CAMPERA’ CENT’ANNI


Alla fine nonno Talpone è riuscito a ritornare nella sua grande città con la Golf Gertrud, che nonostante scricchiolii vari e un certo ansimare nelle salite, si è mostrata ancora una volta teutonicamente affidabile.
In conclusione polli e talponi sono in salvo.
Magari è stato faticoso fare i tre piani a piedi con borse, pacchi e valige, scaramantico trovare un buco di parcheggio tra le strade in zona Loreto, ma quando si è giovani e ottimisti, diciamo incoscienti, tutto si può fare.
Alla sera, indossato il pigiama a righe, prima di infilarsi nelle fresche lenzuola, nonno Talpone ha chiesto in tono insinuante ed affettuoso alla sua dolce metà :
“ Chissà come ti sarai sentita tutte queste notti, sola nel letto ?”
“ Benissimo ! – è stata la pronta risposta – Nessuno mi tirava via le lenzuola nel rigirarsi e potevo finalmente dormire senza i tappi antirussamento.
Una vera meraviglia !”
Ecco, almeno sono sicuro che lei camperà cent’anni.

OGNUNO AL POSTO SUO


Sono profondamente deluso e amareggiato.
Non tanto perché una sola lettrice, dicasi una sola persona, anzi due in questo momento, mi hanno scritto di conservare il nome di nonno Talpone, forse per un commosso pensiero al papà o al loro nonnino.
La vera ragione del mio disappunto è che , una volta riparati i danni provocati dagli scassinatori, ho controllato con minuzia ossessiva gli oggetti custoditi nei miei box umbri, forniti di serrature e doppi lucchetti di sicurezza.
Il risultato è che gli ignoti intrusi avevano rovistato ogni cosa, messo sottosopra le attrezzature, ma alla fine non hanno rubato nulla.
Niente di niente capite ?
Ora un ladro, uno scassinatore che esce di notte al freddo, fatica per ore per tagliare recinzioni, intrufolarsi tra gli arbusti spinosi, forzare lucchetti e ganci saldati, tagliare le lamiere, infilarsi tra oggetti arrugginiti, ha il dovere morale di prendere almeno qualcosa.
Anche se dovevano essere degli sprovveduti, perché confondere una modesta casetta per una villa con piscina di un commendatore mi fa ricordare la scena finale del film “ I soliti ignoti”.
Mi ritengo comunque insultato.
Almeno avessero arraffato il tagliasiepi elettrico, la vecchia motosega, qualche badile, i tubi di gomma per innaffiare il giardino.
Niente, non date retta a quel maligno di nonno Talpone, il quale insinua trattarsi di oggetti ormai vetusti, acquistati a suo tempo ai discount.
Io quando passeggio nei sentieri dei boschi, se trovo un pezzo di ferro o la testa arrugginita di un martello lo raccolgo e me lo porto a casa, tutto può servire.
Ma ormai questi giovani delinquenti sono troppo schizzinosi, pensate che hanno persino snobbato le mie stampanti ad aghi, i computer da tavolo che girano con windows 3.1.
Rarità.
Per accontentarli dovrei forse acquistare dei tablet ultimo modello, magari con il simbolo della mela ?
Proprio schizzinosi, ecco cosa siete.
Ma già, loro non leggono le lagne di un anziano su internet.
Caro nonno Talpone, amico, fratello, forse effimera proiezione di me stesso, rassegnamoci a frequentare i bar degli oratori con i pensionati che giocano a scopa e tressette, o mettiamoci in fila in un ufficio postale o in un pronto soccorso, così per passatempo, per chiaccherare con i vicini dei bei tempi andati.
Ognuno deve stare al posto suo, con i suoi simili.
Grunt!

SCUSATE SONO UN VECCHIO PENSIONATO


Ero così deciso di fermarmi in pace nella mia città, odiata e d amata insieme, una grande e piccola metropoli, mi contentavo di stare tranquillo con gli amici, figli e nipotini.
Basta con i viaggi, anche perché il tardo autunno, il maltempo e il freddo invogliano a crogiolarsi nella propria tana.
E invece due giorni fa una chiamata allarmata dall’Umbria mi ha portato alla cruda realtà.
Dei ladri hanno tagliato la rete di recinzione, ha scardinato la chiusura dei due box degli attrezzi, sfondato una delle due porte di ingresso di casa con cesoie e piedi di porco.
Questa è la dodicesima effrazione negli ultimi anni.
Ricordo ancora molto bene il clima felix di prima: le auto lasciate aperte con le chiavi dell’accensione inserite, i portoncini di casa senza maniglie, perché si usava girare la chiave inserita all’esterno della toppa per entrare, la gentilezza premurosa e la serenità ella popolazione umbra.
Invece ora si ha un senso diffuso di insicurezza, di paura, di rabbia, credo che siamo ormai alla guerra tra i poveri.
Condivido un’avversione feroce contro i potenti, gli arricchiti, i politici sempre più arroganti e depredatori, nei loro attici inconsciamente regalati da ignoti ammiratori, nelle loro ville con piscina con muraglioni, cani da guardia, vigilantes.
Penso a un certo personaggio condannato più volte che invece di essere in galera o fuggito all’estero vive e discetta tranquillamente tra noi con una scorta di ben 35 poliziotti, mentre nelle periferie come la nostra hanno chiuso la locale stazione dei carabinieri per risparmiare le risorse dello stato, cioè di tutti noi.
Invece chi ha poco, o poco più, non solo è tartassato da nuove imposte, balzelli, regolamentazioni sempre più caotiche e ferraginose, ma è indifeso dall’assalto dei disperati, siano rumeni, albanesi, zingari o ragazzi drogati.
Nella mia casetta di collina, da me costruita personalmente in dieci anni di lavoro e di sacrifici, mai completamente finita, ecco l’elenco di vari oggetti rubati, per quanto mi ricordi, che mi paiono di uno squallore incredibile:
– Tutti i cucchiai di metallo del cassetto delle posate
– Un vecchio ferro da stiro
– Uno scalda sonno
– Alcuni anellini d’argento
– Una scacciacani mignon acquistata da ragazzo
– Un materassino leggero da sdraio
– Un vecchio giaccone
– Un barattolo semivuoto di caffè
– Due computer preistorici
– Una mezza bottiglia di Stock 84
– Mezza forma di pecorino
– Il timer usato della caldaia
Il costo e la fatica nel riparare vetri, infissi, porte e serrature è stato di decine di volte superiore al loro misero bottino.
Calmata la mia rabbia omicida ho pensato ad una possibile soluzione: lasciare le porte socchiuse con un cartello ben in vista.
“ Servitevi da soli con moderazione e lasciate pulito come foste a casa vostra, per il disturbo troverete sul tavolo una banconota da 10 euro per una pizza e birra.
Scusate, siete capitati male, sono solo un vecchio pensionato.”

LA MAGIA DEL SABATO SERA


Il sabato sera ha in sé una certa magia, in fondo è un’implicita promessa di festa, di divertimento, di baldoria.
Poi passano gli anni e purtroppo le serate folli dei vent’anni, quelle passate in compagnia di un’incredibile numero di conoscenti e di amici, si riducono ormai a qualche cena in casa di uno o dell’altro, ad un film visto in coppia nel vicino cinema o a una tranquilla serata a casa propria, minestrina e televisione.
Questo sabato sera mi pareva vagamente che ci fosse in previsione una trattoria fuori porta a mangiar le rane e quindi non mi sono stupito quando alle sette ho visto mia moglie che si era cambiata l’abito e si truccava.
“ Quindi andiamo fuori a degustare le rane? – ho chiesto, alzandomi pigramente dalla poltrona con un libro tra le mani.
“ No, vado a teatro con quattro amiche , quelle di ginnastica, non ti ricordi?
Ma già, tu in palestra ormai ci vieni poco o niente.
Ti avevo anche detto che la cena delle rane ci sarà la prossima settimana, se c’è brutto tempo, altrimenti andremo a Casina d’Emilia con i nostri amici , il chirurgo e la moglie.
Non farmi ripetere sempre le stesse cose, guarda che è anche scritto sul calendario in cucina. – fa lei infastidita – Ti ho lasciato il minestrone e il bollito con i nervetti in frigo, io torno prima delle undici.”
L’abitudine di scribacchiare su quel calendario color paglia della famiglia meneghina, appeso sull’uscio dello sgabuzzino, nascosto dietro la porta della cucina, è una calamità costante che non capirò mai.
Abbiamo già il grosso frigorifero nascosto da decine di foglietti, poster e gualciti volantini, fermati fortunosamente da piccole calamite colorate, che occorre acquistare ad ogni viaggio, mostra o negozietto.
Tutte le pareti piastrellate invece sono oscurate da disegnini, acquarelli, foglietti di ogni forma e colore ricoperti da schizzi e artistici sgorbi prodotti degli amati nipotini.
La nostra cucina ricorda quei corridoi d’università con tabelloni in cui si mescolano confusamente proclami, disposizioni, offerte di corsi di yoga e di meditazione zen, proposte di scambi di libri e oggetti di ogni specie.
Quindi le decise affermazioni di mia moglie mi fanno rimanere piuttosto male, la carenza di memoria è sempre una cosa vergognosa, come la sordità senile o la dentiera che ti balla in bocca.
“ Me ne andrò fuori al ristorante –ho subito risposto indispettito, con un’aria di dignità offesa.
Così lei è uscita con una scia di profumo e io con un paio di vecchi pantaloni di fustagno e un corto gilet di piumino, determinato e altezzoso.
Sceso sotto casa nel buio umido della strada, ho lasciato che i piedi mi portassero avanti con un passo frettoloso verso una meta, di cui non avevo la minima idea.
Più tardi mi sono ritrovato tra le vie della periferia di Lambrate, in viali quasi deserti, con fari delle auto che schizzavano via intorno a me, tra una nebbiolina maleodorante e un’oscurità rotta ogni tanto da insegne di negozi chiusi e bar deserti in cui venivano calate le saracinesche.
Finalmente è apparsa la salvezza: un ristorante pizzeria arabo, con le vetrate opache ma luminescenti.
Una volta entrato mi sono ritrovato in mezzo a una lunga fila di persone di mezz’età che attendevano pazientemente di ritirare i cartoni di pizza da portare a casa, oltre loro si intravedeva uno stanzone con una decina di tavoli con tovaglie di plastica, su cui galleggiavano alcuni cestini di vimini con fette di pane, solitari mini confezioni di grissini, dei gruppi di olio-aceto-sale-pepe in metallo scrostato e qualche bicchiere con fiorellini di plastica opaca.
Mi hanno trovato un posto al tavolo degli avventori solitari, con un vicino che dormiva con la testa appoggiata al muro, davanti ad un piatto sporco di avanzi.
Ho ordinato in fretta un piatto di spaghetti alle vongole, che mi sono stati portati dopo tre minuti, insieme ad un quartino di vino acidulo.
La pasta tiepida sguazzava in un brodo abbondante con qualche vongola mestamente adagiata nel groviglio degli spaghetti.
Ho avuto anche l’incoscienza di ordinare in seguito una pizza, dal curioso nome che gli veniva dato nel menù plastificato che mi avevano portato, “ Mangia e Taci”.
Così ho ubbidientemente consumato in silenzio la mia cena del sabato sera delle meraviglie, di fronte ad un televisore megaschermo in cui si agitavano dietro ad un pallone degli uomini con magliette diversamente colorate.
La fila dei mangiatori di pizza si muoveva lentamente ma mutava poco la tipologia: giovani coppiette male in arnese, anziani sposini con cappotti e sciarponi, un paio di famigliole con piccoli rumorosi e urlanti, che ci passavano vicino e ci scrutavano incuriositi come allo zoo.
“ Mamma perché quel signore pelato ha il cestello del pane se mangia la pizza?”
“ Perché quello là dorme contro il muro, non ha una casa con il letto?”
Sbocconcellata in fretta la mia pizza piccante e oleosa, mi sono alzato, in qualche modo mi ero nutrito, non avevo nemmeno una parete su cui appoggiare la testa, se avessi potuto ignorare il brusio crescente, le risate e i commenti dei clienti che continuavano ad entrare per celebrare nel loro piccolo la festosità del sabato sera.
L’aria fuori era ancora più umida e fredda, le vie ancora più solitarie e cupe, non mi restava che ritornare infreddolito verso casa.
Intanto pensavo a come sia triste il vivere soli, anziani e senza futuro.
Le immagini mentali incalzavano sempre più cupe e frenetiche, quasi assaporavo quell’amarezza rancida del solitario, del reietto, del fallito.
Dopo una mezz’ora mi sono rifugiato a casa, per fortuna la vecchia casa centenaria di mio padre, con i suoi libri, i variopinti quadri alle pareti e il suo disordine creativo mi ha accolto e coccolato.
Due bicchierini di grappa hanno dissolto il freddo e gli incubi.
Poi è ritornata lei, allegra, briosa, cinguettante e chiacchierina.
Ha voluto raccontare minuziosamente la complicata trama della commedia a cui avevano assistito.
Io, ancora con il volto imbronciato, dentro mi sono sciolto e silenziosamente mi sono detto che per essere un pasticcione solitario e permaloso ho avuto l’incredibile fortuna di aver incontrato un piccolo angelo, dalle ali candide come il suo nome.

AZIONE E REAZIONE


“Vedo che ti ricordi ancora i principi di Fisica – mi sussurra alle orecchie nonno Talpone – anche se …( pausa d’attesa perfidamente sottolineata ) … anche se allora prendevi sempre 3 e ti rimandavano regolarmente agli esami di riparazione a settembre.”
Ecco, vedete cosa succede ad un povero pensionato settantenne quando lascia parlare la sua coscienza, che, invece di essere del tipo angelo custode, assume le fattezze impertinenti di nonno Talpone.
Poi lui serafico continua:
“ L’altro giorno per iniziare a fare finalmente qualcosa hai scritto un paio di paginette, era anche ora che ti muovessi dal torpore.
Poi si era rotta improvvisamente la lavastoviglie e allora ti eri offerto di lavare tu i piatti a mezzogiorno, cosa buona e giusta.
Ma nel pomeriggio eri andato dal tuo dentista di fiducia che ti aveva tolto dolorosamente due radici e così, per due gocce di sangue e due iniezioni antidolorifiche, a cena hai così lasciato i piatti a tua moglie, che poverina aveva stirato tutto il pomeriggio, cucinato, fatto la spesa e pulito casa.
Azione – reazione come vedi; cosa farai oggi ?”
Come può diventare odioso alle volte questo nonno Talpone non riuscite neanche ad immaginarlo.
“ Lavorerò, farò la mia parte, cosa credi ? – ho risposto piuttosto infastidito – anche se …”
“ Se ?… “
“ Anche se mi sono svegliato stamattina con una fitta dolorosa al fianco sinistro, verso il cuore …”
“ Il cuore è situato al centro del petto, ignorante !”
“ Veramente io sapevo che stava a sinistra, inoltre tutti lo sanno che sono stato sempre di sinistra, per non dire che ammetto di essere un , come dicono a Milano; ma venendo al dunque, ho paura che potrebbe essere un principio di infarto, come quel papà sessantenne che ho visto eri sera in televisione, quel siciliano, in quel film famoso con Mastroianni … come si chiamava?”
“ Il Bell’Antonio forse?”
“ Proprio quello! A una certa età i rapporti amorosi possono essere pericolosi, pensa che io ne ho ben dieci in più di anni !”
“ Ma se stanotte hai dormito e russato come sempre.”
“ Si ma questa notte invece del solito incubo ho sognato un’avventura … diciamo galante, è quasi la stessa cosa, o no?”

FESTA DELLA MAMMA 2014


Tanti auguri mamma Elasti !
“ Cento di questi anni ! “, come si usa dire.
Stamattina mi sono ricordato che oggi è la festa della mamma e mi sono detto che, ahimè, sono ormai 60 anni che la mia non c’è più e, forse stupidamente, la cosa mi sconcerta e mi rattrista.
Mi domando perché i miei figli, i miei nipotini e tanti altri bambini oggi possono fare gli auguri alle loro mamme e io no ?
Che vergognosa ingiustizia !
Però a dire il vero il mio intimo amico nonno Talpone, bizzarro essere virtuale, una madre, sia pure via internet, l’ha avuta da poco più di tre anni ed è stata mamma Elasti.
Quindi, con tutto il cuore :
“ Tanti auguri mamma !”
Fortunata madre di tre scatenati Hobbit e di un vecchio nonno Talpone, oggi felicissimo di avere, sia pure virtualmente, solo tre anni.

SE MI TORNA IN MENTE


Poco fa avevo qualcosa da dire, mi sembrava una cosa urgente, direi anche importante, forse … di sicuro quando ero là nell’altra stanza in fondo al corridoio l’avevo ben chiara e presente.
Ero in quella posizione di seduta, chiamata fisiologica, quando le idee certe volte ti frullano nella testa come farfalle colorate, qualcuna era curiosa e interessante, si potrebbe dire talponesca.
Niente da fare, uno si riassetta, si lava le mani, si accorcia un unghia ribelle con le forbicine, torna alla scrivania, prende il suo ritrovato block notes rosso che lo aspetta sul ripiano, cerca la penna e non la trova.
Devo ammettere che sarei stupito di avere tutto l’occorrente a portata di mano, orologio a cipolla del nonno, la musica che si dilata nell’aria dalla filodiffusione, i due cellulari, il computer portatile già acceso per l’occorrenza.
La penna però non si trova, apro i cassetti, vi rovisto dentro con un’ansia sempre più frenetica, anche perché quando trovo una stilografica questa è scarica, un’altra ha il pennino secco, alla fine anche la biro lascia solo una bava saltuaria ed evanescente.
Mi spiace ma ognuno ha i suoi riti, così vado nella camera da letto apre l’altra scrivania, vi è un cassetto intero colmo di matite, biro, pennarelli colorati, gomme, temperamatite, cartine da gioco giapponesi, ciondoli, gemelli spaiati, insomma una collezione di cancelleria varia accumulata gelosamente nei decenni, perché si sa, tutto può servire.
Finalmente riesco a tenere in mano un aggeggio che funziona per lasciare una traccia visibile sulla carta.
Forse dovrei accontentarmi di una semplice matita, anche quei mozziconi che provengono dall’ikea e che regolarmente dimentico nelle mie tasche.
Una soluzione sarebbe quella graziosa penna, torcia, fischietto, dotata di un cordino azzurro da tenere comodamente al collo, acquistata a poundland lo scorso anno a Londra.
Oggetto comodissimo, già, basta solo ritrovarla.
Ora però che ho carta e penna non mi ricordo più cosa dovevo scrivere.
Era poi così importante ?
Chissà !
Però tra il fascio di cancelleria varia e carte ho trovato un foglietto, un appunto tracciato sotto uno schizzo di scaffalatura tracciato frettolosamente a matita.
Riconosco la mia scrittura, deve risalire a un paio di anni fa.
Non ricordo se ne avevo già parlato, nel caso scusatemi.
“ … la famiglia allargata di nonno Talpone era ieri riunita a tavola.
– Nonna ho dei problemi – aveva esclamato lo Scoiattolino.
– Oddio piccolo caro, cosa ti succede, stai poco bene ? – si era preoccupata nonna Istrice.
– No nonna B, credo di avere il problema della memoria, mi sono dimenticato di dirti che nonna A mi aveva detto di salutarti e me ne ero dimenticato.
Tutti i presenti ne avevano riso con sollievo e nonno Talpone aveva voluto fare il solito pettegolo.
– Questo è niente, pensa che l’altro giorno nonna mi aveva chiesto se potevo portarle il … coso, sì quella cosa, ti ricordi quella che era là, come si chiama, coso … lo sai bene, dai non ridere … accidenti … il coso … l’ho qua sulla punta della lingua …coso…
Lo Scoiattolino si era lanciato nella sua squillante risata gorgogliante, a cascatella, fresca e argentina come un ruscelletto impetuoso di montagna.
Quando si era calmato dopo qualche minuto mi aveva chiesto
– Dai nonno, raccontamela ancora.”
Mi sembra che l’avessi subito accontentato, concedendo anche il bis.
Bei tempi !
Non so se sarò in grado di raccontarla ancora in futuro.
Per tornare al presente quello che dovevo scrivere mezz’ora fa, quella storia così bella, non me la ricordo proprio, prima o poi mi torna in mente, ne sono sicuro.
Basta avere pazienza, datemi qualche minuto, forse un’ora, forse domani.
Semmai scrivetemene voi un’altra, sempre che ve ne ricordiate.

CI CONTENTIAMO


Sono le 4 del pomeriggio, l’ora adatta per prepararmi il tè pomeridiano, è martedì e tra un’ora ci sarebbe l’appuntamento settimanale per la ginnastica della quarta età, tenuta nella vicina palestra delle scuole elementari, quella che ho frequentato con riluttanza tanti anni fa.
Strano come la vita sembra riavvolgersi, farci tornare a frequentare gli stessi posti, rivivere le stesse situazioni di insofferenza, ripetendosi dopo una serie incredibile di anni.
Poco fa, incuriosito, avevo sfogliato un block notes rosso ciliegia a spirali, capitato per caso tra le mani mentre cercavo un libro negli scaffali vicini, settore storia della prima guerra mondiale, ho riaperto quei fogli scritti a penna con minuzia, fitti di cancellature e correzioni, scoprendo il testo del mio ultimo post, datato 4 marzo.
Ma come, sono passati più di due mesi da allora ?
Cosa è avvenuto per bloccarmi così a lungo ?
Non ricordo.
Sono sicuro che quasi ogni giorno, anche più volte , l’amico di stanza, nonno Talpone, improvvisamente se ne usciva con affermazioni stravaganti, suggeriva storielle buffe, ricordi rivissuti con un sorriso benevolente.
Poi, come spiegarmi, c’era un altro, sopra di noi, che con placida autorevolezza smuoveva ogni parola, ogni pensiero e l’allontanava come un leggero pulviscolo.
Lui non parlava, non ordinava nulla, ma faceva capire che tutto era vano, magari non inutile, ma in fondo ogni cosa era ovvia, già detta, senza alcuna necessità di trascriverla e in ogni caso era parte di un tutto eterno e caotico, con un ordine a noi incomprensibile.
C’era, c’è, ci sarà.
Nonno Talpone si ammutoliva, io accettavo supinamente, poi mi svagavo su tante piccole cose della nostra vita quotidiana.
Tutto e niente insieme.
Non sono stati solo giorni di passiva delusione, di tristezza immusonita, ho avuto anche momenti piacevoli con amici, moglie, figli e nipoti, ho viaggiato e goduto vacanze impreviste e graditissime.
Ma io e nonno Talpone non siamo più stati in sintonia come prima, i nostri tempi erano quasi sfalsati e lo scriverne imbarazzante, quasi proibito.
Spesso mi capita di perdere i miei oggetti personali, scherzando mi consolo pensando che è stato la solita prodezza dei dibbuq di casa, burloni impenitenti che si divertono a farmi disperare, vecchietto distratto e brontolone come mi ritrovo, per farmi ritrovare il temperino di madreperla scomparso quindici giorni prima, mentre sto cercando una fotografia che avevo in mano poche ore fa.
Ecco ora per caso, invece di un libro ho ritrovato nonno Talpone.
Speriamo che quello del piano di sopra rimanga perso nelle sue meditazioni e verità cosmiche.
Noi “ poareti “ siamo fatti di pasta diversa, ci contentiamo di poco.

SALE AMARO


Non è piacevole, ma capita talvolta di perdersi, di confondere le priorità logiche delle nostre scelte, di vivere nelle piccole cose di ogni giorno con un’ansia e un tremore intimo incontrollato.
E’ una situazione tipica delle persone anziane, ma può infettare le persone ad ogni età, niente di drammatico, non mi riferisco a casi clinici da indagare e da curare, è solo un sottile mal di vivere.
Ci si affonda lentamente, quasi senza accorgersi, in queste innocue distese di sabbie mobili.
E’ una leggera forma di depressione che ci cala addosso come un’improvvisa nebbia lattiginosa.
Di solito non se ne parla, se ne prova vergogna, anche perché si conoscono già le risposte che variano dal consolatorio all’irridente.
Si macina dentro il proprio sale amaro, pian piano, quasi con un’aggressiva e ossessiva determinazione.
Bisogna aspettare che si sciolga, prima o poi.
So bene che tanti, moltissimi di noi ne soffrono e lo tengono nascosto come un peccato o un difetto risibile.
Se in casi gravi viene chiamato uno specialista, nella maggioranza dei casi di lieve entità si deve convivere con quest’ombra intorno a noi.
Passerà, oh certo passerà.
Sono ottimista.
Poi tornerà ancora.

UOMINI E OGGETTI


Arrivederci Inghilterra, sono dovuto ripartire, lasciare il placido conforto dei tuoi pub, la civiltà ordinata dove i giovani possono trovare lavoro, dove vi è un salario minimo di legge, dove le tasse si pagano e i mascalzoni devono dare le dimissioni al primo sospetto delle loro malefatte.
Basta, è come sparare alla Croce Rossa.
Ho avuto anche una piccola soddisfazione, non credo debba operarmi alla cataratta, a morire si è storici ma le operazioni suscitano un certo terrore.
La visita oculistica con il chirurgo ha evidenziato che oltre alla cataratta ho anche un vizio congenito alla cornea e l’operazione potrebbe portare a danni totali alla vista.
“ Lei è ancora giovane – mi ha detto giovialmente il dottore.
“ Ma se ho settant’anni – mi sono inalberato, in certo qual modo offeso.
“ Ne parliamo tra una decina d’anni – ha continuato lui.
“ Se ci arriverò. Vivo alla giornata caro lei – ho concluso ottimisticamente.
Mi complimento comunque di aver salvato tredici anni fa da un trasloco due bastoni bianchi da cieco, uno robusto di legno di rovere e uno pieghevole di metallo.
Tutto potrebbe servire, è il mio motto, parola di uno nato in periodo di guerra.
Niente operazione, con gran sollievo, quindi partenza per l’Umbria per cambiare auto e assicurazione.
Lascerò la Giorgia, la Uno Fiat di 20 anni, per il nuovo acquisto giapponese che ne ha solo 9.
Come la chiamerò?
La proprietaria precedente non ha voluto dirmelo, pensavo a Ciccina o Cicci.
Quando avrò l’assicurazione e potrò guidarla la chiamerò più volte con il nuovo nome, vedremo se lo accetterà.
Per me non sono bizzarrie, ma solo cercare un approccio spirituale con gli oggetti che noi usiamo, umanizzarli.
Certe volte ho il sospetto che gli stupidi automi invece siamo noi .