IMMORTALI, NOI ?


Il tardo pomeriggio di ieri, allegramente trascorso con i due nipotini e parzialmente con un loro piccolo amico, sono stati una medicina piacevolissima dagli effetti sorprendenti.

Sempre con la schiena rigida come avessi ingoiato un manico di scopa e anchilosato come un ospite della veneranda Baggina ( il locale ricovero per anziani ) , ma devo ammettere che, come si usa dire, la stoffa di nonno non ha mentito.

Chissà, forse nonni si nasce ?

Con questi confusi sentimenti ieri sera mi ero coricato a letto, inforcando gli occhiali e aprendo un vecchio libro giallo di Leo Bruce.

Nella notte mi ero alzato solo tre volte, l’ultima verso le cinque e in quell’atmosfera smorzata e silenziosa mi era apparso vicino nonno Talpone, con una smorfia beffarda e scherzosa, quella così tipicamente intagliata da sempre sul viso del mio povero vecchio amico Alfredo.

“ Allora poltrone, ti crogioli nell’idea di diventare immortale ? – mi ha sussurrato con tono malizioso – Tu sei agnostico come lo era lui. Oppure le parole dello smilzo pretino calvo alla benedizione della salma, che lui non avrebbe mai voluto, ti stanno influenzando ?”

“ Ma via, non scherzare Talpone, era solo una battuta di mio figlio, il promettente avvocato, le avrà magari pensate anche l’altro figlio piangente alla cerimonia, specialmente quando in futuro si sposerà e avrà tanti piccoli Alfredini.

Il fatto è semplicemente che sabato scorso, quando eravamo tutti riuniti al ristorante per festeggiare il compleanno di mia moglie, la dolce Istrice Prussiana, era arrivata improvvisa e drammatica la telefonata della scomparsa del mio vecchio amico.

Certe notizie, anche se previste e temute, restano ugualmente sconvolgenti.

Sai bene che avevo chiamato subito il cameriere, ordinando una bottiglia di Filu Ferru, rompendo ogni dieta e tra le rimostranze della moglie, ma avevo dovuto salutare l’amico, con un silenzioso brindisi e uno spirituale abbraccio per il lungo viaggio ignoto nel quale lui ha dovuto precederci.

Ma a tavola tutto era cambiato, come se un velo di nebbia fosse entrato improvvisamente dalla porta aperta del locale, anche se fuori luccicava un trepido sole autunnale.

Quando siamo poi usciti in strada mio figlio mi aveva preso sottobraccio e mi aveva chiesto gentilmente “ Papà, papaa … sai mi occorre l’aceto, quello buono che sai fare tu, in casa l’abbiamo finito, dai, ti accompagno in cantina e me ne regali una bottiglia.”

Così siamo tornati tutti alla vecchia casa, quella che era di mio padre, quella che ha visto generazioni entrare subito dopo la Grande Guerra, lasciando poi le loro ombre e i ricordi ai pochi sopravvissuti, forse solo io resto a rivivere volti e storie passate.

Siamo scesi per le logore scale, fiocamente illuminate da qualche sparuta lampadina e entrati nel mio grande stanzone dove ho afferrato nell’alto scaffale la vetusta damigianetta dell’aceto degli anni cinquanta, per l’attento travaso nell’orcio mediano di decantazione e poi in una bottiglia pulita.

Lo Scoiattolino e suo padre osservavano incuriositi e attenti quelle procedure quasi alchimistiche.

Alla fine quando, staccato il filo della lampada dalla presa del corridoio, ci muovevamo nella penombra verso la scala di uscita che si intravedeva laggiù in fondo, lui mi aveva detto in tono forzatamente eccitato:

“ Sai papà, tu sei immortale.

Guarda come ti assomiglio io che sono tuo figlio.

Beh, quasi in tutto, salvo che sono fieramente juventino come la mamma.

Poi vedi tuo nipote, come vedi è in tutto come il nonno in piccolo, quindi non ti preoccupare.”

“ Bravo, adesso tiri fuori i ricordi foscoliani – avevo brontolato a fior di denti.

“Però papà, prima, uno di questi giorni, mi devi spiegare come si fa a produrre e far maturare l’aceto, siamo d’accordo ?”

Come vedi caro nonno Talpone la cosiddetta immortalità è per ora rinviata.”

Con queste tacite parole mi sono finalmente assopito all’alba.

QUELLI DELLA NOTTE


Mia moglie ha inaspettatamente anticipato l’arrivo in Umbria.

Ieri sera sono andato a riceverla alla stazione, l’ho accompagnata a casa, abbastanza  incuriosito e sorpreso dalla sua capigliatura decisamente biondo chiara.

“ E’ stato il sole di Brighton ? – le ho chiesto con ingenuità tipicamente maschile.

“ Ma no caro, sono stata dalla mia parrucchiera di Milano, la Carmen, perché non sto bene ?”

La mia risposta è stata ovviamente affermativa e compartecipe, anche se mi si fosse presentata con i capelli rosso fuoco o violetto turchino quella era la risposta d’obbligo, siamo sposati da più di quarant’anni.

Una volta in casa lei ha notato qualche segno di polvere e terriccio sul pavimento.

“ Sono state le gatte, sai ? – ho subito affermato spudoratamente, mentre per fortuna una gattina incuriosita e affamata metteva il capino dentro la porta.

Tutto è andato bene, anche se in camera da letto quando ha posato la borsa si è messa a starnutire e ha voluto passare un dito sulla superficie del comodino, trovando tracce di polvere.

Accidenti !

Mi ero dimenticato che occorreva spolverare, almeno alla fine, il mio apprendistato di casalinga ha ancora qualche pecca.

Comunque non mi ha sgridato, era ancora sotto l’effetto euforico della vacanza inglese.

Stanotte quando mi sono alzato per la prima tappa verso il bagno ho realizzato con stupore che mi ero risvegliato da un sogno bellissimo: ero un santone da strada che guariva una vecchia signora in cura terminale, inoltre avevo annullato il mutuo della casa di un poveraccio che aveva perso il lavoro e avevo trovato marito ad una giovane bruttina che disperava di trovare marito.

Ripensandoci bene, mentre ero seduto sulla comoda, mi è sembrato poi di ricordare che in seguito qualcosa andava storto : l’anziana signora si era data ai balli e ai flirt scandalizzando e dilapidando le sue sostanze con disperazione dei figli e nipoti, il disoccupato era sempre senza soldi nella sua casa vuota, la ragazza aveva trovato un marito che la picchiava.

Sono tornato a letto meno soddisfatto, in fondo sono troppo abituato ai miei soliti incubi notturni : da pensionato mi trovo a lavorare senza stipendio nella ditta dove ho passato trent’anni della mia vita, oppure devo rifare le scuole secondarie perché si è perso il mio diploma, per non dimenticare quando l’esercito mi rivuole per il servizio di naia e via di seguito.

Mia moglie ha continuato a russicchiare placidamente, lei non ricorda mai un sogno, al risveglio era allegra e riposata, mi ha sorriso ed è scesa in cucina a prepararmi il tè.

Devo ammettere che sono fortunato, almeno due terzi della mia vita, quella diurna, ora sono genericamente sopportabili, direi anche sereni, ma “ qui lo dico e qui lo nego “, non fatelo sapere a quelli della notte.

LA BICICLETTA


Questi tempi ci offrono delle novità impensate anche nelle piccole cose.

Non parlo della rete di internet, computer, cellulari, l’elettronica applicata su ogni congegno, in questo caso mi riferisco semplicemente ad un oggetto comune come la bicicletta, utilissima per gli spostamenti, semplice, ecologica, compagna fedele che ci accompagna tutta la vita, dall’infanzia alla vecchiaia.

Credevo che fosse perfetta e immutabile ed ora, a parte quella di cartone pressato che hanno annunciato i giornali, scopro che mio figlio, quello inglese, ne ha una pieghevole come una valigetta di 40 cm di lato.

Uno dei problemi irrisolti che mi aveva affidato, prima di correre alla stazione per andare al lavoro, era di rimettere a posto sul cerchione un copertone della gomma bucata.

Un gioco da ragazzi, avevo pensato io, cose che ho sempre fatto in campagna dall’età di dieci anni.

Così mentre dentro casa il Tasso Irlandese rullava le pareti di un bianco candido ( da giorni si è licenziato per una pausa di raccoglimento casalingo, da massaia tuttofare ) io nel giardino con una borsetta degli attrezzi mi accingevo all’opera.

Dunque, è semplice, se non sbaglio basta infilare un fermo tra copertone e cerchione,fai scorrere dalla parte opposta un cacciavite o un pezzo di plastica dura, tiri, sforzi, tendi e a dieci centimetri dal loro ricongiungimento tutte le tue levette ti saltano dalle mani.

Riprovi, cerchi di girare la ruota per migliorare la presa, ti ungi le mani con l’olio della catena che ti incastra le dita e ottieni il medesimo risultato.

Bisogna anche capire che le due ruote, il sellino, il triangolo del telaio e il manubrio erano compattate tra loro in un groviglio intricato.

Dopo molti tentativi fallimentari, sempre più sporco di grasso e la fronte gocciolante di sudore, il Tasso gentilmente è uscito fuori a portarmi uno sgabello, commentando che anche loro in precedenza ci avevano provato inutilmente.

“ Pfui ! Gioventù moderna! Da ragazzo io …”

Parole sprecate, quel maledetto copertone sembrava essersi trasformato in una biscia furente e scivolosa, lo fissavi da una parte e saltava dall’altra con un guizzo improvviso.

“ Cosa mi succede ? – mi sono chiesto perplesso – sessanta anni fa ci riuscivo in pochi minuti. A Terni un paio di settimane fa avevo cercato di cambiare l’olio dell’auto, strisciandovi sotto come un verme e per la prima volta dopo cinquant ’anni di pratica non ci ero riuscito per quanti sforzi facessi. Vuoi vedere che sto diventando vecchio ?”

Mentre seduto sullo sgabello mi perdevo in queste considerazioni filosofiche sulla precarietà dell’esistenza, il buon Tasso Irlandese è uscito ancora una volta dalla porta finestra, chiazzato di vernice bianca, con l’asta del rullo gocciolante e come un angelo candido mi ha annunciato che, nel caso, in fondo alla discesa della strada esterna, verso il centro, girate due o tre stradine, c’era un negozio di ciclista.

Qualcuno magari si sarebbe posta la domanda sul perché sia lui che il Martello di dio non ve l’avessero portata da più di un mese prima, ma io che sono uomo di pensiero, o se volete tardo nell’agire e nel capire, ho apprezzato che avessero aspettato l’aiuto del  loro papà e ho soppesato le due possibilità conseguenti.

Una era quella di seguire l’orgoglio dell’uomo faber, che tutto può fare con la dovuta determinazione e concentrazione, l’altra  quella di scegliere la logica minimalista e codarda, consistente nell’affidarsi ad un tecnico più giovane ed esperto.

Mentre mi riposavo e stropicciavo le mani sporche per cercare di pulirle, ungendomi ancora di più, devo ammettere con vergogna che alla fine mi sono rassegnato alla seconda soluzione.

Così, sollevato quel pesante pacchetto metallico, ho infilato la porta e sono uscito in strada.                    Fatti una cinquantina di metri di quella ripida discesa mi sono chiesto “ Perché faticare ?”.

Il genio talponesco ha prevalso: ho cercato di staccare il manubrio, guardando dove fossero le cerniere, poi ho provato a districare una ruota, ma non ci sono riuscito.   Ho svitato il tubo del sellino, facendo ribaltare  la ruota posteriore.

Mentre cercavo di dare a quel complicato groviglio una parvenza di bicicletta, è uscita da un portone, prospiciente lo stretto marciapiede dove mi stavo esibendo, una signora di mezz’età che, quasi inciampandovi sopra, mi ha lanciato un’occhiata allarmata e disgustata, quasi sospettasse che fossi un ladro di biciclette.

Sorridendo umilmente ho sollevato una parte dotata di ruota, che si è subito ripiegata schiacciandomi una mano, l’ho rimessa a terra, cercando di sollevarla e mi è rimasto in mano il sellino.

Sempre più confuso e affannato ho preso in braccio quell’ infernale attrezzo e mi sono allontanato piegato in due, cercando di non perdere qualche pezzo per strada.

Appena giunto in quel luccicante negozio, che esponeva nelle vetrine una superba esposizione di lucide e fiammanti biciclette di gran marca, devo aver suscitato un’immediata compassione, forse anche per la mia età, forse per lo stato pietoso in cui mi trovavo con quell’intrico di tubi e ruote tra le mani, così, invece di telefonare alla polizia, il distinto commesso ha chiamato un giovane robusto dal retro che ha portato via la ferraglia.

Dopo cinque minuti è ritornato con una miniciclo funzionante in cui svettavano un manubrio e il lungo sellino.

Ho pagato quattro sterline e sono risalito, a piedi ovviamente, per quella salita del 30% di pendenza, stanco ma trionfante.

Alla sera il Martello, alla vista del suo destriero funzionante, è rimasto stupito e meravigliato. “ Ma come ci sei riuscito papà ?”

Io ho sorriso compiaciuto, con i baffi che fibrillavano come un gatto che si fosse appena pappato un topolino.

Una ventina di secondi di gloria, mantenendo un orgoglioso silenzio, poi ho dovuto raccontare come si erano svolti i fatti.

“ Ah, ah,ah, scommetto che ti avranno preso per un ladro di biciclette – si è subito sganasciato lui – Povero il mio papino, vieni qua che ti strizzo, ciccione ! Sei grasso, grasso, grasso !”

Mi sono sentito come un tubetto di dentifricio.

Se non esco con le costole rotte da questa vacanza inglese vuol dire  che i tanto vituperati rotolini adiposi a qualcosa sono serviti.

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CACCIA AL TESORO


“ Povero piccolo !”

Bisogna dire che nonno Talpone si sta sentendo colpevole, direi rammaricato per l’ultimo post che ha scritto sul suo figliolino, il cucciolo, sì proprio lui, il bistrattato Martello di dio, il suo ultimogenito inglese.

Non che abbia ricevuto rimproveri a tal proposito, il Martello è così impegnato con il suo lavoro di effetti speciali, credo abbia vicina una deadline del film, che ogni giorno parte di casa alle 7.30 del mattino per ritornare alla sera dopo le 9, stracotto, affamato e pronto solo per la cena e il letto, come suo fratello maggiore d’altronde.

Probabilmente non ha ancora avuto il tempo di leggerlo e questo evita per ora dei piccati riscontri.

Ma è giusto precisare che fin da quando il suo babbo, per dirla alla toscana, o “ Il suo Ciccione”, versione famigliare, è arrivato all’aeroporto di Gatwick, il Martello lo ha sempre circondato di affettuose attenzioni, portando la pesante valigia, ripiena di tre grossi pezzi di parmigiano, caciotte, gongorzola dolce, un grosso prosciutto crudo disossato, whisky irlandese single malt di 10 anni; offrendo inoltre generosamente tutta la disponibilità della sua casa.

Appena entrati dalla porta ha chiesto con noncuranza “ Papino, non ti formalizzi vero?”

La domanda era magari superflua, dato che erano tre maschi quelli che dovevano convivere insieme, senza nessuna fanatica dell’ordine prussiano, così si sono inoltrati spavaldi tra bici, mobili, casse accatastate e svariate palline di carta per far giocare i gatti.

Dopo aver gustato giuste porzioni da una scenografica zuppiera di riso bollito con fagioli, carote, lenticchie , finocchietti e altre verdure esotiche elaborate dal barbuto Tasso Irlandese, nella sua fase  momentanea di cucina vegetariana, il figliolo ha voluto precisare “ Ciccione, siamo felicissimi che tu sia qua con noi, che bello! Ma non sentirti in obbligo di fare qualcosa, riposati, vai in giro in centro e goditi la vacanza.   A proposito hai visto il giardino?  No, va bene è buio, domani ti spiego, i pezzi del camino sono quelli là in terra, cosa ne pensi ?”

Poi lo ha strizzato fortemente al petto, cantilenandogli gioiosamente “ Sei grasso, grasso, grasso !”

Ovviamente non contano le parole, ma il tono e le intenzioni con cui vengono pronunciate, per lui era il massimo delle manifestazioni d’amore.

Credo e spero che in ogni famiglia ci sia un piccolo dizionario segreto di parole e frasi, ad uso tribale, per cui appellativi come “ Papera Quack  Quack , Pollo, Tuttopiede, Tappa, Cuccioli di uomo, Grasso Grasso “ sono forme verbali equivalenti ad un bacio o ad un abbraccio affettuoso.

La mattina seguente l’anziano genitore è stato fornito di un mazzo di chiavi per garantire la sua totale indipendenza, ha potuto visionare il giardino e lo stato di consistenza delle varie stanze, con il relativo stato di manutenzione, libero di scegliere e pensare.

Durante le giornate ha sempre ricevuto telefonate affettuose, in cui si chiedeva se si stava divertendo e cosa avesse fatto di preciso.

Non c’è cosa più apprezzabile della libertà, così nonno Talpone, con varie pause per il tè, le puntatine al pub, il sonnellino pomeridiano e i giretti tra vari negozi di ferramenta, ha svolto le sue piccole mansioni da bravo pensionato, quasi fossero una serie di piccoli hobby da svolgere in una caccia al tesoro.

Cavi e prese elettriche, avanti un passo, tavole da segare e fissare al muro, avanti, sciacquone smontato ma bloccato da viti marcescenti, passo laterale, manopole delle porte che cadono a terra avvitate, passo avanti, un’ottantina di quadratoni di pietra impossibilitati da smuovere senza leve e posto dove accatastarli, passo indietro, messa in ordine di attrezzi spaiati, latte di vernice, stracci e rimasugli inclassificabili, passo avanti, come nel gioco dell’oco ( o era dell’oca, non ricordo ).

A sera, attorno al tavolo con il solito riso, verdura e condimenti cino-giapponesi-cambogiani, si chiacchera, si discutono progetti, si beve del buon vino e si finisce con un bicchierino digestivo.

Come avviene in ogni coppia, se uno dice bianco, l’altro ribatte che è nero, così il prato all’inglese ritorna alle beole di cemento, il porta tende di ferro si deve mettere o togliere, le rose si devono o non si devono trasformare in zucchine e pomodori. Nonno Talpone assiste equidistante e salomonico nel dibattito di coppia, molti lavori progettati per ora non saranno eseguiti e lui coltiverà le minuzie : l’ordine e l’acquisto degli attrezzi, le viti da fissare, le lampadine da cambiare, le gomme bucate delle biciclette.

I dieci scatoloni di latte d’olio umbro, le bottiglie e le taniche di vino, le conserve di Nonna Papera sono appena arrivate intatte dallo spedizioniere italiano.

Vuol dire che in ogni caso sopravviveremo.

PAPAAA … PAPAAA …


Qualche tempo fa a casa squillò il telefono e la voce del mio secondo figlio, quello che si considera profugo in Inghilterra anche se là ha passato la maggior parte della sua vita, si è fatta sentire, suadente, insistente, imperiosa e squillante come una tromba che aduni la truppa.

“ Papaaa … papaaa … dai venite su a trovarmi, vorrei vedervi, daiii !”

“ Ma caro, veramente a luglio ci vedremo lassù per più di un mese, ora siamo impegnati – ha cercato di tergiversare nonno Talpone, usando il plurale maiestatis “

Lo si potrebbe considerare un padre amorevole, ma inspiegabilmente ad ogni viaggio, ad onta delle sue pretese di avventuroso esploratore, entra in uno stato di angoscia inconsulta e immotivata.

“ Papaaa … papaaa … daiii!  Ho bisogno di consigli per il giardino di casa, vorrei creare un orto per far crescere delle verdure fresche, daiii !”

“ Ma sì, vai che ti diverti – interloquì subito mamma Istrice – verrei anch’io, ma ho delle lezioni, delle conferenze, dei convegni, ho troppi impegni che non posso disdire”.

Così nonno Talpone accettò incautamente quell’invito pressante; come dire di no ad un figlio?

“ Verrei anch’io – disse poi anche il figlio promettente avvocato – ma devo sempre lavorare, beato te papà che non fai mai niente!”

Ma la trombetta inglese non aveva finito di suonare.

Dopo qualche giorno e via via a giorni alterni il famigerato Martello di dio, quello che pensavo si fosse da tempo acquietato negli ozi matrimoniali, ha continuato a telefonare e domandare.

“ Papaaa … papaaa … si sono rotte le lampade, tu sai aggiustarle, vero ?”

“ Papaaa … papaaa … lo sciacquone del bagno perde acqua, tu dovresti metterlo a posto, quali attrezzi ti occorrono ?”

“Papaaa … papaaa … dobbiamo metter su le tendine in sala, ma con il trapano abbiamo scoperto che il muro esterno è pieno di sassi, tu useresti il martello demolitore, quando vieni lo affitti tu ?”

“ La balaustra di legno si è rotta, vorrei anche mettere un altro corrimano sulle scale “

“ Il camino di pietra nera della sala ci è caduto a terra ed è tutto smontato, tu sai cementarlo di nuovo al muro, vero ?”

“ Pensavo di togliere la pavimentazione di blocchi di pietra nel patio e fare un bel prato all’inglese, sarebbe fico, si tratta solo di un pezzetto, 50 o 60 metri quadri, tu sai come farlo, ne sono sicuro.”

Queste ed altre supplicanti richieste d’aiuto sono arrivate a nonno Talpone, precedute e seguite dal solito ritornello “Papaaa … papaaa … “.

E lui non solo è partito, rassegnato al suo destino di padre, che impone doveri sino alla tomba, ma nel vento gelido e con una sferzante pioggia intermittente ha iniziato da due giorni il suo lavoro di rammendatore casalingo, quello che di solito riesce a procrastinare ed eludere persino a Milano.

Oggi, dopo aver segato e montato in mattinata una doppia scaffalatura per le scarpe, è uscito fuori, ansante e con il mal di reni, ma era spuntato il sole e dopo aver vagato a caso per le vie come un sonnambulo, è entrato in un pub e si è concesso un tardivo breakfast  a base di salsiccia, uova, bacon, fagioli al pomodoro e funghi fritti, accompagnato da una grossa pinta di birra scura e amara, la Bitter .

Quando è ritornato al suo cantiere ha sorbito un solitario tè, ha sgranchito le dita trascrivendo queste poche righe e serenamente ammette di essere inspiegabilmente felice.

ALI’ BABA’


L’altro giorno abbiamo ricevuto una telefonata da una vecchia amica, che ha raccontato la storia drammatica di comuni conoscenti che abitano a Reggio Emilia.

In quella città emiliana, una volta ricca, opulenta, laboriosa, ove tutti avevano un lavoro che svolgevano coscienziosamente, con inventiva e operosità unica, la gente era allegra e buontempona, amava godersi la vita con i soldi guadagnati con fatica;  ora subisce la mannaia della crisi economica, come nel resto dell’Italia, oltre a soffrire i danni dell’ultimo terremoto.

Posti di lavoro sono  tagliati, gli stabilimenti e le fabbrichette ora annaspano in un mare di debiti, con meno ordinativi, meno pagamenti ricevuti, più tasse e balzelli burocratici da subire.

In quella famigliola, che conosco appena, lui ha perso il lavoro, lei è in cassa integrazione, per ora, la figlia che si era appena iscritta all’università  non trova sbocchi occupazionali.

Ora con la vecchia auto battono i mercatini di provincia, cercando di vendere oggettini usati, quelli da un euro o poco più.

Hanno chiesto ad amici e conoscenti se avessero qualcosa di vecchio o superfluo da dare a loro.

Noi abbiamo pulito e impachettato vecchi biberon che i nipotini non usano più, coppie di tazzine mai usate, orologi e radio datate, brocchette, vestiti, libri, che saranno da loro esposti su un lenzuolo o su un tavolino da campeggio in una piazza rumorosa e affollata.

La cosa incredibile è che non si tratta più di mercatini di brocantage ove gironzolare curiosi per cercare l’impossibile affare, ma di posti dove la gente va a cercare e acquistare per necessità le stoviglie o il biberon perché solo un euro può spendere.

Ormai sembra caduta anche la vergogna di mostrarsi poveri, loro, gli emiliani, fino a pochi anni fa così esuberanti e opulenti.

Voglio citare anche il caso di una giovane signora in Umbria, brillantemente laureata in scienze, con una bambina, che ha lavorato per anni come impiegata in varie istituzioni come esperta di contributi e contabilità, sempre con contratti a tempo determinato, poi in vari uffici quale collaboratrice con partita IVA, con stipendio sempre ridotto fino a perdere anche le 500 euro che guadagnava.

Non ha mai trovato un lavoro stabile, nonostante le mille promesse, perché non era raccomandata da un potente locale, di qualsiasi bandiera fosse.

Tante storie simili potrei raccontare, di famiglie che sopravvivono in qualche modo grazie ai genitori o ai nonni pensionati, che fortunosamente sono riusciti a farsi una casa tanti anni fa.

Dalle inchieste giornalistiche e in televisione emergono invece, elitari e staccati dalla gente comune, i rappresentanti di una classe politica parassitaria che sembra non avere questi problemi, anzi si dimostra sempre più arrogante, arricchita e rapace.

Non sono più quaranta i ladroni della favola, secondo le stime di Rizzo e Stella questa nuova classe di potere conta circa due milioni di persone, aristocratici non tanto per nascita ma per cooptazione connivente.

E Alì Babà direte voi?

I tesori nascosti certe volte li trova la Finanza e la Magistratura, anche se non so quanto si riesca a rimettere nelle disponibilità delle casse dello Stato, credo ben poco.

A noi, novelli Alì babà resta solo il “ Gratta e vinci” quel foglietto colorato da un euro che ci offre con insistenza tentatrice la cassiera del supermercato o il tabaccaio sotto casa.

Ecco balenare oltre la porta della grotta il tesoro nascosto dei milioni, delle rendite mensili da diecimila euro, la metà di quella di un parlamentare.

Paga e spera, tanto sperare non costa niente.

Anzi no:  un euro prego.

UN’ARCA COME TANTE


Lo so, mi chiamano Talpone, per via dei miei baffi bianchi a spazzola, il testone pelato, la vista scarsa nonostante i grossi occhiali bifocali, i movimenti tardi e impacciati, sempre con l’aria di una grassa talpa che sbuca a sorpresa da una buca del terreno, mostrando una curiosità stupita verso il mondo esterno, come se fosse stato creato dal nulla qualche momento prima.

Devo anche ammettere che mia moglie mi chiama spesso per afferrare oggetti e stoviglie posizionate sui piani alti, come se fossi una giraffa.

Quando andiamo insieme a fare la spesa al supermercato o nei negozi, come questa sera dopo aver accudito i piccoli, io sono l’addetto al trasporto delle pesanti borse degli acquisti, con le quali mi trascino fieramente per i tre piani a piedi, come un docile somarello.

Lei invece, la mia Istrice Fascinosa, se affaticata e nervosa sa trasformarsi in un piccolo drago sbuffante nuvoloni neri che promettono tempesta e lanciare getti di fuoco ustionanti.

Quando però incontra gli altri maschi di casa, i due figli e gli adorati nipotini, sembra sciogliersi in una marea di dolcissimo miele, con l’aspetto di una mansueta mamma cerbiatta.

Il nostro saltellante e squillante Scoiattolino e suo fratello, il carezzevole Polipetto, sono due amorevoli cuccioli che sanno donarci una continua allegria, quasi fossero novelli Dioscuri che guariscono da ogni melanconia o piccolo malanno, a cui non si può non perdonare anche le poche volte che per stanchezza ci fanno disperare.

La loro madre, quando a sera torna a casa dal lavoro, entra quasi in punta di piedi, con un tremulo sorriso timido e stupito, come un piccolo uccellino che si posa su un ramo con un breve frullo d’ali, quasi avesse timore di aver sbagliato nido.

Alla sera tardi arriva finalmente il papà Leone, il re della foresta legale della sua banca, però appena entrato lascia fuori dalla porta la sua grinta sbrigativa e irritata, forse anche la sua criniera, perché i suoi piccoli cuccioli gli si buttano addosso quasi fosse il loro pelato orso di peluche.

Sono purtroppo lontani gli zii inglesi, uno, nonostante la sinistra fama di Martellus Deus, viene sempre calorosamente accolto e da tempo benignamente chiamato “ Il Pollo Inglese”.

Il marito, ormai foltamente barbuto, forse per nascondere in qualche modo la placidità del suo viso, sta sempre più assomigliando ad un grande Tasso, ovviamente di razza irlandese.

Questa è la nostra piccola Arca di Noè, che galleggia fortunosamente sulle acque tumultuose della vita, insieme a tante altre piccole arche, di ogni taglia, colore e fede.

Tutte aspettano che le acque turbolenti si calmino, mandando fuori di tanto in tanto, come sbuffi di fumo, i nostri pensieri come fossero delle  colombe di pace e di serenità, perché non dobbiamo mai perdere la speranza di un mondo meno funesto.

CONDIVISIONI


Ho avuto una notte agitata e questa mattina mi sono svegliato molto presto, ansimavo e non riuscivo a respirare bene, mi lacrimavano gli occhi, in casa vi era uno strano silenzio, salvo il sommesso respiro di mia moglie.

Alzandomi, vacillando leggermente e tossendo a lungo, finalmente ho capito.

Dopo due settimane di convivenza allegra e rumorosa siamo rimasti soli.

Mio figlio, i due nipotini e la madre,l’uccellino Tuttopiede, il giorno precedente erano tornati a casa loro, dopo ben tre mesi di assenza per i lavori di ristrutturazione del loro appartamento.

Felicissimi loro di non essere più profughi ospitati nelle varie case.

Triste io di sentirmi solo, quasi abbandonato.

Piangevo e tossivo convulso.

Veramente da giorni soffro di una leggera bronchite e una fastidiosa forma di congiuntivite acuta.

Però mi piace pensare che anche il mio corpo voglia mostrare di condividere il mio momentaneo sconforto.

ANGOSCE E VERGOGNA


Oggi è tutto calmo, il tempo non passa mai, la solita uscita per acquistare i giornali, qualche compera al supermercato, una sbirciatina e due parole con l’amico della bancarella dei libri usati.

Niente giro al mercato ambulante di frutta e verdura oggi, siamo rimasti in due, abbiamo rifornimenti per una settimana.

Non parliamo delle scorte di carne, formaggi, uova e delle numerose vaschette nel frigorifero, contenenti sughi, brodo e minestrone, arrosti, frittate, zamponi cotti, bolliti e altre cose che ora non rammento.

La famiglia allargata è sempre rifugiata nel lazzaretto di Cinisello dagli altri nonni, tutti ammalati, costipati, febbricitanti, una bolgia di mal di gola e bronchiti.

Poverini.

A proposito, mi rendo conto che oggi non li ho ancora sentiti.

Il promettente avvocato non mi risponde al cellulare, sarà come sempre impegnatissimo in ufficio, al solito dieci, dodici ore di lavoro stressante, senza tregua, da schiavo in catena, ma in completo blu scuro e cravatta.

Che tempi!

Come l’altro lassù al nord, che lavora fino alle nove, dieci di sera.

Mi dico sottovoce che sembra debbano per contrappasso scontare il disimpegno lavorativo del padre, che le parole restino tra noi.

La figlia acquisita, grazie al matrimonio con lo schiavo prima nominato, mi risponde al secondo tentativo.

E’ trillante e allegra come un fringuello, anche se è appena guarita, sia pur con qualche postumo influenzale, anche lei al lavoro, lui invece finalmente ha ceduto e ora è a casa con la febbre.

Tutti al lavoro, che diamine !

Ma si sa, siamo a Milano.

E poi non bisogna lamentarsi adesso, con la crisi che c’è …

Io sono pensionato da dodici anni, posso parlare e criticare, salvo lamentarmi che ad ogni anno che passa i miei soldi diminuiscono.

Ma oggi mi sento indifferente, quasi beffardo, direi stoico.

Diciamo che in realtà sono rassegnato, se qualcosa non cambia, tra dieci anni, se sarò ancora vivo, farò il Barbapedanna.

Senza chitarrone, non ho mai imparato a suonare, ma mi vedo già in giro con un blocchetto di post gialli, su cui scrivere con un pennarello rosso poesiole giocose o saggi pensieri da pirla, da regalare ai passeggeri della metropolitana, poi passerò con il mio vecchio tubino inglese, chissà forse la cosa funzionerebbe.

Basta, invece sono preoccupato per quello che succede ai miei maschietti.

Finalmente lui, il mio piccolo, il mio promettente avvocato, il padre dei miei gloriosi nipotini, mi risponde con un vocione roco.

“ Ciao papà !”

Subito mi scateno : “ Come state? Ancora la febbre? Ma il medico cosa dice? Avete bisogno di cibo, bevande, acuisti in farmacia, consigli, soldi, commissioni urgenti, pagamento di bollettini postali, multe? Dimmi, se c’è qualcosa che posso fare, io mi posso liberare da ogni impegno, conta su di me”

“ Papà grazie, no, qua siamo tutti ammalati ma ce la caviamo. Pensavo però che se vuoi domani veniamo tutti a casa tua”

“ Come a casa? Da me intendi? Ma se siete pieni di virus, vuoi farmi ammalare? Proprio adesso che ho prenotato il viaggio a Napoli, cinque giorni, tutto già pagato, albergo tre stelle, treno Italo veloce, mica il solito Intercity.  Solo che per risparmiare ho acquistato i biglietti scontati, tipo last minute, senza possibilità di recesso.

Io vi vorrei, non mi importa di ammalarmi ancora, oh avervi vicino, ma, ma … martedì dobbiamo partire per quel viaggio lontano, non vorrei ammalarmi, mi capisci?”

“ Va bene papà, credevo che anche la mamma mi volesse per la solita settimana da voi, non vorrei che si offendesse …”

“ No caro, vi vogliamo, ma ora, capisci, il viaggio a Napoli … Ciao, ti telefonerò ogni giorno, guarite, mi raccomando!”

Ecco, diciamolo, sono terrorizzato dall’influenza, l’ho già avuta dopo Natale, mia moglie all’ultimo dell’anno.

Capite, i nostri viaggi, quelli che sognavamo di fare, dal tour completo della Cina ci siamo ridotti al safari economico in Africa, poi alla settimana a New York, restringendoci al weekend lungo a Lisbona in bassissima stagione.

Ora siamo al tour giù a Napoli.

Sento in fondo al cuore che tutto forse si ridurrà ancora in un fine settimana a Terni, la perla della Conca, flagellata dalla pioggia e dal gelo.

Mi sento ugualmente un padre sciagurato, ho i rimorsi di coscienza.

Peccatore, ecco cosa sono, vergogna!

Poi perché Napoli? Da anni non ci vado più, cosa troverò laggiù?

Dicono che la prossima settimana avremo nevicate, devo portare gli scarponi pesanti da montagna?      Magari anche il mio vecchio colbacco di pelo con la stella rossa, ricordo di Mosca, bei tempi, ho ancora presente lo scambio furtivo della borsetta di plastica, omaggio dell’Intertourist, con quel caldo berrettone.

E il Vesuvio ? Non entrerà in eruzione quando saremo laggiù? Non si sa mai, dicono “ vedi Napoli e poi muori “, non ricordo quando ci fu la famosa eruzione di Plinio il Vecchio, sarà forse avvenuta a febbraio?

Mentre cerco informazioni tra i libri di storia sento che la mia Istrice mi sta chiamando : “ Sbrigati, dobbiamo andare in palestra, io sono già pronta, mettiti la tuta!”

“No guarda, adesso sono impegnatissimo, ho dei problemi da risolvere”

“ Smettila, niente scuse, dai pigrone, ti conosco, forza, ci stanno aspettando”

Mi alzo affannato, cercando scarpette, magliette e borsone, non mi ricordo più quale era il problema.

Non importa, so di essere fortunato di avere una graziosa terapista della riabilitazione a domicilio, il resto non conta.

ASILO 2


“ B.A.R.B.E.R.A. … BARBERA!”

“ Bravo Scoiattolino! Come hai letto bene l’etichetta della bottiglia, sei in prima elementare e leggi benissimo !”

Eravamo tutti a tavola una decina di giorni fa, accanto a me sedeva il mio ricciuto nipotino che, nonostante stesse golosamente gustando la sua abbondante razione di gnocchi al ragù, aveva voluto ampliare le sua conoscenze culturali leggendo quanto aveva davanti agli occhi.

“ S.A.N. B.E.N.E.D.E.T.T.O. … SAN BENEDETTO!”

“ Eh no, quella è acqua, stanne lontano! Adesso ti porto altre bottiglie da bere … no, volevo dire da leggere, Prosecco,Ortrugo, Chianti, Tockai. Ecco, vedi, potresti anche imparare le lingue straniere : Bordeaux, Chablis, Weiss Traminer …

Se poi tu li potessi assaporare … saresti in grado di esplorare un mondo senza confini, nuove sensazioni, impressioni, emozioni … parlare, descrivere, narrare all’infinito.”

“ Smettila papà, i bambini non devono bere vino, almeno fino a diciott’anni, altrimenti può far male al loro cervello – così era intervenuto bruscamente il suo papà, il promettente avvocato, momentaneamente dimentico dei suoi passati giovanili.

“ Figuriamoci ! – non avevo potuto contenermi, da vecchio nonno e pater familias, per quel che vale oggidì – Io bevevo qualche mezzo bicchiere fin da piccolo, a quindici anni presi la mia prima sbronza con una bottiglia di pessimo ed economico Rum Jamaica, ero con il mio più caro amico, ora rinomato e brillante psichiatra. Il vino non mi ha fatto male!”

“ Infatti si vedono le conseguenze ! – ha chiuso beffardo l’ingrato figliolo.

Tutti a tavola avevano riso, ora al pensiero sorrido anch’io.

Penso che i ricordi siano un dolce asilo.

In quanto all’aiuto del web, della rete di internet, ringrazio la singola lettrice per le sue parole di ieri, che si sono sommate a ben 26 commenti sul blog, per quanto purtroppo classificati come spam, in quanto mi chiedevano di giocare al casinò, di fare donazioni, di partecipare a club privè e di acquistare viagra a prezzi scontati.