


Ad un tratto gli si presentò uno spiritello del deserto, un Ginn, una delle misteriose ed etere creature che molto possono fare per uomini ed animali.

Aveva ascoltato i lamenti dell’animale e lo consolò con queste parole :

“Al Marid, a tua ora non è ancora venuta, sii forte e paziente, nessuno può sapere cosa gli riserva il futuro, siamo nelle mani del Potente, del Misericordioso, di cui non mi è lecito fare il nome, aspetta e abbi fede, ritorna al tuo lavoro, verrà il giorno della ricompensa e della gloria “

Il cammello ringraziò il Ginn e più confortato riprese la via del ritorno al suo caravanserraglio.

Trascorsero veloci i giorni, i mesi, gli anni e la fama e le prodezze del giovane guerriero suscitarono entusiasmo nelle folle, numerosi furono i suoi seguaci, più ampie le sue conquiste.

Il cavallo Al Sarì ebbe preziose bardature d’oro e di seta, anche se qualche ferita segnava ormai il suo lucido manto.

Un giorno il giovane condottiero sbaragliò il nemico in un’importante battaglia e lo inseguì implacabile per pianure e il deserto, ma le fatiche e la sete decimarono la sua cavalleria e persino il veloce Al Sarì cadde stremato a terra.

Il condottiero era furente, vedeva allontanarsi verso la salvezza il residuo manipolo di nemici, con quel re arrogante che prima l’aveva minacciato.

Poi notò il gruppo di cammelli che lo seguivano a breve distanza, deciso e rapido fermò il primo animale, tagliò le corde che legavano i bagagli, vi montò sopra, ordinò ai suoi fedeli di fare altrettanto, si chinò all’orecchio di Al Marid e gli sussurrò :

“ Ora a te cammello tocca mostrare il tuo valore, se mai lo possiedi !”

Il giovane animale si erse in tutta la sua possanza e si lanciò furiosamente all’inseguimento del nemico, veloce e instancabile, per giorni condusse il suo padrone in ogni luogo, per quanto lontano e inaccessibile fosse, fino a quando tutta la regione fu vinta e pacificata.

Ora nelle parate d’onore si poteva vedere il giovane califfo che montava uno splendido cavallo bianco, dal nome Al Abyad, maestoso e borioso più che mai, seguito subito dopo dal cammello Al Marid, che portava una sella di prezioso cuoio intarsiata, in cui era inciso il suo nome a caratteri d’argento massiccio, con appese lo scudo, la scimitarra e la lancia usati nella famosa vittoria.

Si muoveva con andatura sicura ma modesta Al Marid, lui e il suo padrone conoscevano l’ardimento e il valore tenace, agli altri il merito o la paura di scoprirlo”.

“E che fine fece il cavallo Al Sarì ?- domandò incuriosito il giovane Pamock.

“ Ah lui riposava ormai nelle scuderie del califfo, smagrito e stretto da fasciature che curavano le sue ferite, ma non era affatto triste, impegnato com’era a raccontare ai giovani puledri che gli erano vicini le sue eroiche battaglie, con sempre nuovi e roboanti particolari.

Era un uditorio giovane e ancora attento, a breve sarebbero stati sostituiti da nuove leve, Al Sarì non avrebbe fatto in tempo ad annoiarli.”

Hanid finì la sua storia e confessò : “ Sai Pamock, quando mi sento molto solo e depresso mi metto là, in quell’angolo di muro, appoggio l’orecchio ai mattoni scrostati e ascolto il rombo degli zoccoli dei cammelli in corsa sfrenata, loro verranno un giorno a liberarmi da questo recinto, per portarmi via da qui, lontano, nel deserto infinito.”

HANID E LA CORSA SFRENATA DEI CAMMELLI ( 1°)


Nell’afoso pomeriggio di quel triste cortile, con un cielo plumbeo e opprimente, si percepiva un senso soffocante di attesa, ognuno agognava l’arrivo di un temporale liberatorio, che avrebbe portato una sferzata di frescura.

I due bambini, poveri uccellini migranti in un precario rifugio, si accucciarono nel loro angolo preferito, vicino al vecchio cancello dalle sbarre arrugginite, dove si poteva godere un lieve refolo d’aria.

Hanid, che aveva apprezzato con poche cortesi parole il racconto del maialino Ciuffetto che aveva narrato il suo amico Pamock, era imbarazzato dal fatto di non poter far notare che quell’animale impuro lo disgustava, quindi si lanciò subito in una avventurosa storia che ricordava di aver udito nel suo povero villaggio al di là del mare.

“ Devi sapere, caro amico,  che in tempi lontani noi avevamo condottieri e califfi coraggiosi e temerari, combattenti eroici che misero in fuga eserciti ben più grandi di loro, armati solo della loro fede e del loro valore.

Uno di questi, uno dei  più grandi, aveva all’inizio solo un piccolo gruppo di fedeli seguaci, pochi cavalli e cammelli, ma con questi fondò un impero così grande da far tremare re e imperatori.

Nelle battaglie cavalcava il suo cavallo preferito, un animale agile e scattante chiamato Al Sarì.

Il miglior foraggio e un secchio di fresca acqua di rose era preparato solo per lui, alla notte nel caravanserraglio veniva premurosamente coperto da un mantello prezioso.

Poco discosto da lui di solito riposava un giovane cammello, adibito al trasporto di pesanti carichi di armi e vettovaglie, chiamato Al Marid.

Stando spesso vicini, nelle lunghe notti stellate il cavallo amava raccontare senza tregua all’animale che gli era accanto le prodezze del suo padrone, di come questi lo accarezzasse e lo premiasse con verdure dolci e gustose, di come talvolta gli confidasse i piani futuri di gloriose imprese che si proponeva di iniziare.

Spesso Al Sarì si infervorava nel suo raccontare e diventava sempre più arrogante e sentenzioso, affermava di essere ormai sicuro della grande fama che avrebbe acquisito con le prodezze del suo padrone.

Anzi, le prossime conquiste avrebbero dovuto essere attribuite in gran parte alla sua forza e alla sua velocità, pertanto riteneva che per riconoscenza in futuro il condottiero avrebbe dovuto nominarlo Cadì in qualche ricca regione, con l’omaggio di un nutrito harem di giovani puledre.

Le notti stellate erano ormai diventate lunghe e noiose per il povero cammello Al Marid, che si sentiva altrettanto forte ed intrepido del borioso vicino, ma doveva continuare ogni giorno a portare solo pesanti carichi ed essere pungolato da un rude cammelliere.

Una notte non riuscì più a sopportare lo strazio di quei vaneggiamenti vanitosi, diede uno strappo al paletto che lo legava e fuggì via dal caravanserraglio, verso il deserto, girando senza meta, fino a fermarsi vicino ad una pozza d’acqua, dove si abbeverò e piangendo si lamentò, rivolto alla luna e alle stelle, della sua triste esistenza.

DINO E CIUFFETTO ( fine )


Così, passata la mezzanotte, i due malvagi indossarono dei vecchi lenzuoli, ne fecero dei buchi per gli occhi, presero un grosso bastone, una lunga catena di ferro e con due piccole lanterne si recarono silenziosi alla casupola solitaria per sorprendere i due dormienti.

Spalancarono silenziosi la porta e subito iniziarono a battere il bastone contro i muri, a scuotere la catena, ululando e emettendo grida e gemiti agghiaccianti, che terrorizzarono i due malcapitati.

“ Siamo fantasmi dannati!- urlò l’oste con voce roca – dacci tutto l’oro che possiedi o ti trascineremo nell’inferno !”

“ Ma quella era l’ultima moneta che avevo – gemette Dino battendo i denti dalla paura – do… domani qua… quando l’oste mi darà il resto vi darò tutto, giuro, non ho più niente !”

I due figuri frugarono rabbiosamente tra i vestiti e nel suo fagotto, ma non trovarono un soldo.

Infuriati gridarono “ Allora ci prenderemo questo maialino e lo faremo arrosto !”

Il povero Dino era quasi morto dalla paura, anzi, con rispetto parlando, se l’era fatta sotto, ma quando il grosso fantasma afferrò il tornito cosciotto del suo amico di sventura, qualcosa esplose in lui come una bomba, gli si buttò contro lanciando calci furiosi, mentre Ciuffetto si rigirò morsicando scatenato l’altro preteso fantasma.

Con urla di dolore le due bianche figure scapparono fuori nella notte, lasciando vincitori sul campo i due amici.

“ Squitt, squitt, sei stato molto coraggioso Dino, sei un vero eroe – grufolò Ciuffetto dando una leccatina amorosa al suo salvatore – ma per prudenza è meglio nascondersi in qualche lontano pagliaio”.

Pertanto si allontanarono da quel posto ostile e quando il mattino seguente si svegliarono nel loro nuovo rifugio il piccolo Dino disse “ Ahimè, ora siamo senza soldi e senza cibo, come faremo ?”

Ma il porcellino rispose “ Squitt, squitt, ci penso io “

Corse nel campo vicino, annusò in giro, scavò e tornò con alcune grosse patate.

Così, acceso un focherello e messi i tuberi sotto la cenere i due amici ebbero il loro rustico pranzetto.

Dino e Ciuffetto fecero molta strada nei giorni seguenti, stando lontano dagli abitati, mangiando mele e patate, bevendo ai ruscelli e dormendo nei fienili.

Ma non poteva durare questa semplice dura vita vagabonda, il bambino cominciava a soffrirne, così, mentre si riposavano ai margini di un bosco, il maialino grugnì deciso “ Squitt, squitt, fermati qui, ho un’idea !”

Veloce si allontanò tra gli alberi, annusando rumorosamente, scavando buchette qua e là, tornando alla fine con in bocca alcuni sassi nerastri che emanavano un odore pungente ed acuto.

“ Uhm, ma queste patate puzzano, sono marce, Ciuffetto !”

“ Sgrunf, sgrunf, padroncino sei un somaro a due gambe ! Questi sono pregiatissimi tartufi, li venderai al mercato e farai molti soldi, squitt, squitt !”

Infatti quando si recarono in città, con quelle curiose patate puzzolenti stranamente il piccolo Dino guadagnò delle belle monete d’oro, e così mangiarono come dei re, poi si comprò un vestito e delle scarpe nuove per lui , una spazzola di madreperla e un guinzaglietto rosso di cuoio per il fedele amico .

Il bambino imparò velocemente molte cose in quei giorni : a controllare la sua paura, a lavorare per guadagnarsi da vivere, ad essere generoso, ma a riconoscere il valore dei soldi.

Era diventato adulto in fretta, però gli mancava qualcosa a cui non sapeva dare il nome.

Un giorno mentre passava per una via che conduceva al mercato, vide dietro uno steccato di una villetta un gruppo di tre bambini che giocavano felici, si fermò a guardarli ammirato e incuriosito.

Dalla porta di casa uscì un giovane mamma, magrolina e con un buffo caschetto di capelli rossi, gli sorrise gentilmente e gli chiese “Vuoi entrare, ho appena preparato un bella torta al cioccolato per i miei bambini, vuoi favorire ?”

Dino si girò ad interrogare con lo sguardo il suo maialino, ma la mamma capì e aggiunse che aveva anche delle belle pannocchie di granoturco per il suo amico.

Così i due entrarono in quel giardino per la merenda che veniva loro offerta, ma tutti furono così amorevoli e gentili che si fermarono per la notte, poi anche la seguente, poi diventarono come dei figli e Dino trovò nuovi amici, anzi veri fratelli con cui giocare, litigare, ma soprattutto imparare insieme le cose semplici e giuste della vita.

Anche il riccioluto maialino fu ben accettato in famiglia, a parte qualche conflitto di idee con la rossa mammina che si costringeva a sofferenti diete, cosa che faceva grugnire a Ciuffetto “ Sgrunt, sgrunt, cicciottello è sempre bello mia cara, squitt, squitt !”, ma per Natale ebbe in regalo una rosea maialina con cui stare in compagnia ed allevare ben presto una numerosa e turbolente figliolanza.

Passato qualche tempo il buon Dino rimandò ai genitori le monete d’oro che aveva ricevuto, scrivendo in un biglietto che aveva alla fine scoperto due tesori : l’amore di una mamma e l’amicizia che bambini e animali ti possono dare.

 

 

DINO E CIUFFETTO (1° parte )


Un piovoso pomeriggio di primavera due bambini di quel polveroso asilo per piccoli migranti avevano trovato rifugio in un sottoscala solitario, dove il biondo Pamock iniziò a raccontare al suo grande amico Hanid la storia di Dino e Ciuffetto.

“ Tutti noi conosciamo la fiaba di Giovannino Senza Paura, quel bambino che lasciò la sua casa per conoscere il mondo e provare che lui non temeva niente e nessuno.

Come sai, era capitato una notte in un castello, dove un fantasma gigantesco spaventava a morte ogni malcapitato che vi trovava rifugio, aveva superato ogni prova con sicura arroganza, sciogliendo così l’incantesimo che dominava in quelle mura, diventandone il proprietario e guadagnando tre casse d’oro che vi erano nascoste.

Sembra che da allora, donato un paio di forzieri ai poveri e ai religiosi, vi sia rimasto tutta la vita, agiato e ozioso, senza dover dare altre prove di coraggio.

Insomma una bella storia di un’ incosciente avventuroso, presto appagato e tranquillo.

Bisogna anche ammettere che non si dimenticò della sua famiglia d’origine, perché mandò a casa un sacchetto di monete d’oro per i genitori e i fratelli.

In quel lontano paese i genitori ne furono ben felici, con alcune monete allargarono e misero a posto la loro casupola, acquistarono anche una mucca e una coppia di maiali.

Presto ebbero una numerosa nidiata di porcellini, tutti rosei e paffutelli, tra questi ve ne era uno con uno strano ciuffetto di peli sopra gli occhi, che faceva il paio con il suo codino riccioluto.

Venne subito chiamato Ciuffetto e si distingueva dai fratellini per  una curiosità e un’ intelligenza non comuni.

I genitori di Giovannino Senza Paura, se si erano disperati quando a suo tempo quel figlio era scappato da casa, ora erano  ben felici del denaro ricevuto e pensarono bene di mandare all’avventura anche il loro secondo figlio, Dino.

Veramente bisogna dire che, con assai poca fantasia alla nascita l’avevano chiamato Secondo, essendo assai piccolo l’avevano soprannominato Secondino, per sua fortuna ridotto con il tempo ad un più pronunciabile Dino.

Con gli anni era cresciuto roseo, paffutello, con dei fitti capelli in testa, irti come un istrice, era grassoccio, anche se non vi era molto da mangiare in casa, sembrava che si nutrisse d’aria, aveva la disarmante semplicità dei fiori di campagna e purtroppo, al contrario dell’ardito e incosciente fratello maggiore, era un gran fifone.

Ma lui non se ne curava troppo, viveva felice con le sue piccole cose, amava la natura e gli animali, Ciuffetto era il suo preferito e insieme girellavano nei prati vicini, per farsi un bel riposino sotto qualche albero ombroso.

Non era di grande utilità alla fattoria, pensarono i suoi genitori, era ora quindi che cercasse fortuna anche lui, magari guadagnando castelli e casse d’oro, possibilmente per consegnarli tutti in casa.

In tutta fretta pertanto gli diedero un fagottino con del cibo, il bastone da viaggio, una mantella, due monete d’oro in tasca e lo misero subito sulla strada, con tanti saluti e auguri di buona fortuna.

Il povero Dino, al primo angolo del sentiero, si sedette a piangere sconsolato e intimorito, ma uno zampettare veloce tra l’erba gli mostrò l’arrivo del suo compagno di giochi, sì proprio il riccioluto Ciuffetto, che aveva voluto seguirlo nel suo viaggio.

Lo abbracciò felice e, ripreso coraggio, si incamminò con il suo fedele amico lungo la strada sconosciuta.

Cammina, cammina, a mezzogiorno arrivarono  vicino ad un gruppo di case, trovarono un posto all’ombra per fare colazione, ma, mentre mangiavano, si avvicinò un mendicante con le stampelle per chiedere la carità.

Dino impietosito non solo divise il cibo con lui, ma estrasse una moneta d’oro e gliela regalò.

Inutilmente il roseo Ciuffetto grugnì “ Sgrunf, sgrunf, padroncino, è troppo, rimarremo senza denari ! Squitt, squitt !”

Ma se il vecchio mendicante era ancora lì, abbacinato e stupito a farfugliare ringraziamenti, Dino affermò deciso “ Non squittire troppo amico mio, ne ha bisogno, poverino !”

Lasciarono quelle case tra le benedizioni del vecchietto e i due compagni di viaggio ripresero il cammino che li portò verso sera ad un altro villaggio più grande; lì entrarono in un’osteria e Dino chiese al padrone da mangiare e un letto per dormire, mostrando la sua moneta d’oro.

L’oste l’afferrò avidamente e fornì in tutta fretta un’ottima cena, compresa una grande ciotola ricolma di carote, rape e mele per Ciuffetto, che aveva iniziato a squittire segnali di prudenza verso il suo padroncino.

L’ostessa però, quando vide la moneta, ebbe un’idea e fece accomodare i due ospiti non nelle camere della locanda, ma in una casupola poco lontana, spiegando che lo faceva per il loro bene, voleva che dormissero in tutta tranquillità, con il miglior trattamento possibile.

L’oro aveva suscitato ammirazione, ma ancor più una frenetica avidità nella coppia, che si dissero “ Questo bambino è un babbeo, è ricco, bisogna spennarlo per bene, prima che ci pensi qualcun altro prima di noi, come dice il proverbio, l’occasione fa l’uomo ricco !”

I TOY BOYS


L’ulivo è una pianta prodigiosa e armoniosamente bella.

In questa stagione sfoggia una copertura di  piccole foglioline argentee,  mesi prima, da novembre a febbraio, quando gli altri alberi erano intirizziti e spogli e persino la maestosa quercia sembrava uno scheletro uscito da una tomba, l’ulivo ci ha donato i suoi frutti succosi, verdi o neri, da cui si è estratto l’olio, la base insieme al grano e alla vite della dieta dei popoli mediterranei.

Si tratta quindi di un albero generoso che richiede però molte cure, la più delicata è la potatura che avviene in questi giorni prima di Pasqua.

Nonno Talpone però è di origine lombarda, anzi milanese da almeno cinque o sei generazioni, anche se come pecora nera della famiglia è nato a Varese inseguito dalle bombe angloamericane, lui viene quindi dalla cultura del burro e del lardo, suo zio Alfredo, peraltro brav’uomo e abilissimo fabbro, affermava sempre “ Peccato che per condire l’insalata bisogna usare l’olio di semi ( sic !) altrimenti in cucina solo il burro, l’olii l’è dei teruun, brava gent neh, mi la cugnusi, ma sutt al Po hin tucc teruun “( l’olio è per i meridionali, brava gente, ma sotto il fiume Po sono tutti meridionali)

Bossi forse faceva ancora l’apprendista come giovane del pci, ma l’ incultura era già quella.

Solo l’amicizia in università con studenti siciliani hanno aperto a nonno Talpone la visione mediterranea della meraviglia dell’olio extravergine d’oliva, oltre alla comprensione e all’amore per gente diversa ma culturalmente fascinosa e interessante.

La conoscenza a Londra di una stupenda figliola umbra ha poi consolidato il suo apprezzamento per le raffinatezze olearie, bruschetta, panzanella, crema di tartufo macerata nell’olio, spaghetti olio aglio e peperoncino.

Trent’anni fa ha acquistato un piccolo pezzo di uliveto malconcio e inselvatichito, dal preoccupante nome di “ Serpeto “, l’ha ripulito, con l’aiuto dei gatti l’ha liberato dai fastidiosi residenti, da allora lassù tra le alte colline della Val Nerina si danna a potare, zappare, concimare, pompare e raccogliere le olive nel gelo invernale.

Sia perché cittadino e lombardo, sia perché Talpone di nome e di fatto, le sue potature sono bizzarre, maldestre e controproducenti.

La raccolta delle olive cala ogni anno, nonostante i suoi sforzi, tanto che si è finalmente deciso a chiedere aiuto al barbuto cognato sindacalista, uomo dalle molte abilità, non solo oratorie, ma come esperto conoscitore di funghi, di tecniche orticole, di lavori di innesto e di potatura delle piante da frutto.

E’ quindi arrivato in soccorso con la moglie  Paperoga, abile cuoca e dotata ceramista, con il quale Talpone è in grande confidenza, bisticciando e facendosi i dispetti come fosse una  sorellina minore.

Per tutta la giornata il barbuto potatore ha cimato,  tagliato, segato rami e tronchi, spargendo ovunque rametti e foglioline, mentre l’assistente Talpone correva sù e giù per il ripido pendio della collina portando le scale, le cesoie, il caffè, le bottiglie d’acqua, insomma si prestava come giovin garzone.

L’esperta Paperoga ha cucinato come al solito uno squisito pranzetto con carne alla brace, ha pulito e riordinato la cucina.

Alla fine della piacevole giornata, cessati i lavori, mentre si avviavano verso l’auto per tornare a casa, nonno Talpone stava parlando di fatti buffi letti nei blog e casualmente citava la battuta di quella mamma che soppesava l’idea di farsi un toy boy.

Il termine era nuovo anche per lui, noi siamo alquanto provinciali, così spiegava con aria dotta che questi personaggi, diciamo all’americana, sono giovanotti che le donne mature e benestanti si concedono come giocattoli, giusto come i loro mariti hanno sempre fatto con le ninfette di turno.

“ Che schifo, andare con uomini che potrebbero avere l’età dei figli !”ha affermato Paperoga entrando in macchina.

“ Ma non metterla su questo piano – si è infervorato nonno Talpone – se certi comportamenti li possono avere gli uomini, non vedo perché certe donne non li possano imitare.

Scusa, una volta che diventi vedovella, con la reversibilità della pensione, potresti non stare sempre in casa  a lavorare e cucinare, anche il week end mentre tuo marito cura solo l’orto e gli ulivi,  pensa,  potresti andare in giro a divertirti con un ragazzo più giovane e piacevole, uno che non russa !”

“ Che frittata !” Ha dichiarato lei.

“ Come, cosa c’entra la frittata ?”

Poi ha notato dentro l’auto, accanto alla cognata Paperoga, un paio di occhi gelidi e feroci.

Non erano del cane da guardia.

L’auto è ripartita con uno scatto rombante, da un finestrino una manina femminile salutava l’incauto cognato.

L’anno prossimo come farà nonno Talpone a potare gli ulivi ?

I toy boys sanno usare le cesoie ?

NON SI E’ MAI SOLI


E’ avvenuta una cosa incredibile, nonno Talpone per la prima volta non è entrato in ansia per la partenza verso una meta avventurosa e misteriosa, sì, avete capito, la destinazione era la sua casetta tra i boschi della Val Nerina, in Umbria.

Non bisogna per questo ritenere che lui sia finalmente diventato adulto, responsabile e con un corretto approccio alla realtà.

Semplicemente era troppo affannato e ansioso per la stesura del finale della sua fiaba, come se questa avesse una qualsiasi importanza, salvo che per qualche rara mamma o nonna che ancora amano raccontare le storie ai loro nipotini.

Già, e quelli di nonno Talpone, gli adorati Scoiattolino e Polipetto ?

Sono rimasti a Milano, come pure gli altri bambini a cui lui è fortemente affezionato e con cui si diverte sempre a giocare.

Ora si deve fermare in Umbria per una decina di giorni, momentaneamente solo nella sua campagna, l’Istrice Prussiana è partita per una lontana città quale commissaria d’esami, lui impegnato a potare gli ulivi e a bruciarne le gentili ramaglie.

Alla sera si ritrova stanco, solo e con il mal di schiena.

Ma ecco è arrivata la sua gattina nera, dalla macchia bianca sotto il collo, nonché la fulva Hilda, la soriana Musetta, la piccola Puffetta, la bianconera Merlina, gli sono attorno festanti e affettuose con miagolii amorosi, come se queste adorabili gattine volessero consolarlo e comunicargli che non si è mai soli.

Come è grande la generosità e la saggezza degli animali.

Ah, ora capisco, è l’ora della pappa.

LE VACANZE SONO FINITE !


Ho pulito il bagno, lavato i piatti, spazzato il pavimento, riempito un valigione con un’enorme quadro di porcellana, regalo della zia ceramista per le nozze di mio figlio, il martello di dio, pigiandoci insieme un filone di pane sciapo ( senza sale ) di 4 chili e due capocolli di 3 chili, come ordinato da mia moglie, l’ istrice prussiana, un paio di scarpe da pioggia pesanti di riserva ( non aveva mai piovuto, ma non si sa mai ).
Poi ho preparato la spaghettata per i gatti, arricchita di due belle fette di arrosto, come regalo di addio per la mia partenza.
Infine ho mangiato anch’io, erano le 10 di sera.
Ho dovuto forzarmi a finire le due bottiglie di Sangiovese e di Prosecco già iniziate, non potevo lasciarle andar male.
Ricontrollo le chiavi, i telefonini, i libri, le agende nello zaino.
Quasi sto dimenticando di scrivere il post serale, non posso deludere mio figlio, il beneamato Martello di dio, può essere capace di telefonarmi di notte per chiedere spiegazioni.
E’ mezzanotte, anche questa è fatta, sono soddisfatto.
Salgo in camera da letto, decido di mettere la sveglia sul cellulare per le 3.45 di mattina, il treno partirà alle 5.10, dovrei farcela.
Mi sveglio di colpo, guardo l’orologio, sono le 3.
Mi chiedo cosa può succedere se l’allarme non dovesse funzionare, purtroppo avevo dimenticato di predisporre qualche altra sveglia per maggiore sicurezza.
Dovrei scendere le scale e cercare nello zaino gli altri cellulari, ma non me la sento, il letto è così confortevole.
Ma se perdo il treno ?
Scenari apocalittici, mia moglie mi aspetta, magari ha preparato un pranzo speciale per me, forse può aver programmato di andare al cinema nel pomeriggio.
Tengo la luce accesa e controllo ogni tanto l’orologio.
Mi consolo, in fondo unpoco ho dormito, la Montalcini in un’intervista ha affermato che tre ore di sonno le erano più che sufficienti, poi andava in laboratorio per le sue ricerche.
Comincio a fantasticare : quali ricerche scientifiche potrei iniziare ?
Non ce la faccio più.
Sono le 3.40, mi alzo inizio a rifare il letto per bene, come il mio istrice desidera.
Improvvisamente si sente il trillo del cellulare, allora funziona !
Lo ringrazio, il fedele vecchio Nokia da 30 euro, bravo, bravo !
Scendo di sotto, mentre preparo il tè ricontrollo tutta la stanza.
Un tarallo, mezza tazza di tè, poi fuori a caricare l’auto.
I gatti mi aspettavano, miagolano e mi si stringono attorno.
Ma come, avevano già mangiato quattro ore prima, hanno già fame ?
Poi ricordo la cena speciale e quindi ritengo che abbiano diritto ad un bis.
Salgo in auto, sto per partire, no, ho dimenticato la bottiglia di tè bollente per il viaggio.
Mi ricordo in tempo delle forme di pecorino umbro nel frigorifero, le recupero e le metto in un sacchetto termico con un panetto di ghiaccio.
Sempre più in fretta infilo insieme tutto quanto nello zaino, è pieno da scoppiare, forzo le cerniere, è fatta.
No, ultimissima cosa, con le cesoie taglio una serie di steli con boccioli dai rosai dal giardino di casa: rosso rubino,viola,gialli, bianchi, rosso cardinale, screziati.
Li lego in un mazzo e lo avvolgo nella carta bagnata, sono per la mia istriciotta.
Di corsa giù per i tornanti verso la stazione, per fortuna non c’è nessuno.
Arrivo al parcheggio, chiudo l’auto e mi affretto verso il treno.
Sistemo tutto nello scompartimento vuoto.
Sono quasi felice, guardo l’orologio, il treno patirà tra mezz’ora, bene, ce l’ho fatta.
Poi penso, povera mia Istrice Prussiana, il marito itorna, le tue vacanze sono ormai finite !