NON SI E’ MAI SOLI


E’ avvenuta una cosa incredibile, nonno Talpone per la prima volta non è entrato in ansia per la partenza verso una meta avventurosa e misteriosa, sì, avete capito, la destinazione era la sua casetta tra i boschi della Val Nerina, in Umbria.

Non bisogna per questo ritenere che lui sia finalmente diventato adulto, responsabile e con un corretto approccio alla realtà.

Semplicemente era troppo affannato e ansioso per la stesura del finale della sua fiaba, come se questa avesse una qualsiasi importanza, salvo che per qualche rara mamma o nonna che ancora amano raccontare le storie ai loro nipotini.

Già, e quelli di nonno Talpone, gli adorati Scoiattolino e Polipetto ?

Sono rimasti a Milano, come pure gli altri bambini a cui lui è fortemente affezionato e con cui si diverte sempre a giocare.

Ora si deve fermare in Umbria per una decina di giorni, momentaneamente solo nella sua campagna, l’Istrice Prussiana è partita per una lontana città quale commissaria d’esami, lui impegnato a potare gli ulivi e a bruciarne le gentili ramaglie.

Alla sera si ritrova stanco, solo e con il mal di schiena.

Ma ecco è arrivata la sua gattina nera, dalla macchia bianca sotto il collo, nonché la fulva Hilda, la soriana Musetta, la piccola Puffetta, la bianconera Merlina, gli sono attorno festanti e affettuose con miagolii amorosi, come se queste adorabili gattine volessero consolarlo e comunicargli che non si è mai soli.

Come è grande la generosità e la saggezza degli animali.

Ah, ora capisco, è l’ora della pappa.

PAMOCK E L’UOMO VERDE


L’esile Pamock scosse la sua frangia bionda, prese fiato e iniziò con una voce bassa e intonata:   “C’era una volta un essere pauroso e terribile, lo chiamavano ” L’Uomo Verde della Foresta”, o anche “ Il vecchio del Bosco “, ma nessuno l’aveva mai visto bene, certi boscaioli nel fare legna avevano intravisto solo dei movimenti rapidi nel folto scuro dei pini, dei lecci e delle querce, ma nulla più.

Però vi erano state delle persone avide ed egoiste che avevano subito sulla loro pelle l’ira dell’Uomo Verde, quando, mai stanchi di tagliare la giusta quantità di legname, erano andati oltre, distruggendo e abbattendo alberi senza nessun rispetto, per essere poi  travolti  da una improvvisa e fatale rotazione del tronco segato, che si era abbattuto senza pietà su di loro.

Nelle bufere e nelle tempeste, quando il vento faceva gemere i rami e scuotere i fusti degli alti pini, si udiva un urlio, quasi un canto selvaggio, che tutti ritenevano dovuto a lui, il misterioso e terribile Uomo Verde.

Vicino al bosco sopravviveva un povero taglialegna, ormai vedovo e ricco solamente di quattro figli da mantenere, un piccolo orto vicino alla sua casupola e muscoli sufficienti per lavorare duramente a giornata sotto i vari contadini della zona, quando lo chiamavano per zappare i campi, trebbiare, vendemmiare e costruire muretti di pietra.

Faticava instancabile dall’alba del lunedì al tramonto del sabato, quando aveva la fortuna di essere chiamato.

Ma quando arrivava il freddo invernale la  vita della piccola famiglia si faceva più dura da sopportare, le scorte di farina, di pesce secco si andavano esaurendo e il papà tornava a fare l’unico mestiere possibile : il taglialegna, per avere un poco di fuoco e di calore in casa, soprattutto per riempire lo slittino di ciocchi tagliati da consegnare ai suoi compaesani e ricevere qualche soldo per mangiare.

Venne un terribile inverno, per sopravvivere il pover’uomo affidò i tre figli maggiori a famiglie lontane, per imparare un lavoro e togliere delle bocche da sfamare, rimase in casa soltanto il più piccolo, si chiamava Vlad e aveva cinque anni, era minuto e sottile, con grandi occhi azzurro acqua, sempre attenti e come stupiti.

Non parlava molto, anzi quasi pareva muto, forse perché era ormai solo, impegnato nella sua capanna a pulire, sistemare e cucinare il loro misero bortsh.

Una gelida mattina, in cui il vento era leggermente calato e la dispensa più vuota che mai, il piccolo Vlad accompagnò il padre nella foresta, trascinando anche lui uno slittino per cercare legna da vendere.

Camminarono a lungo, la parte esterna e più facile del bosco era ormai già stata tagliata, tra la neve emergevano dei solitari ceppi e i giovani alberelli destinati a crescere come i fratelli abbattuti.

Un piccolo serpeggiante sentiero li portò più avanti nella foresta più fitta e oscura.

L’uomo si fermò in una piccola radura, scelse un albero più isolato, con una corda lo legò più in alto ad un vicino tronco e iniziò ad abbatterlo a colpi d’ascia.

Vlad intanto si era di poco allontanato per raccogliere rami spezzati e schegge di legno per riempire il suo slittino.

Mentre procedeva attento con serietà adulta, come se partecipasse ad un impegnativo gioco, sentì uno schianto ed un urlo disperato.

Corse indietro alla radura e vide il padre che giaceva sotto l’albero abbattuto, gridava  e, per quanti sforzi facesse, non riusciva a liberare le gambe imprigionate.

Il vento aveva ricominciato a sferzare le alte cime delle piante ed era iniziato un urlio sonoro e  una risata sconnessa, sempre più forte, lo stava accompagnando .

Il piccolo Vlad si mise subito a piangere e, non sapendo cosa fare, gemendo si riparò sotto una grande quercia nodosa, come per trovare rifugio, poi con un improvviso scatto rabbioso si girò e balbettando strillò concitato:

“ Se.. sei cattivo Uomo Verde, la..lascia st..stare il m..mio papà, no..noi abbiamo fame !”

Si rigirò a singhiozzare contro la corteccia rugosa della vecchia quercia, un attimo dopo questa sembrò scuotersi per i colpi del vento, poi si fermò improvvisamente, rigida e immobile con i suoi grandi rami, come a riparare ogni colpo della tempesta.

Si ebbe un sussulto sotterraneo, il letto di foglie e di neve sembrò sollevarsi leggermente, le sue lunghe radici si muovevano, quasi a sgranchirsi da un lungo riposo, il movimento si estese agli alberi vicini e in seguito via via più lontano ancora.

Ad un tratto il vento selvaggio si placò, l’urlio divenne quasi un sussurro, la cortina degli alberi si aprì di schianto ed apparve un uomo gigante, coperto  interamente di lunghi capelli verdi intrecciati a foglie ed edera rampicante, da quel colosso muschioso emergeva un ramo nodoso, era il suo braccio che stringeva una possente clava.

I due umani lo guardavano atterriti, bloccando gemiti e pianti, ma senza badare a loro il gigante si avvicinò all’albero tagliato, lo sollevò senza sforzo alcuno con l’altro braccio possente e lo buttò da parte, scomparendo subito nel folto della foresta, tra gli schiocchi dei rami spezzati dal suo passaggio.

Vlad corse dal padre, lo aiutò a risollevarsi, era fortunatamente illeso e insieme iniziarono il lungo ritorno a casa, dove il bambino riscaldò due ciotole di zuppa ed ebbero finalmente riposo.

L’indomani, si ricordarono dell’ascia e degli slittini dimenticati e timorosamente ritornarono a cercarli.

Laggiù nel folto della foresta ritrovarono accanto ai loro attrezzi una grande quantità di rami e tronchi rotti a piccoli pezzi, frantumati da una forza sovrumana, li raccolsero e con numerosi viaggi li trasportarono vicino alla loro capanna.

L’inverno passò più felicemente grazie alla vendita della legna, ma il piccolo Vlad non dimenticò mai la grande quercia che l’aveva aiutato e protetto, era ormai un rifugio, quasi un amico fidato e quando si sentiva solo e triste si muoveva sicuro nella foresta fino all’albero possente, si sedeva vicino, lo abbracciava e parlava con lui.

Le grandi fronde sembravano allora muoversi per una leggera brezza di vento, con un rumore sommesso e armonioso, a cui rispondevano gli altri alberi, persino gli uccellini e gli animali del bosco tacevano, quasi in ascolto.

Pamock finì il suo racconto con un sussurro, come se anche loro dovessero ascoltare il fruscio di una foresta lontana, quasi non vedessero solamente il vuoto cortile.

Hanid si scosse presto e proclamò ad alta voce “ Io avrei combattuto con l’Uomo Verde e l’avrei vinto a bastonate !  Però – aggiunse poi – vorrei avere anch’io una grande quercia con cui confidarmi “

“ Che sciocco che sei, non ne hai bisogno, ci sarò sempre io vicino a te – disse dolcemente Pamock – se vuoi ti racconto la storia, quella della scatola magica che produceva le caramelle “

“ Oh si, che buone, forza, racconta, sento già la loro dolcezza in bocca “

E il suo grande piccolo amico iniziò “ C’era una volta in un paese lontano …”

HANID & PAMOCK


“ Questa sera mi sento molto stanco, raccontami qualcosa di nuovo nonno Talpone !”

“ Non ti stanchi mai, vero ? Va bene, le storie piacciono anche a me. Allora…

C’era una volta in una grande città un vetusto edificio alla periferia, era un casermone grande e severo, con un largo cortile spoglio, un istituto che avrebbe dovuto proteggere dalle insidie dell’ esterno una folla di bambini di ogni età, profughi provenienti da ogni parte del mondo, scappati dalla miseria e dalla fame, con l’illusoria speranza di trovare il paese dell’oro e dell’abbondanza.

Lì vivevano, tra le centinaia di piccoli ospiti, due ragazzini : Hanid e Pamock.

Non erano tra i più piccoli né tra i più grandi, avevano circa sei anni e non potevano essere più differenti tra loro, Hanid era piccolo, bruno e ricciuto, l’altro più alto ed esile aveva una cascata di capelli biondo paglia che strabordavano dalla sua grossa testa dondolante.

Se il primo era di natura agile, scattante, collerico e protervo, Pamock invece era timido, impacciato e dolce, fragile e facile al pianto.

Hanid era rispettato e temuto anche dai più grandi e massicci, aveva degli scatti improvvisi d’ira che spaventavano tutti e una naturale rabbia repressa che si manifestava con urla, scherni pungenti, bravate folli e spericolate.

Non poteva essere più differente dal biondo Pamock, troppo longilineo ed esile per destare qualsiasi paura, senz’altro avrebbe suscitato il riso, anzi lo scherno per la sua goffaggine e la sua ingenuità, se non fosse per il suo disarmante, naturale candore, che lo portava con facilità di passare dalla risata gorgogliante e liberatoria ad un pianto singhiozzante e sfrenato per la minima offesa e avversità.

Eppure questi due bambini di carattere così opposto erano diventati amici, anzi inseparabili compagni di gioco.

Hanid naturalmente era il difensore vigile e scattante del suo protetto, la propria naturale autorità aveva salvato l’altro in diverse occasioni, in caso di beffe e prepotenze di qualche ragazzo ottuso e violento.

Ma non era solo una forma di protezione di un forte nei riguardi di un debole indifeso, era anche un’amicizia complementare, in cui davano e ricevevano in ugual misura, con tenerezza e spontaneità.

Finite le attività di gruppo in cortile e le lezioni nelle aule, i due amici si mettevano a parte, giocavano e parlavano tra loro, spesso Pamock iniziava a raccontare, con voce piana e leggermente claudicante, delle lunghe storie di fatti remoti, accadute in paesi lontani, misteriosi e affascinanti, con personaggi apparentemente comuni, eppure così intriganti e fantasiosi che legavano l’attenzione dell’ascoltatore.

Quelle storie le aveva ascoltate lui stesso anni prima, in tempi felici ormai lontani, da suo nonno, un omone che aveva una voce tonante e autoritaria, che però a suo piacere sapeva modulare e ridurre ad un dolce sussurro.

Ora Pamock le recitava a sua volta, con piccole modifiche che risentivano del suo umore, ora ironiche e grottesche, ora commoventi e tristi.

Ben presto anche Hanid aveva iniziato a raccontarne delle sue, erano avventure e lotte immaginarie che coinvolgevano strani omuncoli collerici che vivevano sotto le piastrelle di certi pavimenti remoti e persino un gruppo di cammelli selvaggi che galoppavano dentro i muri di recinzione del cortile.

Alla fine ridevano insieme delle loro storie, che rendevano lieta la loro infanzia e li proteggeva come una magica bolla eterea da una realtà che avrebbe potuto essere troppo cruda e ostile.

“ Dai Pamock, raccontami la storia dell’uomo verde del bosco, o del bambino che non aveva paura del buio e degli spettri, della scatola magica che creava caramelle dolci e frizzanti o del piccolo fantasma che amava sporcarsi e correre nelle pozzanghere… Forza avanti con una storia”

E il biondo Pamock, con un sorriso compiaciuto, iniziò “ C’era una volta…”

CASSE DI TESORI


Quale grande emozione e quale stupore per un piccolo pirata la scoperta di un tesoro nascosto!

La ricetta è semplice: nonno Talpone prepara innanzitutto dei minuscoli sacchetti di tela contenenti monetine di vecchie lire o una discreta quantità di centesimi di euro in spezzettature varie, lega l’involucro con un cordino e mette il tutto in un contenitore, meglio ancora una scatoletta di latta, che nasconde tra i cuscini del divano o sotto un materasso.

Successivamente all’arrivo dei nipotini li traveste da pirati, basta poco per loro, una benda sull’occhio, una bandana, un bastoncino che figuri da spada e con un solo ammiccamento si parte tutti quanti audacemente alla ricerca di un tesoro, consultando le apposite mappe, dei fogli arrotolati completati di enigmatici segni.

L’ultima volta nonno Talpone per maggiore realismo aveva messo il bordo del rotolo di carta sul fuoco della cucina a gas, gettando poi quella torcia troppo infiammata nel catino dell’acquaio, con il risultato di una mappa  decisamente molto realistica, a parte un spiacevole odore di bruciato nella stanza.

Nonna Istrice era corsa subito in cucina, inquisitiva e urlante, le donne di casa non hanno mai il senso dell’avventura, per fortuna il nipote Scoiattolino era presente e  ha difeso veementemente il nonno, evitandogli ulteriori rimbrotti e sanzioni.

Con la dotazione delle loro mappe, dopo qualche infruttuosa ricerca, finalmente la banda di Barbanera ha avuto la sorpresa della scoperta della prima cassa del tesoro, con grande giubilo e entusiastiche grida di vittoria.

Nonno Talpone deve ammettere che di solito si possono avere due piccole conseguenze negative.

Frotte di mamme dell’asilo che riconsegnano vergognose a mamma Tuttopiede dei pacchetti di monetine “ ma signora, questi sono soldi veri !” che i loro bimbi avevano ricevuto in dono dal generoso capitano pirata.

Inoltre il Martello di dio, il geniale figlio supervisor di effetti speciali, che da Londra ci tempesta.

“ Avete dato via le mie vecchie monetine da cinque, dieci, venti lire?       Come vi permettete, sono la mia collezione.      Le voglio indietro tutte, sono mie e rivoglio  anche il porcellino di ceramica bianco che conteneva i miei risparmi da bambino “.

Ahimè, alcune lirette sono ritornate, ma lui non l’abbiamo ancora ritrovato.

Cercasi porcellino bianco perduto, disperatamente.

AVVENTURE DI GIARDINAGGIO


Si ripresenta a capo chino, mogio e dolorante alla schiena, l’amico nonno Talpone.

Era partito, frenetico e ansioso, lo scorso martedì, con l’aria fiera, sognando ipotetici  mondi d’avventura, con il suo zaino ripieno di congegni elettronici, persino un TOM TOM, per ricercare stradine e sentieri nascosti tra le colline umbre.

Appena arrivato un paio di sostanziose sedute culinarie a pranzo e cena l’hanno riportato al ruolo sedentario e millantatore a lui più congegnale.

Ma è stato fatale a ogni sua ulteriore velleità lo spettacolo desolante delle sue viti, ulivi e alberi da frutta, quelli che compongono la parte maldestramente coltivata del suo pezzetto di terra, che l’ha portato di fronte a scelte amletiche di comportamento.

Non badare ai lunghi aggrovigliati tralci delle viti, bisognose di urgenti drastiche potature, fingere di non vedere gli ulivi cespugliosi di ricacci, polloni, succhioni,         ( termine tecnico per indicare nefasti rami da legno, niente di erotico caro Martello pruriginoso ), non udire il lamento degli alberi che chiedevano a gran voce vangature, concimi, zappettature ?

Godersi invece il riposo idilliaco della collina, nel silenzio totale di ogni automezzo, nel profumo del boschetto di pini e querce, deliziandosi del fuoco guizzante nel caminetto, tra bicchieri del vino nuovo e le moine delle gatte amorose e giocherellone che gli fanno compagnia nella stanza ?

Nonno Talpone era senz’altro per la seconda scelta, che potrete forse giudicare come egoista e edonistica, ma la sua Istrice Prussiana aveva già stabilito dei programmi molto più pratici e contadini.

L’ha quindi costretto, con il supporto di sorella e cognato umbro, ad acquistare sacchi di concimi organici, azotati, nitrati, tricomposti e quant’altra diavoleria specifica, gli ha messo tra le mani cesoie, seghetto e zappone bidente e, munita anch’essa di zappetta, per tre giorni da mattina a sera ha diretto la sua corvee da apprendista giardiniere.

Appena finiti i lavori, un ultimo cenone d’addio con profluvio finale di dolci alla panna e due torte, poi caricate  le valige con filoni di pane sciapo di Monte Bibbico, salsicce secche, lonzino magro e pecorino d’alpeggio si è tornati con l’auto di due cugine in visita turistica al nord.

Il magico zaino tecnologico è stato riportato indietro intonso, salvo l’uso di tre cellulari diversi, usati in modo intercambiabile per fargli prendere aria.

Ah si, anche il TOM TOM è stato tratto fuori, per usarlo in auto e fargli vedere l’autostrada e il nome dei paesi che scorrevano vicino a noi, nel viaggio di ritorno alla grande Milano.

FRENESIE


Ci risiamo con le personali frenesie a causa di questo ennesimo viaggio di avventura verso l’ignoto ?

Domattina prestissimo lasceremo casa, inizierà una visita di una settimana in Umbria, la cognata Paperoga, l’energica e fantasiosa ceramista, lo vuole, anzi lo esige, da tempo ci tempesta con telefonate intimidatorie, quindi, partito il Martello di dio, ora in viaggio e subito, come il vecchio Garibaldi non si può che rispondere “ obbedisco”.

Mentre nonna Istrice prepara una semplice borsa con alcuni regali di Natale ( ebbene si, per le passate feste non ci siamo potuti dividere in tre tra Milano, Londra e Terni ), nonno Talpone è affannato a riempire il suo zaino da viaggio con i soliti oggetti essenziali.

Due mini lampade d’emergenza, un pacchetto di pile ricaricabili per ogni evenienza, il leggero netbook, l’Iphone scartato dai giovani in carriera, cinque telefonini modello retrò con relative SIM da pensionati, blocchi di carta, penne e matite varie, bollette da pagare, documenti non ancora esaminati, scorta di taralli pugliesi alle patate e rosmarino.

Ah, dimenticava i diversi cavetti di alimentazione per ogni congegno elettronico.

Nonno Talpone controlla l’elenco compilato due giorni fa, onde evitare possibili dimenticanze, esegue un ripasso mentale di tutto quanto può essere necessario, sembra tutto a posto, no, accidenti, manca la chiavetta internet e la relativa SIM acquistata in offerta speciale una settimana fa.

Affannosamente apre i vari cassetti, cerca negli scatoloni di cavi e apparecchiature accumulate negli scaffali e negli armadi.

Non si trova, maledizione, è scomparsa.

Decide di saltare le lezione di nuoto in piscina, rinvia il pagamento della tassa rifiuti e l’appuntamento con la banca.

Come vivere nella sua casetta tra i boschi senza collegamento internet ?

Si ripassa otto, nove volte la cernita dei cassetti, svuotati e ricontrollati oggetto per oggetto, inutilmente.

Passano le ore, la partenza si avvicina, il suo zaino aspetta famelico l’ultimo boccone, il più importante.

Nonno Talpone ora ha mal di testa, comincia a sudare, ha dimenticato persino il tarlo insistente ed alacre dei suoi sensi di colpa.

Poco fa ha riaperto per l’ultima volta il cassetto personale della scrivania, cercava, senza alcuna speranza, una penna stilografica da aggiungere alle provviste essenziali, l’aveva anche il dottor Livingstone credo, ed ecco miracolosamente appare lei, l’infame fuggitiva, nel suo colore blu elettrico brillante, la chiavetta internet dal sorriso malizioso.

Che sospiro profondo di sollievo !

Nonno Talpone la inserisce delicatamente nella borsetta di tela dei piccoli congegni elettronici, il tutto poi nel suo capace zaino da esploratore, ora è pronto per la grande avventura,tra poco all’alba salirà sul treno verso il sud, “ terra incognita”.

UN ANGELO AL PUB ( terza e ultima parte )


“ Mio caro nonno Talpone – aveva proseguito l’angelo – puoi ben capire che a questo punto avevo deciso di non fare più passi falsi e di non creare ulteriore dolore, così quando ho intravisto un signore ben vestito che giocava alla slot-machine laggiù nel casinò sul molo, al Brighton Pier, ho provato a fargli vincere una bella cascata di monete; lui si è guardato intorno con soddisfazione, ha raccolto con calma la sua vincita e mentre si recava con calma alle casse, un gruppo di persone si litigava il suo posto davanti alla macchinetta mangiasoldi.

L’ho seguito e mi sono accorto che era uno dei soci proprietari, aveva fatto un giro dimostrativo, non mi ha nemmeno ringraziato, ma almeno non si è lamentato.

Sono stato di nuovo a girare per le strade e davanti ad una gioielleria ho visto una signora elegante e truccata come una diva che con aria altezzosa usciva dal negozio rimirandosi la mano che sfoggiava un vistoso anello con diamanti.

Ho provato a raddoppiare la grandezza delle sue gemme, lei vi ha dato un’occhiata stupita, ha sorriso intorno, anche a me, poi è andata via con passo tranquillo verso l’autista che l’aspettava vicino ad un’imponente auto parcheggiata lì vicino.

Ho capito finalmente che forse puoi far bene solo ad un ricco, a quello che ha già tanto, ai poveri potresti far solo del male.”

L’ angelo narrante aveva quindi  afferrato il suo bicchiere e con una gran sorsata ne aveva svuotato il contenuto.

Un attimo di tristezza, la sua pinta era finita, poi aveva guardato fissamente nonno Talpone e con voce roca gli aveva domandato

“ Vuoi che ti faccia ricco, giovane o bello ?     Non hai che chiedere amico mio “.

“ Per carità, no, no, per favore – aveva esclamato prudentemente  il nostro eroe – sto bene così, non si disturbi, grazie !“.

“ Allora ci facciamo un’altra birra ?” aveva azzardato senza troppa convinzione il mio angelo di strada.

Ma poiché la prima pinta gli era stata offerta e ora il turno sarebbe dovuto toccare a lui, dopo un breve attimo di riflessione il vecchietto barbuto aveva comunicato che era tardi, aveva troppo lavoro da svolgere ancora, quindi con un cortese saluto era uscito dal pub, portando con una certa dignità il suo impermeabile biancastro .

Nonno Talpone era rimasto ancora sconcertato con il suo bicchiere in mano, poi guardandosi intorno  nel locale affollato aveva scorto la gente che chiacchierava ad alta voce, beveva e rideva, nessuno si era accorto di quell’angelo incredibile che era stato così vicino a loro.

Finì anche lui a malincuore la sua birra e lasciò quel luogo magico, allontanandosi un poco, poi si girò indietro a osservare quello strano pub.

Sull’insegna di ferro che sporgeva fuori dal locale si poteva leggere  “ The Angel & the Beast “, l’angelo e la bestia .

Proprio appropriata non c’è che dire, era il luogo ideale perché nonno Talpone incontrasse un angelo, sia pure da strada.

Tornando a casa e ripensandoci gli sorse un dubbio, quel vecchietto bizzarro dalla bianca barba irsuta che aveva incontrato  sarà stato davvero un angelo in missione nella cittadina ?

“Non importa – si disse poi- siamo a Natale, diventiamo tutti un poco angelici, o almeno ci proviamo, quindi vogliamoci bene e beviamo allegri in compagnia “.

Alla tua salute, vecchio angelo sconosciuto!

PS

Il resoconto dei fatti accaduti si riferisce ai giorni seguenti lo scorso Natale, mi scuso per la lunghezza, per questo ho diviso, forse inopportunamente, la storia  in tre parti.

UN ANGELO AL PUB ( 2° parte )


“ Grazie amico mio – disse il barbuto vecchietto a nonno Talpone – ormai di questi tempi la gente è diventata egoista e insensibile, credono solo alle bugie della televisione e non si accorgono della realtà vicino a loro.

Non si fidano, sono egoisti, non si sa più come aiutarli, io certe volte ho voglia di smettere e non fare più niente.

So già che se ti chiedessi di aiutarti, tu diventeresti sospettoso, penseresti subito male, lo so.

Non ci crederai se ti dicessi che io sono … no, no, è inutile “

Nonno Talpone era rimasto male e aveva rassicurato il suo conoscente che si fidava e  credeva in lui, che raccontasse pure senza timore, così l’altro proseguì con voce roca .

“ Dicevo che non mi offendo se tu non mi credi, ma vedi, ti devo confessare che in realtà io sono un … sono un angelo, ecco te l’ho confessato.

Lo so, tu mi dirai che gli angeli sono grandi, splendenti con enormi ali e via dicendo, ci sono anche quelli per carità, ne ho visto qualcuno anch’io da lontano, ma quelli sono per le occasioni speciali, poi ci sono quelli umili, da strada diciamo.

Io conto poco, spesso sono in punizione, forse non sono molto bravo nel mio mestiere.

Al’inizio credevo di fare grandi cose, speravo anch’io diventare un angelo importante.

Così appena messo in strada avevo presto notato uno storpio disteso sul marciapiede, di quelli che implorano la carità.

Mi faceva pena, gli parlai dolcemente e subito lo guarii.

Si rialzò in piedi stupito e incredulo, poi iniziò ad insultarmi in malo modo, l’avevo rovinato, ora doveva cercarsi un lavoro per vivere.

Scappai via in fretta, avevo sbagliato tutto, mi allontanai il più lontano possibile e quello stesso  pomeriggio vidi una ragazza alta e carina che si guardava intorno con aria smarrita.

Subito pensai tra me che questa volta era facile, non potevo fallire, bisognava rimediare alla sua infelicità e così la resi subito inferma ad una gamba.

Non ci crederai, si mise a piangere e maledire il cielo, non capivo, le chiesi il perché, mi spiegò che era una pattinatrice acrobatica , si era fermata in quell’angolo di strada perchè si era persa, doveva andare al palazzetto dello sport.

Lo ammetto, fui punito per i miei errori, dovetti frequentare un corso di aggiornamento didattico prima di essere riammesso sulla strada.

Cercavo di non sbagliare, così fui molto attento prima di compiere qualche buona azione, alla fine vidi una signora grassoccia e non più giovane che arrancava con pesanti borse della spesa.

Sicuro di non fare errori, tac, la ringiovanii di parecchi anni, cosi da renderla  più forte e resistente nel portare i suoi pacchi.

Anche questa dapprima si meravigliò, poi si arrabbiò moltissimo, iniziò a urlare che ora avrebbe perso la pensione e che sarebbe stata costretta a tornare a lavorare.

Cosa dire, ad ogni  piccolo miracolo io sbagliavo, come con quel poveraccio con moglie e sei figli, che, quando lo feci vincere al lotto, immediatamente acquistò una costosissima  macchina sportiva scappò via di casa lasciando tutti i suoi in lacrime.

In ogni episodio in cui cercavo di fare del bene tutto andava storto.”

Il barbuto compagno di bancone di nonno Talpone si era fermato per prendersi una lunga sorsata di birra, aveva sospirato di sollievo, poi, avendolo fissato con gli occhietti grigi che brillavano di allegria, aveva  proseguito il suo racconto come dirò più avanti.

UN ANGELO AL PUB (1° parte)


Le vacanze natalizie di nonno Talpone nella tranquilla cittadina di Hove, sobborgo di Brighton, stavano passando senza particolari avvenimenti, se non dovessimo citare la folle corsa  del tasso irlandese e dello sfortunato marito nelle acque gelide del mare nel primo mattino di Natale, forse in ricordo di qualche lontana cerimonia druidica.

Le giornate erano scandite da abbondanti colazioni all’inglese a base di uova, pancetta, fagioli cotti in brodo di pomodoro e patatine fritte, insomma il solito breakfast britannico che ti permette di sopravvivere per una giornata con colesterolo a mille.

Si susseguivano acquisti cospicui di generi alimentari per placare gli ardori culinari di mamma Istrice, qualche rapido buffet nei bar e doviziosa cena serale con whisky finale e lunghe partite a carte in cui gli ospitanti sbaragliavano vergognosamente i poveri vecchietti con una fortuna veramente vergognosa e disdicevole per degli ospiti.

Un tardo pomeriggio però nonno Talpone era riuscito a sgaiattolare fuori da solo per una passeggiata solitaria, curiosa ed oziosa, senza meta precisa.

Le giornate erano fredde e ventose, anche se meno gelide di Milano, la gente nelle strade, superata la frenesia prenatalizia girava per le strade con maggiore tranquillità, osservando attentamente i saldi che si mostravano nelle vetrine.

Ma queste cose non interessavano molto il nostro amico che amava soprattutto le viuzze e le stradine meno affollate.

Ad un incrocio pedonale del vecchio centro, davanti ad un piccolo pub, aveva scorto, immobile davanti ai vetri gelati e imperlati di vapore, una persona anziana dai folti e irsuti capelli bianchi, con una rigogliosa barba bianco gialliccia, ricoperto da uno sdrucito soprabito di un indefinibile colore chiaro, maculato da macchie grigiastre.

Lo strano personaggio sembrava fissare intensamente l’interno del locale e nonno Talpone non aveva saputo resistere alla tentazione di fermarsi anche lui a guardare che cosa ci fosse di così interessante.

Ma l’interno era affollato e rumoroso come tutti i locali, forse lo sconosciuto cercava qualche conoscente, così, mentre si girava per proseguire altrove, si era sentito chiedere da una voce gracchiante ma gentile se voleva bere un goccio.

Questa è una proposta alla quale nonno Talpone non aveva mai saputo dire di no, quindi aveva accettato l’invito, entrando insieme nel locale e cercando un posto comodo in fondo al bancone.

Si erano ordinate due pinte di birra bitter, gustose ed aromatiche, prodotte da una ditta del posto,ed era sembrato corretto offrire il primo giro di bevande al signore in bianco, che aveva bevuto con evidente piacere un paio di lunghe sorsate, fermandosi poi a raccontare una curiosa storia che voglio ora riferire.

PANICO DA PARTENZA


Ma come ?  
Appena terminate le pulizie ossessive, di perfezione teutonica del suo dolce amore, nonno Talpone sperava in un periodo di pace, riposo, riflessione, ozio benefico.
Aveva anche iniziato l’acquisto e la lettura dei primi volumetti della storia della filosofia raccontati da Repubblica, aveva immaginato un mese di riflessioni sulla nascita del pensiero greco.
Niente di tutto questo, l’Istrice ha tratto fuori le valige, stirato, piegato, organizzato tutto per la partenza, domattina si va a Istanbul.
Ebbene sì, la coppia Talponi parte per cinque giorni di viaggio turistico nella millenaria metropoli turca.
Vi assicuro che lui non era affatto preparato all’evento, anche se lo sapeva da mesi, anzi si era rotta la mano nel rincorrere l’autobus che lo doveva portare a rinnovare la carta d’Identità.
Il fatto è che non ha fatto tempo ad agitarsi nei dovuti modi, ad entrare nella fase del panico da viaggiatore, che diamine, alla sua età i tempi vanno rispettati.
Sì, lui è un viaggiatore nato, ama, conosce ed apprezza Chatwin, Byron e tanti altri avventurieri, ma di solito li apprezza meglio sdraiato nella sua comoda poltrona, con un buon bicchiere di rum al suo fianco.
Ora deve partire domani mattina, è semi emozionato, manco la pausa della crisi del viaggiatore gli permettono di sperimentare.
La sua Istrice invece ride felice, godendosi il solito programma televisivo di delitti no-stop, anzi  annuncia garrula che lei parte in ogni caso, inoltre aggiunge con determinazione sadica che la prossima tappa sarà il tour della Cina e il Krughen Park in Africa.
Lo farà morire per l’emozione.
Intanto Talpone si è servito una dose doppia di rum Pampero, a scopo medicinale.
Cosa diranno i suoi pochi lettori per l’ennesima assenza, cosa fare, portare il notebook in Turchia, o forse preparare in anticipo i post per i prossimi giorni ?
Il problema, come al solito, non è il comporre i pezzi con la sua penna stilografica degli anni ’70 su fogli A4 rigorosamente riciclati, ma il trascrivere faticosamente con un solo dito sulla tastiera.
Gli ci vogliono tre ore di media, non potrebbe andare a dormire questa notte, già di per sé agitata.
Altro che corso di scrittura creativa, in futuro lui seguirà un corso di dattilografia, magari anche di stenografia, come sognato fin dagli anni della giovinezza.
Se poi gli viene in mente che si deve unire nella trasferta ad Istanbul al coro dell’Acqua Potabile di Milano, bravissimi e cari ragazzi, ma suvvia che nome spinoso.
Per favore cari lettori, mi potete offrire un altro doppio rum ?