CHIUSO PER FERIE ?


Questa mattina, preoccupato per il suo lungo silenzio, non ho saputo trattenermi dal chiedere maliziosamente a nonno Talpone “ Sei ancora chiuso per ferie ? “

“ Grumpf ! – ha subito borbottato lui, stizzoso come un vecchio Paperone – ferie ?

Accidenti sono ancora stravolto dalla fatica, altro che vacanze !

E poi tutti questi viaggi : Milano – Terni, Terni – Roseto degli Abruzzi, di nuovo andata e ritorno da quei luoghi,  poi Terni – Milano e ora Milano – Brighton.

Mi sembra di essermi trasformato in un pacco postale che viene spedito e rimandato da ogni parte della Terra !

Grumf ! Anche se sono un tipo avventuroso, da giovane giravo l’Europa con l’autostop, non so se te l’ho già raccontato, ora mi sembra di esagerare con questi viaggi, dopotutto ho una certa età !”

“ Suvvia sei ancora nel fiore degli anni  – ho cercato di  ammansirlo con una certa piaggeria– sei pieno di forze come Hulk, l’altra sera in corso Garibaldi a Milano facevi da cavallo da guerra per il piccolo Polipetto, nitrendo e galoppando tra la folla dei giovani che uscivano da teatro !”

“ Proprio così – ammette lui orgoglioso – nel singolar  tenzone che avemmo contro il fratello maggiore, a cavalcioni del padre promettente avvocato, ottenemmo svariati successi nelle nostre cariche !”

Nonno Talpone si ferma un attimo e precisa  –  Anche perché il cavallo avversario era sempre in conversazione sul suo cellulare, sempre al lavoro quello, anche alle dieci di sera “

Sorride tra sé perso nel ricordo dell’episodio, poi aggiunge –  Quando a fine serata  ho salutato i nipotini, ormai allacciati ai seggiolini nel grande SUV di papà, dato che  l’indomani io partivo per Londra e loro per la montagna dagli altri nonni, il Polipetto mi ha dato un grosso bacino, dichiarando intenerito e riconoscente “ Grazie cavallo !”

DIECI LIBRI IN SEI GIORNI


La permanenza nella campagna umbra, per improrogabili lavori campestri di manutenzione, dovrà continuare oltre il termine previsto a seguito di imprevedibili complicazioni logistico-organizzative, pur nel rispetto generico del programma a suo tempo previsto dal project planning.

Questo è il burocratico bollettino che nonno Talpone ha affisso alla sua bacheca e che, con opportune varianti, cerca di ammannire a chi chiede notizie del suo silenzio.

Personalmente l’ho visto quasi sempre incollato al suo specchietto rosso ciliegia, quel diabolico aggeggio elettronico di lettura che lui certe volte tende  a nascondere tra libri cartacei, come faceva da ragazzo, quando per le ispezioni paterne nella sua stanza lui usava inserire romanzi russi della BUR tra i volumi di Topografia o di Scienze delle Costruzioni.

Bisogna anche ammettere che il caldo è veramente feroce, in questo momento all’esterno, pur tra le colline boscose e a 500 mt di altitudine,  la temperatura è di 36 gradi all’ombra, mentre dentro casa, con i muri spessi un metro, si aggira sui 23-24 gradi.

I fattori del caldo estivo e del giochino che gli fa divorare due libri al giorno hanno influito sulla tabella di marcia dei lavori talponeschi.

Sono iniziati beninteso, l’arrivo della moglie si è fatto sentire, ma l’afa, la natura in fiore, gli alberi piegati dal peso di ciliegie, albicocche e nespole hanno rallentato anche il ritmo della prussiana.

Stranamente il piatto di Paella di nonno Talpone questa volta ha avuto la sua approvazione, così mi permetto di dare qualche indicazione per eventuali curiosi.

Paella rapida alla Manuel

In una padella larga e pesante versare 4 o 5 cucchiai di buon olio, farvi soffriggere mezza cipolla e uno spicchio di aglio finemente spezzettati.

Inserire il contenuto della paella preparata ( personalmente la migliore è quella della Despar), mezzo bicchiere d’acqua ( di brodo è meglio ) e far scaldare a fuoco vivo per 4 minuti, mescolando con cucchiaio di legno e spargendo a piacere del peperoncino macinato fine, della paprika dolce e del pepe.

A questo punto versato due o tre etti di gamberetti sgusciati congelati, mescolare e versare mezzo bicchiere di vino bianco secco.

Dopo un paio di minuti in cui il preparato prende sapore, iniziare a mescolare regolarmente fino al giusto grado di assorbimento del liquido.

La cottura totale da quando versate la busta del preparato si aggira sui 10 minuti.

Le buste di 650-700 gr sono sufficienti per due persone, quando si è soli la mezza porzione è buonissima anche il giorno seguente, riscaldata al microonde, immettendo un cucchiaio d’acqua e versando un poco d’olio extravergine sul preparato caldo.

In segreto vi confesserò che i golosi come nonno Talpone, quando sono soli e senza controllo, se la sbafano tutta intera con mezza bottiglia di bianco secco, tenuto al fresco.

UNA BOTTA DI VITA


In questi giorni bisogna ammettere che nonno Talpone è rimasto spesso melanconico, accidioso e vagamente depresso.

Anche se quando gli è stato possibile ha giocato con i nipotini ai pirati dell’isola della Tortuga, a guerre cruente di cavalieri medioevali Paymobil contro poliziotti in divisa blu muniti di sfollagente e caschi protettivi, insegnando loro il virile cimento della gara a braccio di ferro, in cui chi mangia a cena cucchiaiate di minestrone e bocconi di pesce bollito riesce a battere ogni volta nonno Hulk.

La sua Istrice ha continuato a ritmo sostenuto i suoi impegni giornalieri a lezioni, esami e partecipazione a congressi e convegni.

Lui ha pagato la tassa IMU, constatando che gli importi della vecchia ICI sono quasi raddoppiati.

Ha avuto notizie di malattie che hanno colpito altri amici e conoscenti.

Così ieri nonno Talpone ha deciso che la vita è breve, si è recato in un’agenzia viaggi, ha esaminato i cataloghi, ha guardato attentamente i vari manifesti pubblicitari, poi con aria decisa si è recato al bancone ed ha chiesto per sé un biglietto.

Di seconda classe per l’intercity Milano – Orte.

Andrà in campagna dalle sue gatte.

Non solo, oltre a questa scelta, veramente avventurosa, si è detto che è ora di darsi una botta di vita.

Così in un emporio di elettronica si è fatto convincere ad acquistare un e-Book Reader di colore rosso fuoco, passando poi da un’amica per riempirlo di 196 titoli.

Tornato a casa è stato guardato in maniera gelida e disgustata dai suoi volumi allineati in duplice fila sulle pareti di ogni stanza, gabinetto escluso.

Si è sentito un traditore, un voltagabbana, un peccatore svergognato e non è bastato l’acquisto successivo di quattro libri d’occasione nella bancarella sotto casa per tacitare la sua coscienza.

Però stamani, pur con il suo portatile, cinque cellulari, scorta di tarallucci alla cipolla e il termos di tè, il suo zaino da viaggio risulta notevolmente più leggero e lui si sente pronto per il suo viaggio avventuroso.

MANUEL & ZAIRA


La decisione di nonna Istrice era ormai presa: dopo mesi di riluttanti indecisioni e scelte sbagliate nell’acquisto presso i grandi empori Fai Da Te, una visita risolutiva presso la mitica Ferramenta Meazza del Carrobbio aveva portato al possesso del giusto porta tende in metallo bianco, con monorotaia scorrevole, da fissare lassù, sul soffitto della camera matrimoniale.

Inutili le scuse, i rinvii, le rimostranze di nonno Talpone, di natura pigra, anzi letargica a detta dei malevoli, sull’altezza del soffitto, ben tre metri e cinquanta, sulle difficoltà di trapanare in precario equilibrio i vari tasselli che dovevano fissare quel tecnologico binario metallico.

Così tre giorni fa, dopo una serie di controlli tra le attrezzature di casa e di cantina, per cercare martelli di varia misura, trapani, punte, cacciaviti, stopper, matite, righelli e metri fissi e a nastro riavvolgibile, lui ha tratto fuori la fedele scala di legno di casa, quella acquistata più di 60 anni fa dal padre buonanima, quella ancora pesante ed appariscente, nonostante i suoi ondeggiamenti e scricchiolii quando viene usata.

Nonno Talpone si è quindi coraggiosamente inalberato in alto, con il porta tende in una mano, due metri nell’altra e la matita tra i denti, mentre la moglie, aggrappata alla base della scala, cercava di mantenere un ondeggiamento controllato.

“ Sposta la riga più in là … no, più vicina alla finestra … noo, ancora a sinistra, ancora un pochino … no, meglio a destra …”

I suggerimenti, anzi gli ordini che provenivano dal basso sembravano quelli che un capitano di un veliero usava rivolgere al suo mozzo, aggrappato al pappafico per legare una cima.

Poi è seguito il segnalamento con la matita dei fori previsti, che per quanto ben marcati poi diventano improvvisamente invisibili, il primo foro di prova, l’avvitamento parziale di un supporto a destra, appoggiando la rotaia sulla sommità dell’anta destra della finestra, discesa rapida del mozzo, spostamento della scala, crollo del cursore metallico sulla sua testa, moccoli da marinaio imbestialito, risate scroscianti di sua moglie “ Caro, ma sbatti sempre la testa …ih iihh .. che buffo che sei !”

Risalita sul pennone, riprese misure, trapanamenti, martellature, avvitamenti, un gran tramestio, ma mezz’ora dopo nonno Talpone era lassù in alto, sfiorando il soffitto con il suo cranio ammaccato, a gridare vittoria, l’opera era felicemente compiuta .

E lui, mentre ondeggiava lassù in precario equilibrio, si sentiva come l’acrobata del circo, quello  aggrappato in alto, al trespolo del trapezio, dopo la spericolata manovra acrobatica, mentre vicino a lui è assisa la sua assistente Zaira.

Eccoli, la famosa coppia di acrobati gitani, Manuel e Zaira, le stelle volanti, il pubblico applaude, anche se in verità è solo lui , nonno Talpone che grida ad alta voce nella stanza, garrulo ed entusiasta.

“ Scendi giù, che lascio la scala, mi fanno male le mani – geme irritata una vocetta dal basso.

Lui si cala con padronale sicurezza, cacciaviti in mano, tre viti in bocca e la matita all’orecchio.

Rimirano insieme soddisfatti la messa in opera del famigerato porta tende, poi l’agile, conturbante Zaira risale con un capo della tenda, mentre Manuel blocca con i piedi e una mano la base della scala, sostenendo con un braccio il tessuto umido di bucato e porgendo i vari gancetti di fissaggio.

Si fissa anche la seconda tenda, si tolgono scala e attrezzi, si stava pulendo il pavimento quando squilla il cellulare.

E’ il figlio promettente avvocato, avvisa che tra poco passerà a ritirare la damigianetta dell’olio umbro, visto che il padre non l’ha ancora portata.

Ma nonno Talpone non è in vena polemica e riferisce concitato “ Sai abbiamo montato la tenda, sì, quella che dovevo mettere un anno fa, eravamo lassù in alto come trapezisti, sì, Manuel e Zaira gli acrobati gitani!”

“ Papaa … papaa … ma che, hai già bevuto stamattina ? Papaa … prepara l’olio e non farmi aspettare. – chiude deciso il figlio primogenito, i grandi avvocati sono gente seria e sbrigativa, non hanno mai tempo da perdere come i pensionati.

Pomeriggio da sogno, pennichella con un libro, cinema d’essai verso sera con la triste storia di Polanski, poi cenetta a casa, con un minestrone casareccio ( Ogni milanes l’è cuntent col su minestrun – cantava il povero Giovanni D’Anzi ).

Ma lì il diavolo vi ha messo la coda.

“ Cosa c’è di formaggio ? – chiede lei.

“ Il pecorino umbro, del parmigiano e le solite croste di pecorino romano – risponde lui incauto.

“ E’ inutile che mi fai notare che c’è il pecorino romano, sei una noia, mi servono per la pizza salata di Pasqua, lo sai, ma me lo fai notare ogni volta, ti ripeti sempre, non ti sopporto più !”

“ E io non sopporto quel puzzolente pecorino romano, vuoi mettere il Parmigiano Reggiano ? Pfui !”

Così hanno litigato, così lui è immusonito, così ha deciso che Manuel romperà il sodalizio con Zaira.

Domenica horribils.

Lunedì di freddo e pioggia.

Ma verso sera, mentre camminavano affiancati per andare a consegnare i documenti al commercialista, l’intrigante mano sinistra di nonno Talpone ha sfiorato e poi afferrato la manina dell’Istrice Prussiana, lei ha resistito un attimo, poi si è aperta, morbida e tenera, per ricambiare la stretta, quella vitale per due vecchi acrobati gitani, Manuel & Zaira, Talpone & Istrice, che importa, fin che vita ci trattiene.

DINO E CIUFFETTO ( fine )


Così, passata la mezzanotte, i due malvagi indossarono dei vecchi lenzuoli, ne fecero dei buchi per gli occhi, presero un grosso bastone, una lunga catena di ferro e con due piccole lanterne si recarono silenziosi alla casupola solitaria per sorprendere i due dormienti.

Spalancarono silenziosi la porta e subito iniziarono a battere il bastone contro i muri, a scuotere la catena, ululando e emettendo grida e gemiti agghiaccianti, che terrorizzarono i due malcapitati.

“ Siamo fantasmi dannati!- urlò l’oste con voce roca – dacci tutto l’oro che possiedi o ti trascineremo nell’inferno !”

“ Ma quella era l’ultima moneta che avevo – gemette Dino battendo i denti dalla paura – do… domani qua… quando l’oste mi darà il resto vi darò tutto, giuro, non ho più niente !”

I due figuri frugarono rabbiosamente tra i vestiti e nel suo fagotto, ma non trovarono un soldo.

Infuriati gridarono “ Allora ci prenderemo questo maialino e lo faremo arrosto !”

Il povero Dino era quasi morto dalla paura, anzi, con rispetto parlando, se l’era fatta sotto, ma quando il grosso fantasma afferrò il tornito cosciotto del suo amico di sventura, qualcosa esplose in lui come una bomba, gli si buttò contro lanciando calci furiosi, mentre Ciuffetto si rigirò morsicando scatenato l’altro preteso fantasma.

Con urla di dolore le due bianche figure scapparono fuori nella notte, lasciando vincitori sul campo i due amici.

“ Squitt, squitt, sei stato molto coraggioso Dino, sei un vero eroe – grufolò Ciuffetto dando una leccatina amorosa al suo salvatore – ma per prudenza è meglio nascondersi in qualche lontano pagliaio”.

Pertanto si allontanarono da quel posto ostile e quando il mattino seguente si svegliarono nel loro nuovo rifugio il piccolo Dino disse “ Ahimè, ora siamo senza soldi e senza cibo, come faremo ?”

Ma il porcellino rispose “ Squitt, squitt, ci penso io “

Corse nel campo vicino, annusò in giro, scavò e tornò con alcune grosse patate.

Così, acceso un focherello e messi i tuberi sotto la cenere i due amici ebbero il loro rustico pranzetto.

Dino e Ciuffetto fecero molta strada nei giorni seguenti, stando lontano dagli abitati, mangiando mele e patate, bevendo ai ruscelli e dormendo nei fienili.

Ma non poteva durare questa semplice dura vita vagabonda, il bambino cominciava a soffrirne, così, mentre si riposavano ai margini di un bosco, il maialino grugnì deciso “ Squitt, squitt, fermati qui, ho un’idea !”

Veloce si allontanò tra gli alberi, annusando rumorosamente, scavando buchette qua e là, tornando alla fine con in bocca alcuni sassi nerastri che emanavano un odore pungente ed acuto.

“ Uhm, ma queste patate puzzano, sono marce, Ciuffetto !”

“ Sgrunf, sgrunf, padroncino sei un somaro a due gambe ! Questi sono pregiatissimi tartufi, li venderai al mercato e farai molti soldi, squitt, squitt !”

Infatti quando si recarono in città, con quelle curiose patate puzzolenti stranamente il piccolo Dino guadagnò delle belle monete d’oro, e così mangiarono come dei re, poi si comprò un vestito e delle scarpe nuove per lui , una spazzola di madreperla e un guinzaglietto rosso di cuoio per il fedele amico .

Il bambino imparò velocemente molte cose in quei giorni : a controllare la sua paura, a lavorare per guadagnarsi da vivere, ad essere generoso, ma a riconoscere il valore dei soldi.

Era diventato adulto in fretta, però gli mancava qualcosa a cui non sapeva dare il nome.

Un giorno mentre passava per una via che conduceva al mercato, vide dietro uno steccato di una villetta un gruppo di tre bambini che giocavano felici, si fermò a guardarli ammirato e incuriosito.

Dalla porta di casa uscì un giovane mamma, magrolina e con un buffo caschetto di capelli rossi, gli sorrise gentilmente e gli chiese “Vuoi entrare, ho appena preparato un bella torta al cioccolato per i miei bambini, vuoi favorire ?”

Dino si girò ad interrogare con lo sguardo il suo maialino, ma la mamma capì e aggiunse che aveva anche delle belle pannocchie di granoturco per il suo amico.

Così i due entrarono in quel giardino per la merenda che veniva loro offerta, ma tutti furono così amorevoli e gentili che si fermarono per la notte, poi anche la seguente, poi diventarono come dei figli e Dino trovò nuovi amici, anzi veri fratelli con cui giocare, litigare, ma soprattutto imparare insieme le cose semplici e giuste della vita.

Anche il riccioluto maialino fu ben accettato in famiglia, a parte qualche conflitto di idee con la rossa mammina che si costringeva a sofferenti diete, cosa che faceva grugnire a Ciuffetto “ Sgrunt, sgrunt, cicciottello è sempre bello mia cara, squitt, squitt !”, ma per Natale ebbe in regalo una rosea maialina con cui stare in compagnia ed allevare ben presto una numerosa e turbolente figliolanza.

Passato qualche tempo il buon Dino rimandò ai genitori le monete d’oro che aveva ricevuto, scrivendo in un biglietto che aveva alla fine scoperto due tesori : l’amore di una mamma e l’amicizia che bambini e animali ti possono dare.

 

 

DINO E CIUFFETTO (1° parte )


Un piovoso pomeriggio di primavera due bambini di quel polveroso asilo per piccoli migranti avevano trovato rifugio in un sottoscala solitario, dove il biondo Pamock iniziò a raccontare al suo grande amico Hanid la storia di Dino e Ciuffetto.

“ Tutti noi conosciamo la fiaba di Giovannino Senza Paura, quel bambino che lasciò la sua casa per conoscere il mondo e provare che lui non temeva niente e nessuno.

Come sai, era capitato una notte in un castello, dove un fantasma gigantesco spaventava a morte ogni malcapitato che vi trovava rifugio, aveva superato ogni prova con sicura arroganza, sciogliendo così l’incantesimo che dominava in quelle mura, diventandone il proprietario e guadagnando tre casse d’oro che vi erano nascoste.

Sembra che da allora, donato un paio di forzieri ai poveri e ai religiosi, vi sia rimasto tutta la vita, agiato e ozioso, senza dover dare altre prove di coraggio.

Insomma una bella storia di un’ incosciente avventuroso, presto appagato e tranquillo.

Bisogna anche ammettere che non si dimenticò della sua famiglia d’origine, perché mandò a casa un sacchetto di monete d’oro per i genitori e i fratelli.

In quel lontano paese i genitori ne furono ben felici, con alcune monete allargarono e misero a posto la loro casupola, acquistarono anche una mucca e una coppia di maiali.

Presto ebbero una numerosa nidiata di porcellini, tutti rosei e paffutelli, tra questi ve ne era uno con uno strano ciuffetto di peli sopra gli occhi, che faceva il paio con il suo codino riccioluto.

Venne subito chiamato Ciuffetto e si distingueva dai fratellini per  una curiosità e un’ intelligenza non comuni.

I genitori di Giovannino Senza Paura, se si erano disperati quando a suo tempo quel figlio era scappato da casa, ora erano  ben felici del denaro ricevuto e pensarono bene di mandare all’avventura anche il loro secondo figlio, Dino.

Veramente bisogna dire che, con assai poca fantasia alla nascita l’avevano chiamato Secondo, essendo assai piccolo l’avevano soprannominato Secondino, per sua fortuna ridotto con il tempo ad un più pronunciabile Dino.

Con gli anni era cresciuto roseo, paffutello, con dei fitti capelli in testa, irti come un istrice, era grassoccio, anche se non vi era molto da mangiare in casa, sembrava che si nutrisse d’aria, aveva la disarmante semplicità dei fiori di campagna e purtroppo, al contrario dell’ardito e incosciente fratello maggiore, era un gran fifone.

Ma lui non se ne curava troppo, viveva felice con le sue piccole cose, amava la natura e gli animali, Ciuffetto era il suo preferito e insieme girellavano nei prati vicini, per farsi un bel riposino sotto qualche albero ombroso.

Non era di grande utilità alla fattoria, pensarono i suoi genitori, era ora quindi che cercasse fortuna anche lui, magari guadagnando castelli e casse d’oro, possibilmente per consegnarli tutti in casa.

In tutta fretta pertanto gli diedero un fagottino con del cibo, il bastone da viaggio, una mantella, due monete d’oro in tasca e lo misero subito sulla strada, con tanti saluti e auguri di buona fortuna.

Il povero Dino, al primo angolo del sentiero, si sedette a piangere sconsolato e intimorito, ma uno zampettare veloce tra l’erba gli mostrò l’arrivo del suo compagno di giochi, sì proprio il riccioluto Ciuffetto, che aveva voluto seguirlo nel suo viaggio.

Lo abbracciò felice e, ripreso coraggio, si incamminò con il suo fedele amico lungo la strada sconosciuta.

Cammina, cammina, a mezzogiorno arrivarono  vicino ad un gruppo di case, trovarono un posto all’ombra per fare colazione, ma, mentre mangiavano, si avvicinò un mendicante con le stampelle per chiedere la carità.

Dino impietosito non solo divise il cibo con lui, ma estrasse una moneta d’oro e gliela regalò.

Inutilmente il roseo Ciuffetto grugnì “ Sgrunf, sgrunf, padroncino, è troppo, rimarremo senza denari ! Squitt, squitt !”

Ma se il vecchio mendicante era ancora lì, abbacinato e stupito a farfugliare ringraziamenti, Dino affermò deciso “ Non squittire troppo amico mio, ne ha bisogno, poverino !”

Lasciarono quelle case tra le benedizioni del vecchietto e i due compagni di viaggio ripresero il cammino che li portò verso sera ad un altro villaggio più grande; lì entrarono in un’osteria e Dino chiese al padrone da mangiare e un letto per dormire, mostrando la sua moneta d’oro.

L’oste l’afferrò avidamente e fornì in tutta fretta un’ottima cena, compresa una grande ciotola ricolma di carote, rape e mele per Ciuffetto, che aveva iniziato a squittire segnali di prudenza verso il suo padroncino.

L’ostessa però, quando vide la moneta, ebbe un’idea e fece accomodare i due ospiti non nelle camere della locanda, ma in una casupola poco lontana, spiegando che lo faceva per il loro bene, voleva che dormissero in tutta tranquillità, con il miglior trattamento possibile.

L’oro aveva suscitato ammirazione, ma ancor più una frenetica avidità nella coppia, che si dissero “ Questo bambino è un babbeo, è ricco, bisogna spennarlo per bene, prima che ci pensi qualcun altro prima di noi, come dice il proverbio, l’occasione fa l’uomo ricco !”

RITORNO IN ITAGLIA


E’ stata senz’altro un’esperienza anomala, difficile da interpretare, questo rapido viaggio a Parigi di nonno Talpone e sua moglie.

Erano abitati a periodi, anche lunghi, passati in Umbria o in Inghilterra, ove risiedono i parenti, alle vacanze con i nipotini al mare.

Qualche anniversario di matrimonio in capitali estere con viaggi organizzati, ma questo breve assaggio di uscita in libertà l’ha prima impaurito come al solito, poi l’ha stupito e reso perplesso.

La Parigi dai grandi spazi, dal senso gioioso e moderno di godere la vita l’ha riportato indietro di 50 anni, all’epoca della sua prima fuga solitaria da Milano, dalla routine di un lavoro sicuro, dal senso di benessere borghese che gli era stato imposto.

Ancora 30 anni fa vi era ritornato in treno con la giovane famiglia, lo sbarco alla gare de Lyon, le lunghe frenetiche camminate tra giardini e musei, trasportando spesso il figlio più piccolo sulle spalle, ove si addormentava, ignaro di quei boulevard meravigliosi e senza fine.

Ora nonno Talpone si è stupito della lunghezza di quei percorsi, dell’energia che disponeva nel visitare e ammirare tutto il possibile.

Ora, sotto la pioggia continua di questa strana vacanza, risente della fatica, dei dolori alla schiena e al ginocchio, irritato per la sua fragilità e gli rode la nostalgia dei nipotini lontani.

Poi, passati un paio di giorni, l’ha rianimato la scoperta della gioia di vivere dei parigini, il piacere dei bistrò ove bere, mangiare, leggere senza problemi e con poca spesa, gli incontri multiculturali possibili, la gentilezza, la pulizia, l’ordine e la funzionalità.

Come vorrebbe avere la forza di accompagnare lo Scoiattolino e il Polipetto alla scoperta di questo mondo.

Poi è venuto il momento della partenza e all’uscita dell’aeroporto della Malpensa, mentre attraversava tranquillamente le strisce pedonali, nonno Talpone  stava per essere investito da un autobus pubblico, l’autista guidava veloce salutando un collega e guardando dall’altra parte.

Si era tornati in Itaglia.

HANID E UN SENSO DELLA VITA


Nonno Talpone sta per  andare all’aereoporto, ma vuole lasciare questa piccola fiaba per i suoi lettori, ringraziandoli per il loro affetto.

 

Un giorno, quando nell’intervallo pomeridiano i bambini potevano giocare nel cortile, Pamock e Hanid si ritrovarono nel loro angolo nascosto per parlare e raccontare le loro storie.

Il bruno Hanid era ancora vergognoso di aver mostrato paura dei fantasmi e volle raccontare lui stesso una strana avventura che aveva sentito ripetere nel suo lontano villaggio al di là del mare.

“ C’era una volta un valoroso soldato, Mohamed al Backar, giovane forte e coraggioso, che per i suoi meriti aveva ricevuto un’alta carica a palazzo ed era benvoluto dal Califfo del paese.

Ma la sua improvvisa fortuna l’aveva reso orgoglioso e arrogante, cominciò a disprezzare ogni persona o animale che gli pareva non avere senso o utilità, come i pazzi, i tafani o quei ragni che insieme alla polvere insudiciano le stanze degli uomini.

La sua superbia gli causò molti nemici, il Gran Ciambellano per rovinarlo rubò il piccolo forziere contenente le più pregiate collane, pietre ed anelli del Califfo, lo nascose nella fessura di una roccia fuori dalle mura e lasciò alcuni preziosi di minor valore nella camera di Mohamed.

Il furto creò uno scandalo inaudito a corte, si fecero ricerche in ogni stanza del palazzo e, quando le guardie scoprirono i gioielli tra i vestiti del capitano, subito lo arrestarono.

Mentre lo stavano trascinando dal Sultano per la giusta punizione, passando vicino al banco del macellaio del palazzo furono improvvisamente assaliti da un nugolo di tafani inferociti.

Subito si agitarono come forsennati, divincolandosi e scappando, mentre Mohammed ne approfittava per divincolarsi e fuggire via.

Uscito fortunosamente dalla città, corse nella campagna deserta e, arrivato in una cava di pietre, scovò un piccolo cunicolo in cui entrare per cercare rifugio.

Vi si trovavano due ragni che, forse per pietà del fuggiasco, o per riparare le loro tele strappate, ritesserono le loro fitte tele.

Quando i soldati all’inseguimento del prigioniero passarono lì vicino, videro l’apertura, ma le tele di ragno li convinsero a cercare altrove.

Dopo un giorno e una notte passate nel suo piccolo rifugio, Mohammed ringraziò mentalmente i ragni e i tafani per l’aiuto prestato e fuggì lontano.

Mentre passava per luoghi deserti fu però sorpreso da un gruppo di banditi che trasportavano delle persone catturate per essere vendute come schiavi.

Lui si finse subito pazzo, aveva i vestiti laceri, la barba e i capelli irsuti e sporchi, quando si mise a sbavare, a lanciare grida gutturali e strillare come una scimmia della foresta i predoni schifati lo cacciarono via a colpi di pietre.

Mohammed ringraziò mentalmente la presenza al mondo dei folli, ritornò nelle campagne, si lavò ad un ruscello, si alleggerì degli abiti portati e quando vide un capraio con il suo gregge gli chiese umilmente del cibo.

Il brav’uomo lo sfamò, poi impietosito lo tenne con sé per aiutarlo a curare le sue bestie, cosa che il fuggiasco si adattò a svolgere con grande attenzione.

Dopo qualche mese il capraio acquistò altro bestiame e ne affidò una parte al suo aiutante, che si spostò nelle vicinanze, cercando sempre luoghi isolati e solitari.

Il lavoro non era faticoso, ma Mohamed mancava di esperienza e nel branco vi era  un caprone bellicoso e malvagio, che non mancava mai di cercare di colpirlo appena lui si distraeva.

Un giorno, spazientito, il giovane guardiano pensò di dargli una lezione esemplare.

Si accampò vicino ad un gruppo di rocce, ne scelse una abbastanza grande e finse di volersi accucciare voltando la schiena al gregge.

Il caprone subito lo puntò e gli corse addosso velocissimo a capo abbassato per incornarlo.

Ma quando era ormai vicinissimo Mohammed scartò di lato e il caprone diede una gran testata conto la roccia, cadendo indietro tramortito.

Si era udito un gran schianto con caduta di pietre, timoroso che la bestia si fosse spaccata la testa, lui andò a vedere da vicino.

Il caprone era indolenzito ma vivo, si era rivelata invece un’apertura nella roccia ove si intravedeva uno scrigno dorato, quello rubato al Califfo.

Allora Mohammed radunò il gregge e ritornò dal suo amico capraio, raccontò l’accaduto e insieme avvisarono gli altri pastori della zona per tendere una trappola quando fosse ritornato il vero ladro.

Per varie notti aspettarono nascosti fino a quando videro una figura avvolta in un mantello che si avvicinava furtivo.

Quando questa si accostò alle pietre e vi inserì una mano, gli furono subito addosso e lo legarono con delle funi, mentre alla luce delle torce si mostrava la faccia atterrita del Ciambellano.

L’indomani mattina un folto corteo di pecorai e caprai con i loro greggi, tenendo ben stretto il colpevole e guidati da un Mohammed trionfante, che recava tra le braccia il tesoro recuperato, si avvicinò alla città, varcò le porte e passò tra due ali di folla stupita ed ammirata, entrò nel palazzo del Sultano per deporre ai suoi piedi il tesoro recuperato e l’infedele suddito.

Grandi feste e nuovi onori per il valoroso Mohammed, che da allora imparò ad essere umile e tollerante, anche i caprai ebbero monete d’oro in dono e la possibilità di entrare come guardie del palazzo.

Questo corpo armato scelto, da lui capitanato, ebbe sulle insegne e sugli scudi le figure di due ragni, di sette tafani  e il volto di un folle.

Da allora nessuno osò più dire che al mondo vi fossero cose inutili, perché ogni cosa può avere un senso, anche se noi ora lo ignoriamo.”

Pamock sorrise felice e batté le mani complimentandosi con Hanid per la sua storia meravigliosa.

PAMOCK E IL FANTASMA FORMAGGINO ( fine )


“Beati loro, hanno la fortuna di essere in tanti a giocare, lottare, rotolarsi per terra e ruzzolare giù dai pendii erbosi – pensava il fantasma Formaggino, invidioso di tanta compagnia e libertà – nessuno li sgrida, nessuno li lava, che meraviglia !”

Poi si accorse che, appartato da tutti gli altri, in un angolo era accucciato un bambino dal viso gonfio e dai grandi occhi tristi, il gruppo lo evitava con evidente fastidio, perché quando lui cercava di muoversi i suoi movimenti erano scomposti e puerili, le sue parole smozzicate e gutturali.

Il fantasma Formaggino lo studiò a lungo incuriosito, poi si mosse dall’altra parte del cespuglio per vedere dove fosse finita la palla che un bambino con un gran calcio aveva mandato lontano.

Ad un tratto si sentì toccare e una voce stridula gli chiese:

“ Bambino buffo, chi sei ?”

Formaggino fece uno scarto improvviso, spaventato a morte, poi si accorse che era solo il ragazzino dal viso gonfio, che lo scrutava interessato con i suoi grandi occhi opachi e tristi.

“ So … sono un fantasma bambino, ma tu, tu non hai paura di me ?”

“ Perché bambino buffo ? No, ma tu puzzi proprio, lo sai ?”

“ Uffa … certo che lo so, me lo dicono sempre e per prendermi in giro mi chiamano fantasma Formaggino “

“ Bambino buffo, io mi chiamo Sandro, vuoi giocare con me ?”

Il piccolo fantasma si riprese dalla vergogna di essere proprio lui quello che si era spaventato, smise di arrossire e fu ben felice di aver finalmente trovato compagnia.

Si misero subito a giocare a nascondino tra i cespugli, a lanciare sassolini nello stagno, a raccogliere le foglie cadute, ridendo e scherzando felici.

Si misero anche  a correre tra le pozzanghere, rifacendosi il verso, con gridolini scomposti e gutturali.

Dopo alcune ore piccolo Sandro venne chiamato dalla sua mamma e dovette ritornare a casa, ma prima si scambiarono la promessa di rivedersi l’indomani.

Il fantasma Formaggino fu di parola e, invece di riposare nelle segrete del castello, di primo mattino fuggì fuori per incontrare il suo nuovo amico.

Nuovi giochi e scherzi, gridolini e risate gioiose, il piccolo Sandro aveva anche lui trovato finalmente un amico comprensivo e tollerante.

Non solo, da quel giorno nessun altro bambino del paese osò più schernirlo per le sue debolezze, altrimenti lui avrebbe chiamato subito il suo piccolo amico fantasma che li avrebbe spaventati a dovere.

Fece di più il saggio Sandro, portò fuori da casa un grosso pezzo di sapone da bucato, spiegò all’amico che non era un dolce da mangiare, ma serviva a pulirsi per bene, in modo che la povera mamma fantasma poté lavarlo a fondo, sempre che le riuscisse di afferrarlo in tempo per il bucato domenicale.

Gli rimase il soprannome di fantasma Formaggino, anche se l’odore del suo lenzuolo bianco grigiastro era molto migliorato, diciamo da Gongorzola ammuffito a Pecorino saporito.

Ma che importava l’odore e il colore del lenzuolino del suo compagno Formaggino, un vero amico è un grande amico e basta.”

“ Caro Pamock, questo fantasma non mi ha fatto per niente paura – asserì convinto Hanid – anzi mi ha fatto venire l’acquolina in bocca, come vorrei avere tra le mani un pezzo di formaggio Ackawi o Naboulsi, ma come posso trovare coraggio se incontro uno spettro vero, grande e cattivo ?”

PAMOCK E IL FANTASMA FORMAGGINO (1)


“ Come vorrei avere una scatola magica piena di caramelle – si lamentò Hanid con voce sognante – quando riusciremo a fuggire via da questo asilo andremo all’avventura, a cercare tesori e scatole magiche, vero amico mio ?”

“ La magia può essere più vicina di quello che pensi, lo diceva sempre mio nonno – rispose Pamock – ma ora è tardi, si fa buio “

“ Io non ho paura di niente – affermò deciso Hanid – anche se i fantasmi …”

“ Anche quelli possono essere amici – concluse Pamock – domani ti racconterò la storia del Fantasma Formaggino “

“ Ah, ah, quello che spalmi sul panino ?”

“ Non scherziamo, i fantasmi meritano rispetto, aspetta e vedrai “

L’indomani, quando i due bambini trovarono un cantuccio riservato, presso un vecchio cancello arrugginito del cortile, Pamock iniziò a raccontare.

“ C’era una volta, vicino ad un paese sulle montagne, un antico castello in rovina, torri mozzate, murature cadenti, grandi varchi e cumuli di pietre dove un tempo si ergeva superbo il palazzo del signorotto del luogo.

Nessuno si ricordava più il suo nome, le sue gesta, la sua discendenza; tra quei muri crollati rimaneva ostinatamente solo una numerosa famigliola di fantasmi.

E’ una vita monotona e noiosa quella dello spettro, deve solo apparire di notte per spaventare gli eventuali intrusi.

Ma al giorno d’oggi nessuno cerca più rifugio tra quelle rovine, ora si va in albergo, in un agriturismo o in campeggio.

Faceva parte di quella strana famiglia un piccolo fantasma, era gioioso e ribelle, sempre impegnato a correre tra le macerie e il bosco vicino, sporcandosi, lacerando la vestina bianca, pronto a scherzi e boccacce con tutti.

All’ora del bagno riusciva sempre a nascondersi in qualche pozzo, buca o anfratto polveroso, dopo inutili urla e richiami della mamma certe volte doveva intervenire il papà inferocito, a trarlo fuori dai suoi nascondigli e portarlo di persona nella tinozza da bucato, piena d’acqua calda e cenere per il lavaggio settimanale.

I fantasmi, si sa, sono emanazioni  di guerrieri defunti terribili e sanguinari o monaci e madame di altri tempi passati, devono per legge spaventare tutti i fifoni che incontrano, far rotolare catene, stridere i denti, ululare e sbeffeggiare i malcapitati che incontrano.

Una volta allontanati gli intrusi, loro ritornano alla loro noiosa quotidianità, girare cigolando di notte, andare a riposare prima del sorgere del sole, svegliarsi all’imbrunire, raccontarsi le solite storie ripetute all’infinito da secoli, farsi il bagno alla domenica mattina, qualche partita  a ramino, rammendi ai lenzuoli, inamidatura di polsiere e colletti.

Quindi, nonostante le apparenze e la credulità comune, rimangono dei soporiferi borghesi tradizionalisti e si può ben capire che l’atteggiamento ribelle del piccolo fantasma aveva suscitato pettegolezzi, richiami all’ordine e qualche rabbuffo.

L’inveterata abitudine di giocare tra vecchie pietre e fango, sporcandosi allegramente, con il tempo aveva prodotto incrostazioni che la povera mamma fantasma non riusciva più a togliere, per quanti sforzi facesse.

Si creava così un odore acuto e maleodorante, specialmente quando il piccolo si nascondeva i certi pozzi antichi, che era fastidioso come quello delle vecchie forme di formaggio andate a male.

Ormai nessuno si ricordava più il suo nome, lo chiamavano tutti “il Fantasma Formaggino”.

Il nostro etereo eroe, per sfuggire alla noia e ai riti domenicali, spesso si alzava di soppiatto di giorno, quando i suoi simili riposavano, e si avventurava lontano dalle rovine del castello, arrivando ad ammirare, nascosto tra i cespugli, i giochi chiassosi e violenti dei ragazzi del paese…