DINOSAURI


Una chiamata al telefono dal vecchio amico psichiatra in pensione.

– C’è una mostra fotografica a Crescenzago sul Canale della Martesana, ci andiamo? –

– Non so, sono in pausa infermieristica, mi sento pigro.-

– Peccato, è organizzata da un vicino di casa, credo che si tenga in un’enoteca, ci sono  anche assaggi di formaggi, salumi e vino.-

– D’accordo, mi hai convinto, mi cambio e in dieci minuti ci vediamo sotto casa.-

Certe volte gli argomenti sono talmente convincenti che non si può rifiutarli, inoltre come afferma soavemente nonno Talpone – gli aggiornamenti culturali sono indispensabili -.

Così dopo una camminata di quasi un’ora, perché i pensionati hanno tanto tempo libero, gambe semiresistenti e  quattro chilometri sono poca cosa quando si parla con gli amici, erano arrivati alla meta e introdotti in un largo magazzino, arredato con botti, casse di bottiglie e alcune tavolate colme di vassoi con cibarie e sfilate di bicchieri colmi di vini bianchi, rossi e rosé.

L’ambiente era già affollato e nonno Talpone voleva subito eseguire, parole sue, un –controllo di qualità – ma era stato fermato da un signore gentile e premuroso, l’ideatore della mostra fotografica, che aveva cominciato a illustrare le opere esposte.

Gli edifici storici della Martesana erano stati minuziosamente fotografati o riprodotti da stampe e quadri d’epoca, in alcuni casi risalenti al diciassettesimo secolo, quando erano oasi di villeggiatura per i nobili milanesi.

Con una certa impazienza nonno Talpone aveva cercato di passare celermente da un’immagine a quella successiva, quando si è trovato di fronte alla foto della gloriosa Canottieri Magneti Marelli, che aveva un ormeggio e un rimessaggio barche vicino al ponte di pietra che unisce Gorla a Turro.

Si distinguevano gli atleti tesi nello sforzo della regata, dietro loro la banchina affollata di bambini e adulti, esultanti e incuriositi.

Nonno Talpone vi si era riconosciuto, suo papà allora era il presidente, a titolo gratuito, della Canottieri, lui era invece ancora un bimbo di circa sette anni, e un fiotto di ricordi nascosti erano improvvisamente emersi dalla palude del tempo, sempre meno sfocati, anzi man mano collegati persino ad odori, suoni, sensazioni provate allora.

Per qualche minuto il tempo si era fermato, anzi tornato indietro ad un periodo mirabilmente lontano e felice.

Poi si era riscosso, l’ aveva commentato con l’amico, mentre assaggiavano focaccette con salumi e formaggi, brindato con calici di Prosecco, Cabernet e Tokaj, gironzolando tra esposizioni di bottiglie pregiate dai nomi invitanti.

Quando nonno Talpone ha voluto tornare ad esaminare quelle fotografie che avevano il potere di riportarlo magicamente ai suoi ricordi, si è accorto che vi erano anche delle didascalie, su quella della sua immagine preferita vi era scritto – Imbarcadero Canottieri, Gorla, metà del secolo scorso-

-Ciumbia ! Come secolo scorso, brutt malnatt, e che siamo quasi dei dinosauri ! – si è indignato nonno Talpone – era solo qualche anno fa, come si permettono ?-

L’amico a lui vicino gli ha dato ragione e si sono precipitosamente recati al banco degli organizzatori per protestare.

Però lì hanno trovato due signore con i capelli bianchi, che hanno sorriso comprensive e hanno mostrato loro un’esposizione di bottiglie pregiate che avevano come etichette le fotografie dell’esposizione.

Nonno Talpone ne ha scelto due di pregiato Malbeck Historico di Valdobbiene e le ha trasportate trionfalmente a casa sua.

Le donerà ai suoi figli, ormai adulti ahimè, per ricordare insieme la figura del loro nonno, per farne riemergere la figura, aiutato dagli aromi del vino, per ritrovarsi tutti ancora uniti, almeno nello spirito.

etrichetta canottieri martesana (1) etrichetta canottieri martesana (2)

ETA’ BALLERINE


“ Anno nuovo, vita nuova “, la recitiamo ogni anno speranzosi, incoscienti e sostanzialmente ipocriti, perché la vita scorre ormai sui ben oliati binari delle nostre abitudini.

Avevo provato un grande timore l’ultima volta che scrivevo su questo solitario blog, un mese fa circa, alla vigilia dei 70 anni, quasi fosse il cambio di un millennio.

Mi rendo conto ora che sono forse più di tre anni che affermo spudoratamente di avere quell’età.

Ormai per fortuna mi trovo con davanti un tempo indeterminato e lontano per preoccuparmi di un’altra eventuale decade.

In quel fine di dicembre sono stato gratificato con una festa a sorpresa, anzi diverse, visto che quel giorno hanno suonato alla mia porta e mi sono trovato davanti mio figlio, il famigerato Martello di dio, con due giorni in anticipo del previsto.

“ Ma cosa ci fai qui il 19 dicembre, avevi mandato una mail della compagnia aerea che confermava il tuo volo per il 21! – avevo esclamato tenendolo sulla soglia come fosse un importuno venditore di aspirapolveri.

Gli anziani hanno notoriamente una deformazione maniacale per le cose precise.

“ Papà fammi entrare, ti ho fatto una sorpresa, ma non sei contento?”

“ Beh certamente, ma perché oggi ?”

“ Papaa, papaa, è il tuo compleanno, non ricordi ?”

“ Accidenti è vero, dovevamo anche andare al ristorante, già, avevo pensato di non far stancare la mamma, ma ora bisogna avvisare anche loro, la prenotazione era per sei: io, tua madre, tuo fratello, il Promettente, con la moglie avvocato Tuttopiede e i due puffetti “

Così era entrato come un ciclone, strizzando come tubetti di dentifricio i due genitori, aprendo un valigione pieno di regali, parlando solo lui di mille cose e ingurgitando tutto quanto la madre affannata gli metteva a tavola.

Poi aveva trascinato il padre poco prima dell’ora di cena in un sconclusionato giro dei negozi in frenesia prenatalizia, incurante della sua fretta, per arrivare finalmente davanti al ristorante stabilito, al di fuori del quale stazionava un folto gruppo di persone, certo senza prenotazione, come al solito.

“Lo sapevo, ecco, guarda che folla, si mangia bene lì, però adesso non so se ci sarà posto anche per te, siamo in ritardo come sempre con voi giovani ! – aveva subito brontolato nonno Talpone.

Inaspettatamente quelli, a distanza molto ravvicinata, dato che le vecchie talpe sono assai corte di vista, si erano rivelati per una quarantina di amici, convocati segretamente da un complotto famigliare capitanato dall’Istrice Amorosa per fare festa al marito accidioso.

Bella cerimonia senz’altro, risate, scherzi, bevute, discorsi farfugliati e regali immeritati, ma sinceramente avrei preferito che fosse stato un altro a festeggiare i 70 anni, io avevo scelto cocciutamente di dimenticarli.

Giorni prima avevo eseguito puntigliosamente un test su Facebook  per far stimare l’età mentale delle persone.

Il mio risultato era stato di 24 anni, come ho da sempre sostenuto.

I miei due figli, con loro grande disappunto, in seguito si erano qualificati con 47 e 45 anni rispettivamente.

Mia moglie si era invece defilata, per istintiva prudenza credo, affermando che erano tutte stupidaggini.

Io puerilmente credo nei test, soprattutto se mi sono favorevoli.

Non so che dire, di sicuro è avvenuto che prima di Natale nonno Talpone ha avuto ancora seri problemi con i suoi diverticoli e un inizio di doloroso blocco intestinale.

Sto ancora cercando conferme che questo, insieme a fenomeni di artrite reumatoide, labirintite, depressione, tallonite, affanno al cuore e altre piccole cosette, capiti anche ai ventiquattrenni, sia pure mentali.

Ora proseguo con la mia dieta di bianco Natale : acqua, patate lesse, carni bianche, Normix, Duspatal, fermenti lattici.

Mi sento ancora stanco, particolarmente stanco, ma sempre pronto a giocare e stare insieme a tutti i bambini, come uno di loro.

Saranno 24 o 70, ma ci tengo a essere il nonno.

PENSIERI AMARI


Ne sono fastidiosamente conscio: sono due mesi che evito di prestare attenzione a nonno Talpone, anche se talvolta lui fa capolino dalla porta della camera da letto nei numerosi risvegli notturni quando non riesco a prendere sonno.

Non è colpa sua.

Mi sento stanco, depresso, disilluso, accidioso e insofferente per una serie di contrarietà, acciacchi e doloretti.

Forse sarà per  l’età, certo la macchina è fuori garanzia e non si può cambiare.

Anche il mio stomaco continua a fare scherzi da quest’estate, così devo dimenticare anche il piacere della buona tavola, ridotto come sono a patate lesse, brodini, fettine di pollo insapori e, peggio di qualsiasi incubo, niente vino e grappe.

Si vive comunque, di cosa posso lamentarmi?

Quando all’inizio dell’estate tutti noi ci stavamo preparando per le vacanze non ero stato avvisato che un mio caro vecchio amico era preoccupato per dei dolori alle ossa del bacino, in modo più acuto di tutte quelle sofferenze da artrosi di cui quasi tutti noi, suoi coetanei, spesso ci lamentiamo.

Le sue vacanze erano state sospese e dopo esami accurati aveva avuto la drammatica sorpresa di farsi diagnosticare un tumore maligno alle ossa del bacino.

Nuovi esami, ricoveri, chemioterapia, la solita dolorosa trafila.

Due settimane fa sono stato a trovarlo in ospedale, era ridotto su una carrozzina, fasciato, ingabbiato in un busto rigido, ma sempre lucido, intelligente, realista e determinato.

Aveva predisposto in tempo la sua sostituzione al corso che teneva all’università, si documentava sulle caratteristiche e il decorso della sua malattia, prendendo accurati appunti su una serie di foglietti ordinati in uno scatolino.

Non si lamentava, non perdeva tempo, anzi con il suo computer portatile continuava a collaborare alle ricerche di matematica pura della sua equipe.

Aveva persino fatto sapere di voler trovare dei modelli matematici per regolare gli interventi sperimentali di chemioterapia.

Era il solito personaggio determinato e tosto, uguale a quando era il mio compagno di banco nelle scuole medie, scomodo e burbero, generoso e fedele, un buon amico nei lunghi pomeriggi passati insieme fuori scuola o nelle vacanze.

Poi con l’università i rapporti si erano allentati, ma non la stima e l’affetto reciproco.

All’ospedale, nel porgergli delle mele cotogne e la relativa marmellata prodotta nell’orto umbro, gli raccomandai di continuare ad essere di animo forte.

“ Sii carogna, violento con questa bestiaccia, mia cugina Annalisa ci combatte da dieci anni, dopo due lunghi interventi chirurgici e la chemioterapia a marzo scorso le avevano dato un mese di vita. Ma continua a lavorare da mattina alla sera senza tregua, rimane determinata come un panzer tedesco, cura frenetica la casa, l’orto, l’agriturismo, ha la nostra età ma alla sera va a ballare come una ragazzina. E’ un gatto selvatico dalle sette vite, ogni volta lascia i suoi medici con un palmo di naso.”

Lui mi aveva guardato compiaciuto e ironico.

Poi avevo concluso “ Tira fuori la tua animaccia toscana, ci vediamo presto, mi raccomando, sii carogna !”

Dovevo rivederlo, ma un’influenza rognosa mi aveva tenuto a casa, quando potevo uscire lui era ormai precipitato in una fase così acuta da dover ricorrere alla morfina, sabato pomeriggio ha ceduto il campo al nemico.

Oggi al funerale ho rivisto quel che resta del gruppetto di vecchi amici.

Come sempre quando ci si incontra alle tumulazioni al cimitero ci scambiamo brevi saluti, qualche notizia di casa, con promesse di rivederci presto.

Ogni volta ci stupiamo delle trasformazioni subite dal nostro aspetto, cercando di ricostruire i ricordi di come eravamo.

Quando siamo usciti dal cimitero però non ho resistito “ Almeno per quest’anno basta !”

Ma noi stanchi soldati lo sappiamo bene.

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.

MESSAGGI DALL’ISOLA 2


Nonostante il numero consistente di consumazioni nei vari bar dell’isola a cui si era dovuto sottoporre, a malincuore sostiene spudoratamente il nostro nonno Talpone, la connessione internet non aveva mai funzionato se non in modo sporadico e inconsistente.

Così, appena sbarcato e rifugiatomi in Umbria per recuperare le forze, mi accingo a trascrivere alcuni pezzi degli appunti che lui aveva scribacchiato nel suo quadernetto macchiato, quello che tende a portarsi gelosamente appresso, docce e bagni di mare esclusi, per  ovvi motivi tecnici.

“ Le vacanze di coppia e quelle con gli amici tendono frequentemente a trasformarsi in una specie di cartina al tornasole per far emergere insofferenze ed irritazioni prima insospettate.

Quest’anno le ormai abituali vacanze da single ( senza mogli intendo ) con il cognato sindacalista, quello dalla loquela irruente e instancabile alla Fidel, sono state caratterizzate dalla compagnia di un’altra coppia, con cane al seguito, tutti ugualmente fanatici pescatori.

In questa categoria esiste infatti una pattuglia  da mare, che ignora le spiagge, il mare cristallino, la pace e la natura selvaggia, per ricercare, in equilibrio precario su rocce, moli, posti impervi e talvolta con conseguenti rovinose cadute, la possibile cattura di qualche pesce da scoglio, di solito spinoso e di piccole dimensioni.

Inoltre per l’estraneo a questa disciplina sportiva  capita di convivere  in casa, a tavola, nelle stanze e nel giardino con un caotico ammasso di lenze, canne di ogni dimensione, reti, secchi di esche e molliche di pane, cime e nasse.

Messo in minoranza è inoltre capitato al povero nonno Talpone di essere preso dal primo mattino  in un vortice di  conversazioni ossessive relative a bigattini, camole, Koreani, lombrichi da sabbia e composti di pane e formaggio con cui adornare gli ami da immergere a varie profondità dopo la pastura in acqua.

La disquisizione sulla migliore posizione da cercarsi lungo la costa e le mirabolanti aspettative dei possibili risultati, che spesso  inutilmente cercano di ottenere, completano i discorsi del terzetto degli appassionati pescatori.

Per colmo di sfortuna tutti ormai , compreso il lamentoso relatore, siamo arrivati a quella  che si può chiamare la terza  età, per cui  i nostri  concetti tendono stranamente ad essere  ripetuti decine di volte, a rafforzare forse una memoria ormai fallace.

Il cane?

Poverino lui continua a guaire quando  viene lasciato a casa, tendendo ad abbaiare furiosamente contro i  pacifici gatti del dell’isola, forse vorrebbe tentare anche lui la fortuna di una mirabolante chimerica pescata.”

ALDO E ANTONIO


Non fate della facile, ironica e inutile irrisione, il nonno, per quanto agitato e ansioso, è stato convinto a partire per l’Umbria.

“ Ho finito gli esami, ho un incontro con due ex allieve per creargli un posto di lavoro e quindi mercoledì pomeriggio potremmo partire – aveva detto la moglie Istrice Prussiana.

“ I bimbi sono al campus estivo e all’asilo – aveva detto il Promettente Avvocato.

Tuttopiede aveva sussurrato “ Non ti preoccupare ci penserà a tutto la tata e mia madre”

Nonno Talpone aveva così stipato, anzi trasportato per le scale i fagotti, la moglie invece aveva sistemato nell’auto in modo ordinato ed efficiente due piante di ulivi, cinque boccioni da olio, una ventina di barattoli da sugo di pomodoro, la cassetta di sicurezza dei prosecco, le valige, le provviste alimentari, i libri, i computer, la valigia baule di Pierre Cardin.

Nel lungo viaggio la vecchia diciottenne, la nostra Golf famigliare aveva sentito l’impellente bisogno di perder benzina, gocciolando per la strada poverina, ha la sua età, la capisco, anch’io soffro di prostata e di vescica, prima di partire gli avevo fatto rifare i freni, le cinghie di trasmissione, ma lei sente ormai gli acciacchi, ha fatto 250000 chilometri, non pochi capite e ben tre proprietari prima di me ,ho paura magari non fossero stati troppo gentili.

Aldo e Antonio erano silenziosi e tranquilli, lasciavano l’aria inquinata del balcone di piazza Loreto a Milano per un poggio collinare della Valnerina.

Li avevo avvisati prima e loro avevano risposto di non preoccuparmi per il loro trasferimento.

Scusate, non ve li avevo presentati.

Aldo è un mio carissimo amico dell’università, anche lui della Bocconi di Milano, chiamato famigliarmente Ho Chi Min, per una straordinaria rassomiglianza con l’eroe vietnamita.

Era intelligente, colto, umano e ha voluto e potuto proseguire una difficile e lunga carriera universitaria da stagista a cattedrattico in lingue e letterature sud americane.

Anni fa, nel pieno delle sue forze, ha dovuto cedere ad un male bastardo e maligno che l’ha tolto all’affetto della famiglia, degli amici, degli allievi, dei colleghi.

Aldo è un giovane alberello d’ulivo che ho acquistato lo scorso anno, allegro e salace, sopravvissuto forse meglio della biblioteca universitaria che a Salerno hanno dedicato in suo nome con la preziosissima raccolta dei suoi libri.

Antonio, pure lui bocconiano, era di qualche anno più anziano di noi, uomo mitissimo e gentile, preparatissimo sociologo, una di quelle persone che posso solo ammirare, leggerne gli interventi e apprezzarne la figura.

Nella sua malattia veloce e fatale, che l’ha tolto all’affetto di parenti, allievi e colleghi, io devo ammettere di non essere riuscito a conoscerlo e vederlo, a stargli vicino in silenzio, era un maestro e ora solo un amico virtuale, per me non meno vero in quel mondo misterioso e fantastico che è la nostra mente.

Lui è  ora, in uguale presenza, un rigoglioso ulivo di tre anni, alto più di me, carico di gemme e piccoli frutti.

Tagliata l’erba, farò delle profonde buche e li interrerò con amore nel mio uliveto, vicini tra loro, due professori si sa, due uomini gentili e generosi, si faranno compagnia e con lo stormire frusciante delle loro fronde avranno molto da raccontarsi e io, sciocco nonno Talpone, quando potrò mi siederò in terra tra l’erba, cercando di carpire le loro parole, con l’animo attento e curioso, perché amo le storie e gli ulivi ne hanno tante da narrare.

 

IL TEMPO CHE PASSA


Come ben sapete, di tanto in tanto mi capita di parlare con un caro amico, un certo nonno Talpone che ho incontrato per caso un paio di anni fa, tipo divertente direi, che mi solleva da pensieri tristi e accidiosi.

Non che lui non ne soffra in ugual misura, in fondo è anziano ed ha la mia stessa età, solo che è buffo e mi fa sorridere e star meglio del Sanax, del Prozac e del Ludiovil.

Oggi gli facevo notare, forse in modo poco cortese, che l’ultima sua storia, quella della valigia, me l’aveva già raccontata quindici giorni fa, avevo quindi l’impressione che cominciava a ripetersi, niente di serio, per carità, solo che non vorrei che avesse un inizio di demenza senile.

“ Io con la tua cosiddetta demenza senile, per quanto ne so, ci convivo fin da bambino – mi ha subito risposto placidamente – sono un tipo un po’ svagato e semplice, dico sempre quello che penso, ho i miei limiti, è un male ?      Devo ammettere che non pensavo fossero passati tanti giorni dal mio ritorno da Brighton, mi sembra fosse ieri, il tempo passa troppo veloce per me, non so come mai.”

Ho dovuto ammettere che la stessa cosa capita anche a me, qualche giorno fa, mentre parlavo con mio figlio dei programmi per l’estate, lui mi ha detto che in agosto per la festa dei suoi 40 anni sarà lontano da me.

“ Come 40 anni ? Sei così vecchio ? – avevo chiesto incredulo e perplesso – pensare che io me ne sento dai 24 ai 27.”

“ Papaa, ricordati che tu avrai sempre 30 anni più di me !”

Incredibile come passa il tempo, ma cosa deve fare uno che rimane generalmente ancorato, quando non fa il nonno, ai suoi anni giovanili?

Nonno Talpone mi ha sconsigliato di chiederlo ai vari amici psichiatri, ma di ragionarci insieme con serenità socratica di fronte ad una buona bottiglia di Prosecco spumante, che, secondo lui, fa bene anche alla vescica e alla prostata.

“Tempus fugit ! – ha declamato ieratico rispolverando logore sentenze – In vino veritas !”

Chissà, forse saremo fortunati, allegri senz’altro.

ADDIO, ANZI CIAO


Da sabato scorso sarebbe dovuto avvenire il sospirato allargamento settimanale della famiglia di nonno Talpone, con l’arrivo degli Avvocati e i loro graziosi bambini, profughi raminghi da due mesi per i lavori edilizi della loro casa di Wisteria Lane.

L’influenza virale che sta colpendo un terzo degli Italiani li ha bloccati dagli altri nonni, creandovi un piccolo lazzaretto e lasciandoci sani, ma soli.

Dopo l’ultimo post, in cui salutavo nel ricordo un mio caro amico, mi è capitato di leggere sul Corriere di domenica un articolo di Luca Bottura sull’abuso del ciao funebre, così titolato: “ E’ di moda salutare i defunti con falsa familiarità. Così i media dimostrano la loro inerzia mentale”.

Un vecchio signore permaloso, nonno Talpone intendo, l’aveva preso come un affronto personale, ma un’attenta lettura l’ha convinto poi che quel riferimento alla sciatteria e allo stupidario del gergo comune dei media era abbastanza giustificabile.

Non si possono invece accettare le conclusioni con la proposta semiseria di una moratoria del ciao mortuario, per arrivare all’indicibile verità che “ Il Tizio è morto”.

E’ incontrovertibile la differenza tra morti e vivi, ma il cervello umano ha spesso delle convinzioni personali, impressioni, sentimenti, fantasie, sogni, allucinazioni che contrastano con la realtà oggettiva.

Per questo non credo di essere il solo ad avere con le persone amate che non ci sono più un rapporto difficile da spiegare, talvolta in una dimensione diversa, quasi parallela, in uno stato di reverie, come in un sogno, in cui i ricordi sono così intensi da sovrapporsi al reale quotidiano.

Bisogna anche ammettere che più invecchiamo e maggiore è la vivacità delle immagini del passato, con uno struggimento di considerevole entità.

Domenica è mancata la mamma di un vecchio amico, aveva 96 anni, da circa un mese si era ridotta ad uno stato quasi vegetativo, è trapassata quasi accorgersi, ma questo ha sconvolto ugualmente tutti quelli che l’avevano conosciuta e amata.

Era una donna di enorme dolcezza, che a me dodicenne aveva particolarmente colpito, anche perché da un paio d’anni era morta mia madre.

Quella donna possedeva un carattere positivo e brillante, aveva una passione per il gioco del pocker, mi stupiva che allora uscisse quasi ogni sera per una partitina con le amiche.

Fino a una decina di anni fa trovava ancora la compagnia per giocare, asseriva che avrebbe voluto un mazzo di carte anche nella bara.

Oggi al suo funerale ricordavo questa sua battuta al figlio, lui mi ha sorriso complice, abbassando la voce, tra la folla dei parenti, mi ha detto “ L’ho accontentata sai, le ho messo dentro un mazzo da pocker !”

Un omaggio affettuoso, più pertinente di un mazzo di fiori.

Addio signora Fosca, la sua immagine non svanirà.

Tornando a casa, svagato e pensieroso, ho acquistato una dozzina di bulbi fioriti di Nasturzi gialli per la mia Istrice e due vasi di Elleboro dalle bianche corolle.

Altri ricordi questi, di incredibili ammassi fiori che spuntavano tra le chiazze di neve, in quella gita tra le Prealpi.

Era la prima visita a Milano della mia bella romanina, quarantatre anni fa.

Quella grazia di colori, quella perfezione di forme, quel suo profumo che mi conquista ancora, i fiori sono diversamente uguali, lei ugualmente desiderabile.

Non so, lo chiamano amore.

IL MOSCATO


Il vino Moscato Bianco, dal colore tenuamente paglierino, ha un sapore deliziosamente intenso, dolce, aromatico, con un nome, un’aurea, forse retrò, ma per me inconfondibile, da assaporare a piccoli sorsi golosi, lentamente, concentrati, con la mente aperta ad ogni fantasia e suggestione.

Mi ha fatto molto piacere che ad una mia lettrice, due volte teneramente mamma, questo vino susciti commossi ricordi di suo nonno, ben vivo nella sua memoria, quindi ancora presente tra noi.

Personalmente quel gusto raro, amabile, zuccherino del vino Moscato, le cui gocce mielose sembrano trattenere i ricordi dei momenti felici in cui lo si è gustato, mi fa tornare ai tempi dei miei vent’anni, quando si girovagava per tutta la notte a Milano, lungo i Navigli e soprattutto per Corso Garibaldi, in visita pastorale etilica tra i vari bar e osterie, in compagnia dei tanti amici di allora, incontrandone talvolta di nuovi in ogni locale, discutendo, ridendo, proclamando le proprie brillanti idee, elaborando piani rivoluzionari e arditi, che avrebbero migliorato la nostra società, che sarebbero poi sfumati e irrisi negli anni seguenti.

Vi era in quell’animato corso milanese una piccola enoteca, il bar Moscatelli credo, in cui il bizzarro oste imponeva ai giovani avventori, come un maestro paziente e perseverante, la degustazione di calici del suo prezioso Moscato.

Noi giovani, ingordi nelle parole come nelle bevute, affrettati, ilari ed incoscienti, scoprivamo in tal modo in quello stretto locale, con tre tavolini e il lucido bancone di acciaio, un inaspettato momento di pausa, di amabile riflessione, persi come in ascolto di una nuova fascinosa armonia.

Molto più tardi, ormai padre di due bambini, ho conosciuto un gentile signore piemontese, originario dell’alto Monferrato, i cui figli erano compagni di scuola dei miei.

E’ nata tra noi un’amicizia radicata e profonda, fatta di stima e di poche parole, i piemontesi, si sa, hanno un loro modo schivo e quasi timoroso di mostrare i propri sentimenti.

Questo signore alto, dinoccolato e magro, con un sorriso gentile e triste, che mi ricordava Yves Montand, si occupava di auto, ma aveva avuto in eredità dal padre una bella vigna, che cercava di curare con passione, lassù tra quelle arrotondate colline che schermavano la vista del Po.

Lunghi filari di viti, in una zona sempre più abbandonate all’incuria; l’agricoltura non dà pane e richiede continue fatiche.

Amavo andarlo a trovare anche lassù, nella sua casetta annegata tra le vigne, cercavo di essere presente alla vendemmia, eseguita personalmente insieme ad altri pochi amici.

Era una festa antica del lavoro, la schiena piegata a raccogliere i grossi grappoli d’uva, i secchi scaricati nelle profonde gerle a spalla, il bigoncio trainato dal trattore, l’accompagnamento al magazzino, dove la diraspatrice sbranava, torceva, incanalava il mosto torbido negli alti tini di vetroresina, spandendo intorno un profumo intenso che inebriava.

A parte si raccoglievano con delicatezza i grappoli di Moscato, si posavano in una bassa tinozza, si pestavano con i piedi e il mosto veniva versato nella grande damigiana attraverso larghi imbuti dotati di filtri di carta.

Il Moscato andava curato con amorevole attenzione, come se fosse un prezioso Champagne.

Le poche bottiglie ottenute erano una prelibatezza da far gustare alla sua vecchia madre, non dimenticando noi amici.

Il tempo è passato, lei, persino lui, ormai non ci sono più, se non nel piccolo cimitero di quel paesetto solo, perso tra le colline.

Ma per me non sono assenti, no, assolutamente.

Talvolta mi capita di annusare un calice di Moscato, la sua fragranza sembra evocarli magicamente dai ricordi del passato.

Assaporo quel vino delizioso a piccoli sorsi, con tranquillità e attenzione, vi assicuro che allora riesco ancora ascoltare le loro voci, li sento vicino a me, in un tremolio di ricordi che non avrà mai fine.

Se ora, mentre scrivo queste poche righe, mi si inumidiscono stupidamente gli occhi non mi importa, non mi vergogno per niente, agli anziani come ai bambini non puoi vietare di piangere facilmente.

Ciao Renato.

GLI EVASI DI VENTOTENE


Ieri sera, terminata la cena a casa dei cognati, presso cui è momentaneamente ospitato, quale profugo famigliare, nonno Talpone è stato improvvisamente aggredito verbalmente dalla cognata Paperoga, che impugnava la bottiglia di vino che presa dalla tavola.

“ Quanto vino hai bevuto tu ?”

Distogliendo lo sguardo dalla sparatoria tra gang di rapinatori del vecchio film che stava mostrando la televisione, il nostro amico, sorpreso e con un vago senso di colpa che lo prende sempre quando è proditoriamente assalito, non ha saputo rispondere subito.

Era forse un atto di accusa per aver trascurato il problema dei propri diverticoli ?

Aveva magari macchiato la tovaglia pulita ?

Aveva inconsciamente bevuto troppo, abusando dell’ospitalità offerta ?

La cena era stata semplice ma gustosa, sulla tavola  era stata posta una bottiglia d’acqua minerale ed una bottiglia di vino, peraltro già iniziata, eravamo in tre, io, l’accusatrice e il cognato Lingua di Ferro.

Paperoga, accigliata e con lo sguardo duro da domenicano della santa inquisizione, ha agitato il fondo della bottiglia e ha ripetuto bruscamente.

“ Tu quanti bicchieri hai consumato ? Dimmelo subito senza barare !”

Barare ?

E perché mai ?

Muovendo lentamente la testa, ancora stupito, nonno Talpone ha scorto il cognato Lingua di Ferro, appollaiato nella poltrona preferita e alle spalle dell’accusatrice, che restava stranamente ammutolito, quasi paralizzato, aveva solo gli occhi spalancati che roteavano incessantemente con una strana espressività.

“ Allora rispondi, quanto ne hai bevuto tu di vino ? – ha ribattuto lei implacabile.

“Non so, qualche bicchiere, non ricordo – ho risposto esitante, rendendomi conto alla fine, con un certo sollievo, che non ero più l’accusato, ma solo il testimone a carico.

“ Ne ho bevuti parecchi, vero ? – ho chiesto gentilmente, con l’aria sottomessa di un cane che è stato sgridato per aver involontariamente  mangiato qualcosa di proibito.

“ Non è per te, che però devi aver cura dei tuoi diverticoli, ma a questo ci penserà poi mia sorella. E’ per quel disgraziato – ha precisato, puntando l’indice sul colpevole marito, che cercava disperatamente di farsi inghiottire dalla capace poltrona in cui era sempre più rannicchiato.

“ Non deve bere più vino, gli fa male, deve bere acqua, almeno tre litri al giorno, me l’aveva promesso.  Lui ! – ha precisato, girando il viso aggrottato verso il penitente.

“ Vi controllo ora, avete capito ? E non russate stanotte, altrimenti vi butto fuori casa e dormite in giardino ! – cosi Paperoga, nella sua veste di appuntato dei carabinieri,  ha chiuso la sua requisitoria, portandosi via la bottiglia incriminata, per segnarvi il livello rimasto o per vuotarla disgraziatamente nel lavello della cucina.

Mio cognato ed io ci siamo guardati con aria colpevole ed accorata, poi abbiamo mormorato :

“ Come era bello quando eravamo soli al mare.   I letti sfatti, i bagni e le nuotate che duravano delle ore, la pesca in barca fino alle tre del  mattino, le cene abbondanti e saporite di pesce quando si aveva fame. Oh le carbonare con otto uova, pancetta e pecorino a volontà, i cadaveri delle bottiglie ammonticchiate a terra senza contarle, una benefica strage, che dava allegria e ci faceva cantare e ballare in piazza le canzoni napoletane del tempo antico.  Ti ricordi ?”

L’anno prossimo nonno Talpone e Lingua di Ferro, cognati, amici e complici, cercheranno di fuggire ancora nell’isoletta di Ventotene, paradossalmente come evasi verso la libertà.

DINO E CIUFFETTO ( fine )


Così, passata la mezzanotte, i due malvagi indossarono dei vecchi lenzuoli, ne fecero dei buchi per gli occhi, presero un grosso bastone, una lunga catena di ferro e con due piccole lanterne si recarono silenziosi alla casupola solitaria per sorprendere i due dormienti.

Spalancarono silenziosi la porta e subito iniziarono a battere il bastone contro i muri, a scuotere la catena, ululando e emettendo grida e gemiti agghiaccianti, che terrorizzarono i due malcapitati.

“ Siamo fantasmi dannati!- urlò l’oste con voce roca – dacci tutto l’oro che possiedi o ti trascineremo nell’inferno !”

“ Ma quella era l’ultima moneta che avevo – gemette Dino battendo i denti dalla paura – do… domani qua… quando l’oste mi darà il resto vi darò tutto, giuro, non ho più niente !”

I due figuri frugarono rabbiosamente tra i vestiti e nel suo fagotto, ma non trovarono un soldo.

Infuriati gridarono “ Allora ci prenderemo questo maialino e lo faremo arrosto !”

Il povero Dino era quasi morto dalla paura, anzi, con rispetto parlando, se l’era fatta sotto, ma quando il grosso fantasma afferrò il tornito cosciotto del suo amico di sventura, qualcosa esplose in lui come una bomba, gli si buttò contro lanciando calci furiosi, mentre Ciuffetto si rigirò morsicando scatenato l’altro preteso fantasma.

Con urla di dolore le due bianche figure scapparono fuori nella notte, lasciando vincitori sul campo i due amici.

“ Squitt, squitt, sei stato molto coraggioso Dino, sei un vero eroe – grufolò Ciuffetto dando una leccatina amorosa al suo salvatore – ma per prudenza è meglio nascondersi in qualche lontano pagliaio”.

Pertanto si allontanarono da quel posto ostile e quando il mattino seguente si svegliarono nel loro nuovo rifugio il piccolo Dino disse “ Ahimè, ora siamo senza soldi e senza cibo, come faremo ?”

Ma il porcellino rispose “ Squitt, squitt, ci penso io “

Corse nel campo vicino, annusò in giro, scavò e tornò con alcune grosse patate.

Così, acceso un focherello e messi i tuberi sotto la cenere i due amici ebbero il loro rustico pranzetto.

Dino e Ciuffetto fecero molta strada nei giorni seguenti, stando lontano dagli abitati, mangiando mele e patate, bevendo ai ruscelli e dormendo nei fienili.

Ma non poteva durare questa semplice dura vita vagabonda, il bambino cominciava a soffrirne, così, mentre si riposavano ai margini di un bosco, il maialino grugnì deciso “ Squitt, squitt, fermati qui, ho un’idea !”

Veloce si allontanò tra gli alberi, annusando rumorosamente, scavando buchette qua e là, tornando alla fine con in bocca alcuni sassi nerastri che emanavano un odore pungente ed acuto.

“ Uhm, ma queste patate puzzano, sono marce, Ciuffetto !”

“ Sgrunf, sgrunf, padroncino sei un somaro a due gambe ! Questi sono pregiatissimi tartufi, li venderai al mercato e farai molti soldi, squitt, squitt !”

Infatti quando si recarono in città, con quelle curiose patate puzzolenti stranamente il piccolo Dino guadagnò delle belle monete d’oro, e così mangiarono come dei re, poi si comprò un vestito e delle scarpe nuove per lui , una spazzola di madreperla e un guinzaglietto rosso di cuoio per il fedele amico .

Il bambino imparò velocemente molte cose in quei giorni : a controllare la sua paura, a lavorare per guadagnarsi da vivere, ad essere generoso, ma a riconoscere il valore dei soldi.

Era diventato adulto in fretta, però gli mancava qualcosa a cui non sapeva dare il nome.

Un giorno mentre passava per una via che conduceva al mercato, vide dietro uno steccato di una villetta un gruppo di tre bambini che giocavano felici, si fermò a guardarli ammirato e incuriosito.

Dalla porta di casa uscì un giovane mamma, magrolina e con un buffo caschetto di capelli rossi, gli sorrise gentilmente e gli chiese “Vuoi entrare, ho appena preparato un bella torta al cioccolato per i miei bambini, vuoi favorire ?”

Dino si girò ad interrogare con lo sguardo il suo maialino, ma la mamma capì e aggiunse che aveva anche delle belle pannocchie di granoturco per il suo amico.

Così i due entrarono in quel giardino per la merenda che veniva loro offerta, ma tutti furono così amorevoli e gentili che si fermarono per la notte, poi anche la seguente, poi diventarono come dei figli e Dino trovò nuovi amici, anzi veri fratelli con cui giocare, litigare, ma soprattutto imparare insieme le cose semplici e giuste della vita.

Anche il riccioluto maialino fu ben accettato in famiglia, a parte qualche conflitto di idee con la rossa mammina che si costringeva a sofferenti diete, cosa che faceva grugnire a Ciuffetto “ Sgrunt, sgrunt, cicciottello è sempre bello mia cara, squitt, squitt !”, ma per Natale ebbe in regalo una rosea maialina con cui stare in compagnia ed allevare ben presto una numerosa e turbolente figliolanza.

Passato qualche tempo il buon Dino rimandò ai genitori le monete d’oro che aveva ricevuto, scrivendo in un biglietto che aveva alla fine scoperto due tesori : l’amore di una mamma e l’amicizia che bambini e animali ti possono dare.