T’ARRICORDI ?


Oggi finirà la nostra piccola quaresima, dopo una settimana di assenza andremo all’asilo e alla scuola dei nipotini per stare insieme con loro, giocando e scherzando per tre sole ore.

Sentirò ancora il Polipetto chiedere “ T’arricordi nonno quando facevi il cavallo e io l’imperatore ?”

Poi messo a carponi lo farò salire in groppa al vecchio ronzino, con una tovaglietta legata al collo come un mantello, mentre lui brandendo uno stecco o un ombrello come una spada, mi spronerà verso la conquista dell’altra stanza.

I “ T’arricordi ?” arriveranno a fiotti, per disegnare insieme castelli e animaletti, per costruire il palazzo di Lego del sindaco Pisapia e dei suoi vigili, per iniziare gare di formula uno con macchinine malconce.

I piccoli non sanno ancora che i nonni vivono di ricordi, anzi questi sono ogni giorno più preponderanti dei fatti reali, verso la fine saranno quasi assoluti, rendendoli più facilmente assimilabili alla loro essenza finale : un ricordo, si spera piacevole.

Forse per questa magia del ricordo nonno Talpone cerca di frequentare le persone che gli fanno rivivere gli amici più cari, quelli di cui non è rimasto che un nome, delle immagini care.

Ieri ha finalmente incontrato in una pasticceria ( luogo perfetto di incontri, vero mammina?) un vispo ragazzino di due anni, che porta il nome di un suo caro amico, che lo ha lasciato tre anni fa.

Un’assurda e puerile speranza di trasmigrazione delle anime, legata alla fatalità di un nome.

Il piccolo biondo e vivacissimo, doverosamente accompagnato dalla sua dolce mamma, ha giocato, scherzato, strillato di gioia in compagnia di un vecchio signore, alto, pelato, dal naso buffo, specialmente quando vi ha appiccicato una rossa pallina da clown.

Talpone cercava di impersonare anche il nonno che il piccolo non ha mai potuto conoscere e in realtà si è divertito immensamente, come fosse un nuovo compagno di giochi.

Spera di rivederlo ancora, mamma permettendo, per poter scherzare come un nonno virtuale, in forza di un ricordo di un nome.

Chissà, in futuro, una volta cresciuto, il ragazzo chiederà “ Mamma, ti ricordi quel signore che veniva a giocare con me ogni tanto, ma chi era ?”

Un nonno, un uomo buffo, un guizzo di ricordi,  come lo stridio gioioso di un gabbiano.

ESTASI E DIGIUNO


Avevo letto su Twitter un’affermazione del professor Veronesi ( 87 anni ) “ Un giorno di digiuno leva il medico di torno”.

Ohibò, sapevo della mela quale cura preventiva di ogni male, con l’immaginario collettivo di una giovane ragazza che addenta con gusto una succosa mela verde, magari con una gocciolina di sugo che scivola da una abbagliante dentatura.

Peccato che con i veleni irrorati copiosamente sulle bucce ormai il magico frutto assomiglia più a quello consegnato a Biancaneve dalla perfida strega.

Avevo cliccato sul codice a fianco della notizia e letto l’articolo della Stampa, che in realtà era la presentazione dell’ennesimo libro del professore.

“ Una scelta etica che aiuta a formare il carattere e protegge la salute”.

Fin qui non vi trovavo niente di invitante, alla mia età , da settantenne, il caratteraccio è già fin troppo radicato e in quanto alla salute sono fatalista e epicureo.

Però alcune frasi mi avevano colpito “ Niente cibo, massimo un caffè, yogurt, spremute di arance … vi siete mai chiesti perché l’ascesi sia legata al digiuno ?  …

il contatto con Dio …”

Questo avveniva giovedì sera dopo un’ottima cena e questa possibilità mi aveva intrigato.

Durante la notte mi ero svegliato con un tremendo languore allo stomaco.

L’impiccione ( lo stomaco intendo ) doveva aver in qualche modo ascoltato quanto stava ruminando il mio cervello, circa le mirabolanti prospettive di provare quanto affermato da un così insigne professore.

Venerdì mattina a colazione ho fatto allibire mia moglie “ Sai, oggi ho deciso di digiunare. Inoltre è venerdì.   Infine è la giornata della donna, auguri!”

“ Grazie caro, ma non capisco, non sei cattolico e non hai mai fatto il digiuno al venerdì; poi cosa c’entrano le donne ?”

“ L’ho letto su Twitter, lo afferma il professor Veronesi – le ho esposto freneticamente – è intelligente, più anziano, dice che fa bene, il fatto che sia venerdì capita a fagiolo e poi in questo giorno mi sento di dover espiare i miei sensi di colpa di maschio “.

Avevo ritenuto marginale dover aggiungere la mia aspirazione ad una trascendente visione mistica.

“ Amore ieri sera avevi mangiato troppo, ti avevo avvisato, dopo la spaghettata, la frittata ai carciofi, le verdure, avevi insistito per assaggiare tutte le qualità di formaggio che avevi acquistato alla tua bancarella di gastronomia al mercato. Non è che non hai digerito e hai avuto i soliti incubi?”

Nonno Talpone aveva rassicurato la sua dolce metà, quella migliore, che stava benissimo, poi si era limitato ad un tè , una mela e un mandarino. Lei aveva gustato il suo caffelatte, la fetta di pane e marmellata di prugne casarecce, finendo con il nuovo pacco di taralli al finocchietto.

Quello che lui aveva incautamente acquistato al banco gastronomia il giorno precedente.

A gola asciutta, la vista di quei taralli a treccine, sbriciolanti in bocca con quel tremulo sgranocchia mento è stato un colpo basso.

“Resistenza, ora e sempre”.

Quel vecchio ritornello sessantottino gli era risalito incongruamente al cervello, come un grido di battaglia nella difesa estrema.

Aveva deciso di tenere un piccolo diario di lotta e forse anche di visioni.

Ore 10  Tutto bene, la moglie è uscita, ho sparecchiato il tavolo.

Ore 11  Mi sento in forma.

Ore 12  Sono tornato da una camminata sotto la pioggia, resisto.

Ore 13  Apparecchiata la tavola, poco dopo ritornata l’Istrice dall’università con le cartelle gonfie degli appunti della sua lezione.

Ore 14  Ho toccato solo una mela, un’arancia, due carciofi in padella che mi guardavano smarriti, in fondo sono quasi un succo vegetale, no?                         Bevuto solo acqua, che saporaccio inodore.

Ore 16  Un tè leggero giapponese. Resisto ma non ho ancora visioni.  In compenso sono dovuto correre tre volte in bagno, deve essere stata l’acqua o i carciofi.

Ore 18  Ormai i miei diverticoli infiammati mi portano ad una prolungata frequenza in bagno, mi fa compagnia il mio bianco Android, vi leggo le notizie del mondo, con lui sento la musica, leggo qualche pagina dei libri che vi ho registrato. Ho ampia scelta dalla Bibbia a Giorgio Baffo, da Lakhous a Kapuscinski. Peccato che il mio smartphone, multifunzione come un coltellino svizzero non sappia preparare un piccolo tè.     Sarebbe un incentivo commerciale incredibile.    Che idea geniale, non sarà un anticipo di quelle ascesi promesse dal professore ?

Ore 20 Ritorna la mia fanciulla, sembra felice, è stata a casa di una sua amica a bere tè, aperitivi e sembra abbia gustato un vassoio di pasticcini alla panna.   Meglio così, a cena mangiamo due mele. Però lei si apre una bottiglia di Barbera piacentino che spumeggia.    Io solo acqua.     Provo una patata bollita con sale.

Ore 22  Assistiamo ad un film su Sky che tratta la burrascosa relazione del pittore  Diego Rivera con la sua terza moglie, la burrascosa artista Frida Kahlo.   Lei mi tiene la mano e io gliela bacio due volte delicatamente. La vedo bellissima e dolce. Amore senile o estasi da digiuno ?

Al risveglio l’indomani rileggo l’articolo e mi colpisce un’affermazione “ Quali idee fulminee, intriganti, appassionate, geniali possono mai arrivare dopo un’abbondante mangiata ?”

Eh no, caro luminare, la stimo e la rispetto ma devo precisare che le mie idee migliori sono giunte in quelle occasioni, accompagnate da ottimo vino. Sarò magari un’eccezione alla sua regola, niente fulmini, niente estasi.   Devo però anche ammettere che un effetto collaterale impensato l’ho avuto: i miei pantaloni, che per la lunga permanenza nell’armadio si erano ristretti, infeltriti direi, stamattina li ho potuti indossare con maggiore facilità.

DOLCETTO O SCHERZETTO ?


Camminando lungo il marciapiede, mentre sorpassavo un banchetto dei fiori ho notato il gestore che spezzava su un tavolino un grosso mazzo di rami di gialle mimose.

Personalmente amo quella gentile piantina che, insieme alla forsitia, con i loro gialli fiorellini annunciano il prossimo arrivo della primavera e mi spiace lo scempio che ne viene fatto per la festa dell’8 marzo.

E’ un simbolo, siamo d’accordo, ma è ugualmente triste che a pagare siano le piante, come la distruzione dei pini per Natale, abbandonati nelle pattumiere un paio di  settimane dopo il loro acquisto.

Mentre mi allontanavo quello spiritello pungente di nonno Talpone ha borbottato ad alta voce “ Ma quali mimose, ci vorrebbero degli spini, anzi dei rami di piracanta dai lunghi aculei !”

“ Ma che dici? – ho risposto allarmato – sei diventato misogino?”

“ Come al solito non hai capito niente, è per la loro difesa, non ti accorgi che è un’ipocrisia consumistica, un regalo a san Valentino, la mimosa per l’8 marzo, ma poi tanta violenza contro le donne, in un anno ne sono state uccise una ogni tre giorni, oltre a tutte quelle picchiate, stuprate, minacciate.     Meglio regalarle uno spillone come quello delle bisnonne, meglio uno stiletto affilato per cautelarle meglio”.

“ Ma sei impazzito? Questo è istigazione all’omicidio !”

“ No caro amico, è consiglio alla difesa.         Vedi anni fa ho visitato una mostra storica sui coltelli popolari.         Erano esposti quelli a serramanico, quelli fissi, da lavoro, da caccia, da difesa personale.         Avevano manici di corno, di legno, di metallo lavorato artisticamente, anche con lame arabescate.           Curiosi alcuni di metà ottocento che le fidanzate regalavano ai loro promessi sposi, su cui era inciso il motto “ Per lavare l’onore “.         Capisci, fornivano l’arma per essere uccise in caso di tradimento.         Perché il regalo non potrebbe essere valido nel caso opposto, quando loro subiscono la violenza ?”

Non mi ha convinto, ma, mentre camminavo pensieroso, più tardi ho dovuto ammettere che se dovessi mai spezzare il cuore della mia amata Istrice, usandole violenza, non meriterei forse la stessa sorte da parte sua, la più debole, l’ offesa?

Ovviamente domani non le regalerò stiletti, spade, pistole.

Opterò per delle rosse praline di cioccolato Lindor e le domanderò invece di “ Mimose o stiletto ?” , pur sapendo di essere fuori tempo massimo, “ Dolcetto o scherzetto ?”

Pretendendo ovviamente un bacio in cambio.

Perché cosa volete, questi anziani sono sempre degli eterni bambinoni.

CONDIVISIONI


Ho avuto una notte agitata e questa mattina mi sono svegliato molto presto, ansimavo e non riuscivo a respirare bene, mi lacrimavano gli occhi, in casa vi era uno strano silenzio, salvo il sommesso respiro di mia moglie.

Alzandomi, vacillando leggermente e tossendo a lungo, finalmente ho capito.

Dopo due settimane di convivenza allegra e rumorosa siamo rimasti soli.

Mio figlio, i due nipotini e la madre,l’uccellino Tuttopiede, il giorno precedente erano tornati a casa loro, dopo ben tre mesi di assenza per i lavori di ristrutturazione del loro appartamento.

Felicissimi loro di non essere più profughi ospitati nelle varie case.

Triste io di sentirmi solo, quasi abbandonato.

Piangevo e tossivo convulso.

Veramente da giorni soffro di una leggera bronchite e una fastidiosa forma di congiuntivite acuta.

Però mi piace pensare che anche il mio corpo voglia mostrare di condividere il mio momentaneo sconforto.

ADDIO, ANZI CIAO


Da sabato scorso sarebbe dovuto avvenire il sospirato allargamento settimanale della famiglia di nonno Talpone, con l’arrivo degli Avvocati e i loro graziosi bambini, profughi raminghi da due mesi per i lavori edilizi della loro casa di Wisteria Lane.

L’influenza virale che sta colpendo un terzo degli Italiani li ha bloccati dagli altri nonni, creandovi un piccolo lazzaretto e lasciandoci sani, ma soli.

Dopo l’ultimo post, in cui salutavo nel ricordo un mio caro amico, mi è capitato di leggere sul Corriere di domenica un articolo di Luca Bottura sull’abuso del ciao funebre, così titolato: “ E’ di moda salutare i defunti con falsa familiarità. Così i media dimostrano la loro inerzia mentale”.

Un vecchio signore permaloso, nonno Talpone intendo, l’aveva preso come un affronto personale, ma un’attenta lettura l’ha convinto poi che quel riferimento alla sciatteria e allo stupidario del gergo comune dei media era abbastanza giustificabile.

Non si possono invece accettare le conclusioni con la proposta semiseria di una moratoria del ciao mortuario, per arrivare all’indicibile verità che “ Il Tizio è morto”.

E’ incontrovertibile la differenza tra morti e vivi, ma il cervello umano ha spesso delle convinzioni personali, impressioni, sentimenti, fantasie, sogni, allucinazioni che contrastano con la realtà oggettiva.

Per questo non credo di essere il solo ad avere con le persone amate che non ci sono più un rapporto difficile da spiegare, talvolta in una dimensione diversa, quasi parallela, in uno stato di reverie, come in un sogno, in cui i ricordi sono così intensi da sovrapporsi al reale quotidiano.

Bisogna anche ammettere che più invecchiamo e maggiore è la vivacità delle immagini del passato, con uno struggimento di considerevole entità.

Domenica è mancata la mamma di un vecchio amico, aveva 96 anni, da circa un mese si era ridotta ad uno stato quasi vegetativo, è trapassata quasi accorgersi, ma questo ha sconvolto ugualmente tutti quelli che l’avevano conosciuta e amata.

Era una donna di enorme dolcezza, che a me dodicenne aveva particolarmente colpito, anche perché da un paio d’anni era morta mia madre.

Quella donna possedeva un carattere positivo e brillante, aveva una passione per il gioco del pocker, mi stupiva che allora uscisse quasi ogni sera per una partitina con le amiche.

Fino a una decina di anni fa trovava ancora la compagnia per giocare, asseriva che avrebbe voluto un mazzo di carte anche nella bara.

Oggi al suo funerale ricordavo questa sua battuta al figlio, lui mi ha sorriso complice, abbassando la voce, tra la folla dei parenti, mi ha detto “ L’ho accontentata sai, le ho messo dentro un mazzo da pocker !”

Un omaggio affettuoso, più pertinente di un mazzo di fiori.

Addio signora Fosca, la sua immagine non svanirà.

Tornando a casa, svagato e pensieroso, ho acquistato una dozzina di bulbi fioriti di Nasturzi gialli per la mia Istrice e due vasi di Elleboro dalle bianche corolle.

Altri ricordi questi, di incredibili ammassi fiori che spuntavano tra le chiazze di neve, in quella gita tra le Prealpi.

Era la prima visita a Milano della mia bella romanina, quarantatre anni fa.

Quella grazia di colori, quella perfezione di forme, quel suo profumo che mi conquista ancora, i fiori sono diversamente uguali, lei ugualmente desiderabile.

Non so, lo chiamano amore.

IL MOSCATO


Il vino Moscato Bianco, dal colore tenuamente paglierino, ha un sapore deliziosamente intenso, dolce, aromatico, con un nome, un’aurea, forse retrò, ma per me inconfondibile, da assaporare a piccoli sorsi golosi, lentamente, concentrati, con la mente aperta ad ogni fantasia e suggestione.

Mi ha fatto molto piacere che ad una mia lettrice, due volte teneramente mamma, questo vino susciti commossi ricordi di suo nonno, ben vivo nella sua memoria, quindi ancora presente tra noi.

Personalmente quel gusto raro, amabile, zuccherino del vino Moscato, le cui gocce mielose sembrano trattenere i ricordi dei momenti felici in cui lo si è gustato, mi fa tornare ai tempi dei miei vent’anni, quando si girovagava per tutta la notte a Milano, lungo i Navigli e soprattutto per Corso Garibaldi, in visita pastorale etilica tra i vari bar e osterie, in compagnia dei tanti amici di allora, incontrandone talvolta di nuovi in ogni locale, discutendo, ridendo, proclamando le proprie brillanti idee, elaborando piani rivoluzionari e arditi, che avrebbero migliorato la nostra società, che sarebbero poi sfumati e irrisi negli anni seguenti.

Vi era in quell’animato corso milanese una piccola enoteca, il bar Moscatelli credo, in cui il bizzarro oste imponeva ai giovani avventori, come un maestro paziente e perseverante, la degustazione di calici del suo prezioso Moscato.

Noi giovani, ingordi nelle parole come nelle bevute, affrettati, ilari ed incoscienti, scoprivamo in tal modo in quello stretto locale, con tre tavolini e il lucido bancone di acciaio, un inaspettato momento di pausa, di amabile riflessione, persi come in ascolto di una nuova fascinosa armonia.

Molto più tardi, ormai padre di due bambini, ho conosciuto un gentile signore piemontese, originario dell’alto Monferrato, i cui figli erano compagni di scuola dei miei.

E’ nata tra noi un’amicizia radicata e profonda, fatta di stima e di poche parole, i piemontesi, si sa, hanno un loro modo schivo e quasi timoroso di mostrare i propri sentimenti.

Questo signore alto, dinoccolato e magro, con un sorriso gentile e triste, che mi ricordava Yves Montand, si occupava di auto, ma aveva avuto in eredità dal padre una bella vigna, che cercava di curare con passione, lassù tra quelle arrotondate colline che schermavano la vista del Po.

Lunghi filari di viti, in una zona sempre più abbandonate all’incuria; l’agricoltura non dà pane e richiede continue fatiche.

Amavo andarlo a trovare anche lassù, nella sua casetta annegata tra le vigne, cercavo di essere presente alla vendemmia, eseguita personalmente insieme ad altri pochi amici.

Era una festa antica del lavoro, la schiena piegata a raccogliere i grossi grappoli d’uva, i secchi scaricati nelle profonde gerle a spalla, il bigoncio trainato dal trattore, l’accompagnamento al magazzino, dove la diraspatrice sbranava, torceva, incanalava il mosto torbido negli alti tini di vetroresina, spandendo intorno un profumo intenso che inebriava.

A parte si raccoglievano con delicatezza i grappoli di Moscato, si posavano in una bassa tinozza, si pestavano con i piedi e il mosto veniva versato nella grande damigiana attraverso larghi imbuti dotati di filtri di carta.

Il Moscato andava curato con amorevole attenzione, come se fosse un prezioso Champagne.

Le poche bottiglie ottenute erano una prelibatezza da far gustare alla sua vecchia madre, non dimenticando noi amici.

Il tempo è passato, lei, persino lui, ormai non ci sono più, se non nel piccolo cimitero di quel paesetto solo, perso tra le colline.

Ma per me non sono assenti, no, assolutamente.

Talvolta mi capita di annusare un calice di Moscato, la sua fragranza sembra evocarli magicamente dai ricordi del passato.

Assaporo quel vino delizioso a piccoli sorsi, con tranquillità e attenzione, vi assicuro che allora riesco ancora ascoltare le loro voci, li sento vicino a me, in un tremolio di ricordi che non avrà mai fine.

Se ora, mentre scrivo queste poche righe, mi si inumidiscono stupidamente gli occhi non mi importa, non mi vergogno per niente, agli anziani come ai bambini non puoi vietare di piangere facilmente.

Ciao Renato.

ASILO 2


“ B.A.R.B.E.R.A. … BARBERA!”

“ Bravo Scoiattolino! Come hai letto bene l’etichetta della bottiglia, sei in prima elementare e leggi benissimo !”

Eravamo tutti a tavola una decina di giorni fa, accanto a me sedeva il mio ricciuto nipotino che, nonostante stesse golosamente gustando la sua abbondante razione di gnocchi al ragù, aveva voluto ampliare le sua conoscenze culturali leggendo quanto aveva davanti agli occhi.

“ S.A.N. B.E.N.E.D.E.T.T.O. … SAN BENEDETTO!”

“ Eh no, quella è acqua, stanne lontano! Adesso ti porto altre bottiglie da bere … no, volevo dire da leggere, Prosecco,Ortrugo, Chianti, Tockai. Ecco, vedi, potresti anche imparare le lingue straniere : Bordeaux, Chablis, Weiss Traminer …

Se poi tu li potessi assaporare … saresti in grado di esplorare un mondo senza confini, nuove sensazioni, impressioni, emozioni … parlare, descrivere, narrare all’infinito.”

“ Smettila papà, i bambini non devono bere vino, almeno fino a diciott’anni, altrimenti può far male al loro cervello – così era intervenuto bruscamente il suo papà, il promettente avvocato, momentaneamente dimentico dei suoi passati giovanili.

“ Figuriamoci ! – non avevo potuto contenermi, da vecchio nonno e pater familias, per quel che vale oggidì – Io bevevo qualche mezzo bicchiere fin da piccolo, a quindici anni presi la mia prima sbronza con una bottiglia di pessimo ed economico Rum Jamaica, ero con il mio più caro amico, ora rinomato e brillante psichiatra. Il vino non mi ha fatto male!”

“ Infatti si vedono le conseguenze ! – ha chiuso beffardo l’ingrato figliolo.

Tutti a tavola avevano riso, ora al pensiero sorrido anch’io.

Penso che i ricordi siano un dolce asilo.

In quanto all’aiuto del web, della rete di internet, ringrazio la singola lettrice per le sue parole di ieri, che si sono sommate a ben 26 commenti sul blog, per quanto purtroppo classificati come spam, in quanto mi chiedevano di giocare al casinò, di fare donazioni, di partecipare a club privè e di acquistare viagra a prezzi scontati.

CHIEDO ASILO


Come faccio a rientrare?

Ho perso le chiavi, quelle metaforiche, i magici grimaldelli che mi permettevano di entrare senza sforzo nella stanza di nonno Talpone, quell’ironico, permaloso, ingenuo bambino travestito da vecchietto, come i miei nipotini quando si mascherano da imperatore Giulio Cesare, con una semplice copertina gettata sulle spalle, trattenuta al collo da una semplice molletta da bucato.

Ho subito la tumultuosa e vivace invasione dei figli avvocati e dei loro adorabili e gioiosi bambini, quando se ne sono andati via ho patito la loro mancanza.

Ho provato poi una sensazione curiosa di pace nella mia casa vuota, accompagnata da una tristezza opaca e lattiginosa.

Sono passato in una nebbia malsana, stupita e accidiosa che ha interrotto uno stato d’incanto.

Questi giorni uguali, freddi, uggiosi hanno come opacizzato ogni cosa e fatto perdere il senso della vita.

Chiamatelo come volete, è stata una leggera, sotterranea, logorante sofferenza.

In altri momenti più dolorosi e nefasti, che non potranno certamente mancare nel futuro, ripensando a questi giorni mi darò dell’imbecille, non avendo potuto comprendere che una sopportabile serenità può trovarsi anche nel quotidiano svolgersi della nostra esistenza, senza eccessivi turbamenti, accettando il monotono ritmo del nostro cammino verso l’ignoto e il nulla, magari cantando tra i denti uno sciocco allegro motivetto.

Scusate lo sfogo, ma, come scriveva quella povera piccola, “ la carta è paziente “, tra la rete chiedo asilo.

AI MARGINI DEL GIORNO


Stamattina dopo un’allegra colazione, tutti quanti allineati lungo il tavolo di cucina, dove sono circolate chiacchiere assonnate, frettolose  raccomandazioni dei genitori e qualche buffonata del nonno, con qualche rimpianto ed un accenno di protesta del Polipetto i piccoli sono stati accompagnati a scuola dal papà e poco dopo anche l’avvocato Tuttopiede, con un identico leggero sospiro, è uscita per  recarsi al lavoro.

I nonni, il Talpone e l’Istrice Amorosa, hanno chiuso la porta e sono ritornati a tavola, dove li aspettavano una distesa di piattini e tazze vuote, molte briciole sparse, alcuni barattoli semivuoti di marmellata e di miele.

Quasi a riempire quell’innaturale silenzio, nel terminare in fretta la colazione, i due anziani  si sono rammentati a vicenda le battute  ingenue dei piccoli nipoti, i loro gesti teneri, da cuccioli di uomo, come usa dire lo zio Martellus Deus.

Hanno pulito casa, si sono lavati e vestiti, lei ha preparato e cotto con gesti sicuri un grosso pane con la farina di farro; lui è uscito per andare al mercato settimanale da suo verduraio del Bangladesh, ritornando dopo le chiacchiere d’uso con quattro borsoni carichi, risalendo poi le scale di casa senza troppo sospirare, se non per il ricordo dei suoi piccoli amici.

A pranzo hanno intaccato la loro riserva quasi inesauribile di avanzi natalizi, hanno letto i loro libri, finendo per addormentarsi per il solito pisolino pomeridiano, preparandosi poi per l’impegno del corso in palestra, quello dei nonni avanzati.

Si sono trovati soli per la cena, mentre una televisione parlava di cose che nessuno ascoltava.

Ieri da quando nel pomeriggio erano stati all’asilo e alla scuola per il loro turno settimanale i due nonni avevano vissuto e giocato con i piccoli principi, avevano riso, inventato, “ pazziato”, come compagnucci di gioco più grandi, quasi fossero i ripetenti di classe troppo cresciuti.

Per carità, non c’è rimpianto, ognuno deve avere i propri spazi.

Le regole d’oro sono sempre quelle : autonomia e libertà.

Affermiamo risoluti che anche i nonni devono avere la loro vita.

Però …

Però un profondo sospiro di nostalgia almeno permettetecelo.