DINO E CIUFFETTO (1° parte )


Un piovoso pomeriggio di primavera due bambini di quel polveroso asilo per piccoli migranti avevano trovato rifugio in un sottoscala solitario, dove il biondo Pamock iniziò a raccontare al suo grande amico Hanid la storia di Dino e Ciuffetto.

“ Tutti noi conosciamo la fiaba di Giovannino Senza Paura, quel bambino che lasciò la sua casa per conoscere il mondo e provare che lui non temeva niente e nessuno.

Come sai, era capitato una notte in un castello, dove un fantasma gigantesco spaventava a morte ogni malcapitato che vi trovava rifugio, aveva superato ogni prova con sicura arroganza, sciogliendo così l’incantesimo che dominava in quelle mura, diventandone il proprietario e guadagnando tre casse d’oro che vi erano nascoste.

Sembra che da allora, donato un paio di forzieri ai poveri e ai religiosi, vi sia rimasto tutta la vita, agiato e ozioso, senza dover dare altre prove di coraggio.

Insomma una bella storia di un’ incosciente avventuroso, presto appagato e tranquillo.

Bisogna anche ammettere che non si dimenticò della sua famiglia d’origine, perché mandò a casa un sacchetto di monete d’oro per i genitori e i fratelli.

In quel lontano paese i genitori ne furono ben felici, con alcune monete allargarono e misero a posto la loro casupola, acquistarono anche una mucca e una coppia di maiali.

Presto ebbero una numerosa nidiata di porcellini, tutti rosei e paffutelli, tra questi ve ne era uno con uno strano ciuffetto di peli sopra gli occhi, che faceva il paio con il suo codino riccioluto.

Venne subito chiamato Ciuffetto e si distingueva dai fratellini per  una curiosità e un’ intelligenza non comuni.

I genitori di Giovannino Senza Paura, se si erano disperati quando a suo tempo quel figlio era scappato da casa, ora erano  ben felici del denaro ricevuto e pensarono bene di mandare all’avventura anche il loro secondo figlio, Dino.

Veramente bisogna dire che, con assai poca fantasia alla nascita l’avevano chiamato Secondo, essendo assai piccolo l’avevano soprannominato Secondino, per sua fortuna ridotto con il tempo ad un più pronunciabile Dino.

Con gli anni era cresciuto roseo, paffutello, con dei fitti capelli in testa, irti come un istrice, era grassoccio, anche se non vi era molto da mangiare in casa, sembrava che si nutrisse d’aria, aveva la disarmante semplicità dei fiori di campagna e purtroppo, al contrario dell’ardito e incosciente fratello maggiore, era un gran fifone.

Ma lui non se ne curava troppo, viveva felice con le sue piccole cose, amava la natura e gli animali, Ciuffetto era il suo preferito e insieme girellavano nei prati vicini, per farsi un bel riposino sotto qualche albero ombroso.

Non era di grande utilità alla fattoria, pensarono i suoi genitori, era ora quindi che cercasse fortuna anche lui, magari guadagnando castelli e casse d’oro, possibilmente per consegnarli tutti in casa.

In tutta fretta pertanto gli diedero un fagottino con del cibo, il bastone da viaggio, una mantella, due monete d’oro in tasca e lo misero subito sulla strada, con tanti saluti e auguri di buona fortuna.

Il povero Dino, al primo angolo del sentiero, si sedette a piangere sconsolato e intimorito, ma uno zampettare veloce tra l’erba gli mostrò l’arrivo del suo compagno di giochi, sì proprio il riccioluto Ciuffetto, che aveva voluto seguirlo nel suo viaggio.

Lo abbracciò felice e, ripreso coraggio, si incamminò con il suo fedele amico lungo la strada sconosciuta.

Cammina, cammina, a mezzogiorno arrivarono  vicino ad un gruppo di case, trovarono un posto all’ombra per fare colazione, ma, mentre mangiavano, si avvicinò un mendicante con le stampelle per chiedere la carità.

Dino impietosito non solo divise il cibo con lui, ma estrasse una moneta d’oro e gliela regalò.

Inutilmente il roseo Ciuffetto grugnì “ Sgrunf, sgrunf, padroncino, è troppo, rimarremo senza denari ! Squitt, squitt !”

Ma se il vecchio mendicante era ancora lì, abbacinato e stupito a farfugliare ringraziamenti, Dino affermò deciso “ Non squittire troppo amico mio, ne ha bisogno, poverino !”

Lasciarono quelle case tra le benedizioni del vecchietto e i due compagni di viaggio ripresero il cammino che li portò verso sera ad un altro villaggio più grande; lì entrarono in un’osteria e Dino chiese al padrone da mangiare e un letto per dormire, mostrando la sua moneta d’oro.

L’oste l’afferrò avidamente e fornì in tutta fretta un’ottima cena, compresa una grande ciotola ricolma di carote, rape e mele per Ciuffetto, che aveva iniziato a squittire segnali di prudenza verso il suo padroncino.

L’ostessa però, quando vide la moneta, ebbe un’idea e fece accomodare i due ospiti non nelle camere della locanda, ma in una casupola poco lontana, spiegando che lo faceva per il loro bene, voleva che dormissero in tutta tranquillità, con il miglior trattamento possibile.

L’oro aveva suscitato ammirazione, ma ancor più una frenetica avidità nella coppia, che si dissero “ Questo bambino è un babbeo, è ricco, bisogna spennarlo per bene, prima che ci pensi qualcun altro prima di noi, come dice il proverbio, l’occasione fa l’uomo ricco !”

LA CACCA DI CAVALLO


Nella solitudine nonnesca il nostro Talpone aveva pensato che con la primavera era una buona cosa travasare e nutrire le sue piantine sui balconi, preoccupato innanzitutto per i due giovani ulivi recentemente acquistati in offerta nel locale supermercato.

Già, facile a dirsi, occorre del buon concime, ottimo quello ovino, valido anche quello equino, ma vivendo in città è impossibile procurarsene.

Sono finiti i tempi quando con sua  nonna scendeva nella strada a piazzale Loreto, per raccogliere con paletta e secchiello il prezioso stallatico dei numerosi cavalli, necessario a far crescere rigogliose le rose sul balcone.

Ora puoi solo raccogliere bottiglie rotte di birra, cartacce, mozziconi al filtro, magari qualche copriruota sfasciato.

Così si è deciso a malincuore a trar fuori la vecchia auto diciottenne e  fare un’ispezione ad un famoso ipermercato fuori città.

Anche nei giorni feriali questi megacentri commerciali sono sempre affollatissimi, molti anziani vi passano le giornate, tra caffè, fast-food e acquisti inutili ma super scontati.

Riuscendo a dribblare le ammaliatrici sirene delle offerte irripetibili, nonno Talpone ha scovato il reparto fiori e attrezzi agricoli, potendo esaminare con cura le varie confezioni di terriccio, humus, concimi biologici, preparati per orti, finendo per acquistare una confezione gigante di letame equino arricchito (?) di carbonio e non meglio precisati elementi chimici-biologici.

Tornato a casa ha distribuito equamente, interrandolo giudiziosamente nei vasi, il supporto corroborante e vitaminico, aspettandosi ingenuamente di vedere una pronta rifioritura generale.

Però è giunto un violento acquazzone con grandine, che per la verità non ha fatto grossi danni, ma ha subito drenato il prezioso concime.

Questa mattina non ha saputo resistere e, con voce flautata, ha telefonato al padre dei suoi nipotini, chiedendo se poteva portargli uno scatolone di vino, una piantina di pesco e attrezzatura per potare e nutrire le sue piante.

Si è quindi presentato alla porta carico di borse, accolto dal figlio in tuta domenicale, dallo Scoiattolino in completo da Dart Fener il diabolico e dal Polipetto in pigiamino a righe.

“ Nonno, nonno, vieni da noi ?   Ti fermi a casa nostra ?  Rimani con noi ?”

A queste parole  vi potete ben figurare che Talpone era in fase di scioglimento totale, squagliato e perso completo.

“ Certamente bimbetti miei, ho il vino per papà e mamma, un piccolo pesco nato da un nocciolo, cesoie, paletta, tre vasetti di terra con una grossa mela Fuji da cui raccogliere i semini da piantare e questo sacchetto di cacca di cavallo “

L’ultimo oggetto descritto è stato quello che ha suscitato risate ed entusiasmo assoluto.

“ Vedere, vedere, ma è davvero cacca di cavallo ?”

Alla vista l’aspetto del terriccio morbido, anonimo e nerastro, non è risultato così straordinario e nonno Talpone ha dovuto spiegare che era come liofilizzato, insomma non era lecito e gradevole portare in giro quelle cose allo stato naturale.

I bambini, leggermente delusi, sono tornati in sala, chiedendo a gran voce di poter vedere il film di Guerre Stellari, anche se il piccolo Polipetto voleva subito addentare la mela con la scusa che sarebbero apparsi i semini da trapiantare.

Ma quando il nonno ha preso paletta, cesoie e terriccio, cominciando il lavoro da giardiniere sul loro terrazzo, si sono incuriositi, avvicinandosi, scrutando attentamente il lavoro e chiedendo poi con ansia mal trattenuta:

“ Quando metti la cacca di cavallo ?    Ma fa bene alla piantina ?   La pipì non la metti ?”

Le funzioni corporee di base in quell’età beata, dai tre ai sei anni, hanno un fascino proibito, poi passato ad altre cose più pruriginose.

Il nonno ha spiegato che in natura niente viene buttato e che quello era un nutrimento completo per le piante, come la carnina e le verdure che devono mangiare per farli crescere grandi e forti come e più del nonno.

“ Anche del papà ?”

“ Certamente, anche più del papà, a cui auguro di riuscire a diventare nonno e di essere circondato da simpatici nanetti come voi “

Finito il lavoro di giardinaggio Talpone è tornato in sala con loro ad impersonare il robot  C1 e a combattere battaglie spaziali, prima di eclissarsi prima dell’ora di pranzo.

L’arte segreta del nonno è di non esagerare con la sua invadente presenza, anche se personalmente vorrebbe vivere sempre lì, nella loro cameretta, anche nello scaffale dei giochi, tra Buzz e Woody, come un morbido orsone di peluche.

A CHI TROPPO A CHI NIENTE


A chi troppo, a chi niente.

Vi sono alcuni che vogliono troppo dalla vita e sono ingordi di affetti, altri che sembrano ciechi e sordi all’amore per i propri figli e nipoti, al loro sangue.

Nonno Talpone non è stato più chiamato a curare i nipoti, aveva frainteso, niente di catastrofico, lui ha un carattere passionale, non capisce che è solo una pausa, in ogni caso ha i suoi giorni stabiliti, salvo imprevisti e malattie.

Perché allora rimane confuso e accidioso, perché sopporta male i ruoli, i tempi, le occasioni ?

Così, invece di giocare con i suoi piccoli, si trova a girare agitato per le stanze, trapianta qualche vaso del balcone, lava e prepara un centinaio di bottiglie per travasare con la luna calante le altre tre damigiane che riposano in cantina, si reca al mercato ambulante per acquisti, ben interpretando il ruolo del pensionato loquace e sentenzioso con i gestori delle bancarelle.

Poi per calmarsi si è recato in biblioteca a studiare su dotti volumi che trattano temi come l’invenzione del popolo ebraico e le storie galanti del principe Genij.

Si riduce a fare il talpone tra i libri, come d’abitudine, consulta riferimenti storici, affatica gli occhi e s’intristisce.

Stasera ha avuto notizie del nipotino di un caro amico recentemente scomparso, un bambino tenero e giocoso di quattro anni, ha due nonni  che, pur essendo il loro unico nipote, non lo vogliono vedere e si disinteressano di lui.

Purtroppo non è il solo caso, ci sono altri anziani che vivono una loro vita artefatta e solitaria, che pensano solo a loro stessi, che non hanno la sensibilità di donare il loro affetto.

Stasera esame di coscienza: ordine e un pizzico di saggezza vecchio Talpone, i libri in giusta dose, ma i nonni lo si può essere per tutti, quindi mettiti in offerta a chi non li ha o non se li merita.

STORIE E CONTROSTORIE


La bella vita continua.

I nipotini erano tornati da Londra domenica sera, lunedì sono stati con loro tutto il giorno, martedì a pranzo fino a sera, oggi dall’asilo fino all’ora della nanna, poi forse ancora domani.

Giorni di abbondanza, un nonno che li può mangiare di bacini facendo la lotta, che partecipa ai loro fantastici giochi, che discute se il vigile di Pisapia può ammanettare il Supereroe cattivo dal nome impronunciabile, però poi può far intervenire la mamma playmobil che lancia un fazzoletto di carta magico che imprigiona il bestione distruttore.

Quando con le loro bacchettine gli lanciano incantesimi latini per tramutarlo in una statua di sale, nonno Talpone cerca di rilanciare la contro maledizione “ Porcellum !”

“ Eh no, non vale Harry Potter non diceva così !”

“ Va bene, allora: Stabimus Optime ! Lapis Niger !  Rosa Rosae !”

“ Eh no, nonno non sai niente, non si può giocare con te!”

Ahimè, il suo latino è dimenticato, deve studiare ancora o perlomeno rileggersi la serie completa degli apprendisti stregoni acquistata tanti anni fa.

Dovrà prendere molti appunti, la sua memoria sta peggiorando ogni giorno, i bambini invece sono ferratissimi, un loro amichetto sembra conoscere a memoria Guerre Stellari, Il Signore Degli Anelli e Il Mago Potter.

Il figlio promettente avvocato, quando era in vacanza a Brighton ha setacciato con i piccoli tutti i charity shop per acquistare pupazzetti e piccole astronavi di quelle saghe, sua moglie, la dolce avvocato Tuttopiede, ha sorriso, taciuto e accettato di accompagnare i tre bambinoni nelle campagne acquisti all’ingrosso.

Però il nonno l’altro giorno con un colpo di fortuna ha scovato in un negozietto cinese due bellissime Katane di plastica e due pistole al prezzo affare di sei euro, garantendo così le sue saghe personali dei due piccoli samurai contro il Drago Verde Talpone, nonché dei due cowboys contro Grande Talpone Seduto.

Per gli incantesimi latini andrà a ripetizione private, altrimenti non potrà mai diventare apprendista stregone.

Però quando verso sera racconta le sue storie, i piccoli lo ascoltano attenti e curiosi, le fiabe ben raccontate vincono ancora tre a zero !

Forza nonni, riusciremo un giorno a raccontare di Jolanda, la figlia del Corsaro Nero o di Tremal-Naik e la Perla della Laguna ?

1° MAGGIO E DIPENDENZE


Oggi pioggia a dirotto, è la festa dei lavoratori, questo diluvio di pianto dal cielo sembra confermare che di lavoro ce n’è sempre di meno, sempre meno pagato, sempre più tassato.

Forse bisognerebbe indire una festa per poter lavorare, magari fare in modo di impegnare la gente almeno due volte alla settimana, dare il cambio al sabato e alla domenica, per offrire un lavoro pagato a chi non ce l’ha.

Ma queste sono riflessioni talponesche, le prime che emergono futilmente dopo il ritorno del nonno dalla sua breve vacanza parigina.

Stranamente quando era lassù al nord, munito di tre penne a sfera, una matita e due taccuini, nei brevi momenti di riposo in un bistrò, gentilmente concessi dalla moglie Istrice maratoneta, lui sospirava di sollievo, chiedeva une petite bière, apriva il suo calepino e annotava idee, appunti, canovacci di storie, nomi curiosi, caratteristiche di volti incontrati nel metrò.

Appena tornato a Milano si sarebbe aspettato di scrivere decine di post.

Invece niente, silenzio e umorale accidia.

Non tanto per dover rivivere  una situazione di evidente inciviltà sociale momentaneamente dimenticata, ma per una serie impressionante  di malignità, di cattiverie gratuite e ossessive lette sul suo blog preferito, quello della sua mamma virtuale.

Si potrebbe ragionevolmente osservare che :

1)    Per un settantenne è matematicamente impossibile avere un madre appena quarantenne.

2)    I maligni, gli invidiosi, i mentalmente disturbati sono una realtà spiacevole, ma ricorrente nella vita di ogni giorno e nonno Talpone dovrebbe averlo capito da almeno mezzo secolo.

3)    Con tutti i piccoli o grandi problemi reali che una persona deve affrontare quotidianamente, uno scritto su un blog di internet dovrebbe avere un minor impatto rispetto ad una descrizione di un misfatto in un libro, penso a “ I Demoni “ di Dostoevskij, o alla visione di un film come “ Il colore viola” o “ Schindler list”.

4)    Forse un blog o Facebook consultati più volte al giorno ci coinvolgono emozionalmente più del dovuto e ci appaiono più reali di quanto abbiamo intorno a noi.

Certo uno non dovrebbe avere questi blocchi, si possono scrivere le proprie emozioni, parteciparle ad altri, ma questo non è un diario, non nel senso che normalmente gli viene dato.

No, non deve essere una serie di annotazioni intime, magari lagnose e piagnucolanti, emozionali e confessorie.

Il blog di nonno Talpone vorrebbe essere una serie di osservazioni curiose e una riscoperta di quanto ci accade, con un ironico distacco.

Quindi se lui non riesce ad entrare in questo stato di estraneazione creativa è inutile cercare di scrivere.

Forse anche queste poche righe sono inutili.

Però quando una lettrice mi scrive della scoperta della gioia di vivere di nonno Talpone, devo perlomeno confessare che questo stato di grazia è assai difficile da raggiungere, perlomeno per lui e bastano piccole cose per distruggerlo.

Lui è fermamente convinto che:

A)  Quelli sempre felici e ottimisti sono forse degli indifferenti o degli scocchi.

B)   I coraggiosi quando sono temerari sono degli incoscienti rovinosi.

C)   I pietisti buon samaritani saranno forse dei santi, ma molto più probabilmente hanno dei grandi sensi di colpa da assopire.

D)  I malvagi hanno nel loro passato delle esperienze tragiche e cattivi maestri che li hanno corrotti.

E)   Resta la grande maggioranza di brava gente comune, come lui, che ondeggia, va avanti, tra scatti di gioia, tante giornate uguali e frustate di dolore.    Riuscire a sorridere ed essere sereni per qualche attimo è quanto di meglio si possa chiedere.

 

Devo chiosare queste discordanti osservazioni di nonno Talpone, precisando che ieri mattina gli sono stati consegnati in amorosa custodia i suoi nipotini, appena arrivati dalle vacanze inglesi, che hanno giocato insieme fino allo sfinimento, che alla fine non hanno avuto il permesso di dormire con i nonni, ma oggi saranno a pranzo da lui.

Più che assuefazione da internet, oserei affermare che i nonni sono bambini-dipendenti.

HANID E UN SENSO DELLA VITA


Nonno Talpone sta per  andare all’aereoporto, ma vuole lasciare questa piccola fiaba per i suoi lettori, ringraziandoli per il loro affetto.

 

Un giorno, quando nell’intervallo pomeridiano i bambini potevano giocare nel cortile, Pamock e Hanid si ritrovarono nel loro angolo nascosto per parlare e raccontare le loro storie.

Il bruno Hanid era ancora vergognoso di aver mostrato paura dei fantasmi e volle raccontare lui stesso una strana avventura che aveva sentito ripetere nel suo lontano villaggio al di là del mare.

“ C’era una volta un valoroso soldato, Mohamed al Backar, giovane forte e coraggioso, che per i suoi meriti aveva ricevuto un’alta carica a palazzo ed era benvoluto dal Califfo del paese.

Ma la sua improvvisa fortuna l’aveva reso orgoglioso e arrogante, cominciò a disprezzare ogni persona o animale che gli pareva non avere senso o utilità, come i pazzi, i tafani o quei ragni che insieme alla polvere insudiciano le stanze degli uomini.

La sua superbia gli causò molti nemici, il Gran Ciambellano per rovinarlo rubò il piccolo forziere contenente le più pregiate collane, pietre ed anelli del Califfo, lo nascose nella fessura di una roccia fuori dalle mura e lasciò alcuni preziosi di minor valore nella camera di Mohamed.

Il furto creò uno scandalo inaudito a corte, si fecero ricerche in ogni stanza del palazzo e, quando le guardie scoprirono i gioielli tra i vestiti del capitano, subito lo arrestarono.

Mentre lo stavano trascinando dal Sultano per la giusta punizione, passando vicino al banco del macellaio del palazzo furono improvvisamente assaliti da un nugolo di tafani inferociti.

Subito si agitarono come forsennati, divincolandosi e scappando, mentre Mohammed ne approfittava per divincolarsi e fuggire via.

Uscito fortunosamente dalla città, corse nella campagna deserta e, arrivato in una cava di pietre, scovò un piccolo cunicolo in cui entrare per cercare rifugio.

Vi si trovavano due ragni che, forse per pietà del fuggiasco, o per riparare le loro tele strappate, ritesserono le loro fitte tele.

Quando i soldati all’inseguimento del prigioniero passarono lì vicino, videro l’apertura, ma le tele di ragno li convinsero a cercare altrove.

Dopo un giorno e una notte passate nel suo piccolo rifugio, Mohammed ringraziò mentalmente i ragni e i tafani per l’aiuto prestato e fuggì lontano.

Mentre passava per luoghi deserti fu però sorpreso da un gruppo di banditi che trasportavano delle persone catturate per essere vendute come schiavi.

Lui si finse subito pazzo, aveva i vestiti laceri, la barba e i capelli irsuti e sporchi, quando si mise a sbavare, a lanciare grida gutturali e strillare come una scimmia della foresta i predoni schifati lo cacciarono via a colpi di pietre.

Mohammed ringraziò mentalmente la presenza al mondo dei folli, ritornò nelle campagne, si lavò ad un ruscello, si alleggerì degli abiti portati e quando vide un capraio con il suo gregge gli chiese umilmente del cibo.

Il brav’uomo lo sfamò, poi impietosito lo tenne con sé per aiutarlo a curare le sue bestie, cosa che il fuggiasco si adattò a svolgere con grande attenzione.

Dopo qualche mese il capraio acquistò altro bestiame e ne affidò una parte al suo aiutante, che si spostò nelle vicinanze, cercando sempre luoghi isolati e solitari.

Il lavoro non era faticoso, ma Mohamed mancava di esperienza e nel branco vi era  un caprone bellicoso e malvagio, che non mancava mai di cercare di colpirlo appena lui si distraeva.

Un giorno, spazientito, il giovane guardiano pensò di dargli una lezione esemplare.

Si accampò vicino ad un gruppo di rocce, ne scelse una abbastanza grande e finse di volersi accucciare voltando la schiena al gregge.

Il caprone subito lo puntò e gli corse addosso velocissimo a capo abbassato per incornarlo.

Ma quando era ormai vicinissimo Mohammed scartò di lato e il caprone diede una gran testata conto la roccia, cadendo indietro tramortito.

Si era udito un gran schianto con caduta di pietre, timoroso che la bestia si fosse spaccata la testa, lui andò a vedere da vicino.

Il caprone era indolenzito ma vivo, si era rivelata invece un’apertura nella roccia ove si intravedeva uno scrigno dorato, quello rubato al Califfo.

Allora Mohammed radunò il gregge e ritornò dal suo amico capraio, raccontò l’accaduto e insieme avvisarono gli altri pastori della zona per tendere una trappola quando fosse ritornato il vero ladro.

Per varie notti aspettarono nascosti fino a quando videro una figura avvolta in un mantello che si avvicinava furtivo.

Quando questa si accostò alle pietre e vi inserì una mano, gli furono subito addosso e lo legarono con delle funi, mentre alla luce delle torce si mostrava la faccia atterrita del Ciambellano.

L’indomani mattina un folto corteo di pecorai e caprai con i loro greggi, tenendo ben stretto il colpevole e guidati da un Mohammed trionfante, che recava tra le braccia il tesoro recuperato, si avvicinò alla città, varcò le porte e passò tra due ali di folla stupita ed ammirata, entrò nel palazzo del Sultano per deporre ai suoi piedi il tesoro recuperato e l’infedele suddito.

Grandi feste e nuovi onori per il valoroso Mohammed, che da allora imparò ad essere umile e tollerante, anche i caprai ebbero monete d’oro in dono e la possibilità di entrare come guardie del palazzo.

Questo corpo armato scelto, da lui capitanato, ebbe sulle insegne e sugli scudi le figure di due ragni, di sette tafani  e il volto di un folle.

Da allora nessuno osò più dire che al mondo vi fossero cose inutili, perché ogni cosa può avere un senso, anche se noi ora lo ignoriamo.”

Pamock sorrise felice e batté le mani complimentandosi con Hanid per la sua storia meravigliosa.

SEPARAZIONI E MALATTIE


Il piccolo Scoiattolino ha da giorni una tosse insistente e logorante, qualche linea di febbre, forse di origine virale, ma è stato felice di stare a casa con i nonni.

Il fratellino Polipetto, invidioso della sua posizione privilegiata, si è rifiutato di andare all’asilo e , data la sua fermezza di origine martellesca ( che dio assista i suoi poveri genitori ), naturalmente ha vinto sempre.

Anche nonno Talpone da giorni soffre di mal di stomaco, continua l’uso di antibiotici, Buscopan, patate bollite e acqua, ma quando si trovava in compagnia dei nipotini si è sempre divertito in modo fanciullesco.

Giocare una giornata intera è un privilegio, faticoso magari, ma sempre meglio degli sforzi muscolari in piscina o in palestra.

Oltretutto è gratuito.

Non poter uscire di casa naturalmente può essere limitante, ma non ci si è mai annoiati.

I loro bellissimi galeoni dei pirati, i Lego di Harry Potter con relativo castello e trenino, il Jumbo gigante cabinato con passeggeri sono giocattoli estremamente costosi e affascinanti da ammirare, ma sembrano servire più ai padri che ai figli.

Nonno Talpone ricorda perfettamente che il figlio promettente avvocato aveva acquistato per il piccolo, quando questi aveva meno di due anni, un’autopista da formula uno, una mini ferrovia elettrica, una gru gigante e un’auto telecomandata, che in realtà lui usava spudoratamente con i suoi amici trentacinquenni.

A noi piccoli bastano una decina di cuscini, un paio di spade di plastica, qualche sedia, due coperte, scatole di cartone, spiccioli di monete oltre a qualche altro oggetto casalingo per improvvisare decine di giochi fantasiosi e scatenati.

Il treno di sedie che percorre la prateria degli indiani, la tenda dove ripararsi sotto la tempesta, la scatola del tesoro nascosto, l’assalto al vascello spagnolo, il duello tra Peter Pan e Capitan Uncino, la cucina del ristorante, le bastonate sul nonno e relativi bernoccoli su cui lanciarsi a tuffo, le battaglie a cavallo, il palazzo del sindaco Pisapia, la guerra sulle astronavi che lanciano missili cuscini.

Tutto o quasi messo a posto prima del ritorno a casa di mamma.

Ma alla sera arriva l’ora della partenza, ci si lascia sempre con un po’ di magone.

Ma suvvia bisogna confessarlo : domani nonno Talpone e consorte voleranno a Parigi per una vacanza di quattro giorni, gentilmente offerta come regalo dal figlio avvocato.

I due piccoli con i genitori quasi nello stesso periodo voleranno a Brighton dallo zio Martello di dio.

Non so se vi siano persone che, con una certa dietrologia, potrebbero supporre una losca manovra di separazione tra nonni e nipoti.

Con altrettanta malignità si potrebbe anche sostenere che il mal di stomaco dell’anziano e la tosse parossistica del giovanissimo Scoiattolino possano essere di origine psicosomatica.

Ma noi non vogliamo cadere in simili pettegolezzi, i due malati restano con i loro dolori, quale che sia la loro origine, quando si ritroveranno saranno senz’altro guariti e felici.

ALCUNI FATTI IN BREVE


A mezzogiorno rammentare con acuta nostalgia il luculliano pranzo di Pasqua in Umbria e ridursi a mangiare pane e formaggio.

Alla sera a cena, al ritorno della sua Istrice, scoprire che in fondo al frigorifero, ben coperti e nascosti, vi erano contenitori contenenti paté di fegatini all’umbra, porzioni di arrosto tartufato, prosciutto e salami affettati.

Passare una piacevole giornata con il nipotino influenzato, avendo portato in regalo un DVD di Pingu, visto tre volte di fila, e incominciare ad esprimersi in quello strano linguaggio gutturale svedese-pinguinesco, senza riuscire a smettere.

Andare a visitare stamattina la zia novantenne, l’unica che gli parla come un bambino di sei anni e tornare a casa con un tremendo mal di stomaco, esattamente come avveniva in quei tempi lontani.

A cena, mentre l’Istrice assapora cibi gustosi e beve dell’ottimo Pinot Nero, essere ridotto a un piatto di riso scondito e acqua.

Ridursi a pensare, per consolarsi, di essere un vietcong nascosto nella giungla, che apre furtivo la sua foglia di banano, contenente un pugno di riso bollito, sicuro della vittoria finale.

Di sicuro per ora solo la borsa dell’acqua calda sullo stomaco e le compresse di Buscopan.

GIORNATA DI COMPLEANNO


Alcune lettrici mi chiedono cosa ha fatto nonno Talpone durante il giorno del suo compleanno.

Ho dato uno sguardo al suo diario.

“ Mi sono reso conto di aver compiuto un anno, mi sento le forze di 24, ma il collo e la schiena mi rammentano un’età molto più tarda.

L’Istrice Prussiana ha lavorato al computer per le sue tesi, poi deve stirare, riposare e andare al suo concerto alla Scala.

Io mi defilo, passeggio sotto la pioggia, chiedo ricovero al figlio promettente avvocato, permesso accordato, anche con un invito a cena e sottinteso permesso di vedere i nipotini.

Porto una copia rilegata delle mie fiabe per loro, oltre ad averle raccontate a voce, se vorranno i genitori potranno leggergliele.

A casa loro tutto tranquillo, i piccoli disegnano e colorano con la mamma nella cameretta, il papà è tutto indaffarato e infarinato in cucina.

Ha preparato le tagliatelle all’uovo, il pane casareccio e, consultando il grosso libro delle guide in cucina di Repubblica, sta allestendo una cenetta con ravioloni alle seppie, mozzarella, fave e pomodorini ciliegini.

Poi arriva la madre, sgrida il marito perché si è sporcato i vestiti e anche il pavimento della cucina.

Incauto, in quel locale, ma non solo, regna solamente la moglie, anche perché, se lei rompe o sporca, nessuna la redarguisce.

Mi rifugio subito nella cameretta dei piccoli e inventiamo un nuovo gioco.

Loro fingono di essere dei sacchetti di farina, io la mamma che va al supermercato, se li carica in braccio, tredici kg il sacco grande, sei quello formato ridotto, li trasporta in sala, finge di bagnarli con l’acqua, li impasta per bene, ne fa lunghi rotoloni, li taglia a tocchettini ed ecco gli gnocchi sono pronti.

Fingo di mangiarli a bacetti.

“ Non puoi nonno, prima li devi cuocere in pentola !”

Con altri cuscini preparo il pentolone con l’acqua, metto un coperchio cuscino, conto fino a dieci, l’acqua è calda e così li posso sollevare di peso e buttarli sull’altro divano.

Ma mentre mi accingo a gustarmeli lo Scoiattolino strilla “Non hai messo il ragù e il parmigiano !”

Così devo prendere altri cuscini, mettere al fuoco un’altra pentola, aprire  e versare un cuscino scatola di pomodoro, buttarci un libro di sale, un altro di olio e basilico e carnina, una presa di peperoncino, versare il tutto sui due bambini e mangiarmeli a sazietà.

Lo Scoiattolino si preoccupa “ Nonno è troppo, diventi ciccione, mettine via una parte per domani “

Copro le gambe con coperchi cuscini, avrò da mangiare anche per il giorno dopo.

Il gioco li diverte così tanto che devo ripeterlo una ventina di volte, poi il piccolo Polipetto si stanca e scappa via prima di essere mangiato.

“ Accidenti al supermercato – grido io – mi hanno dato dei sacchetti di farina con le gambe, ora li devo prendere !”

Così iniziamo a correre tra camere e corridoio, loro ridono e mi sgusciano tra le mani come anguille, io li rincorro per la mia cenetta pantagruelica.

Una voce imperiosa della mamma “ Tutti a tavola, lavarsi le mani !”

Obbediamo tutti e a tavola troviamo pronti e fumanti i piatti di papà.

Ma dove sono gli gnocchi al ragù ?

Coro di proteste “ Vogliamo gli gnocchi, gli gnocchi, gli gnocchi !”

Loro calmano i bambini “ Non fate storie, mangiate tutto o non apriamo le uova di Pasqua con la sorpresa !”

Mugugni, tentativi di ribellione, ma la sorpresa dell’uovo di Pasqua è troppo invitante.

Finalmente ci arriviamo, buono il cioccolato e la sorpresa è un altro pupazzetto di Gordon Flash.

Si prepara una lotta di gruppo contro il cattivone Green Tree.

Si fa tardi, “ Nonno domani è mercoledì ?”

“ No è lunedì”

“ Ma ci vieni a prendere tu all’asilo ?”

“ No, tocca alla mamma, il mio turno è il mercoledì”

“ Nonno, puoi dormire con me nel lettino ?”

Sguardo circolare intorno, facce negative, “ No caro, la nonna forse mi aspetta e poi russerei troppo forte”

Rimetto le scarpe, bacioni e abbracci, poi via verso l’autobus che mi porterà verso a casa, piove, alla fermata aspetto vicino a due ragazzotti che parlano di gente dritta con macchinone, cavalli e ville in paesi tropicali.

Li guardo, sono vestiti in modo dimesso e noto una bici sgangherata appoggiata alla pensilina.

Sognare è bello e gratuito, io intanto calcolo le ore che mancano a mercoledì pomeriggio.

E se domani preparassi un buon ragù e acquistassi due confezioni di gnocchi rana ?

Ma mi rendo conto che sono solo un nonno e non la mamma, devo imparare a stare al mio posto.

 

PAMOCK E IL FANTASMA FORMAGGINO ( fine )


“Beati loro, hanno la fortuna di essere in tanti a giocare, lottare, rotolarsi per terra e ruzzolare giù dai pendii erbosi – pensava il fantasma Formaggino, invidioso di tanta compagnia e libertà – nessuno li sgrida, nessuno li lava, che meraviglia !”

Poi si accorse che, appartato da tutti gli altri, in un angolo era accucciato un bambino dal viso gonfio e dai grandi occhi tristi, il gruppo lo evitava con evidente fastidio, perché quando lui cercava di muoversi i suoi movimenti erano scomposti e puerili, le sue parole smozzicate e gutturali.

Il fantasma Formaggino lo studiò a lungo incuriosito, poi si mosse dall’altra parte del cespuglio per vedere dove fosse finita la palla che un bambino con un gran calcio aveva mandato lontano.

Ad un tratto si sentì toccare e una voce stridula gli chiese:

“ Bambino buffo, chi sei ?”

Formaggino fece uno scarto improvviso, spaventato a morte, poi si accorse che era solo il ragazzino dal viso gonfio, che lo scrutava interessato con i suoi grandi occhi opachi e tristi.

“ So … sono un fantasma bambino, ma tu, tu non hai paura di me ?”

“ Perché bambino buffo ? No, ma tu puzzi proprio, lo sai ?”

“ Uffa … certo che lo so, me lo dicono sempre e per prendermi in giro mi chiamano fantasma Formaggino “

“ Bambino buffo, io mi chiamo Sandro, vuoi giocare con me ?”

Il piccolo fantasma si riprese dalla vergogna di essere proprio lui quello che si era spaventato, smise di arrossire e fu ben felice di aver finalmente trovato compagnia.

Si misero subito a giocare a nascondino tra i cespugli, a lanciare sassolini nello stagno, a raccogliere le foglie cadute, ridendo e scherzando felici.

Si misero anche  a correre tra le pozzanghere, rifacendosi il verso, con gridolini scomposti e gutturali.

Dopo alcune ore piccolo Sandro venne chiamato dalla sua mamma e dovette ritornare a casa, ma prima si scambiarono la promessa di rivedersi l’indomani.

Il fantasma Formaggino fu di parola e, invece di riposare nelle segrete del castello, di primo mattino fuggì fuori per incontrare il suo nuovo amico.

Nuovi giochi e scherzi, gridolini e risate gioiose, il piccolo Sandro aveva anche lui trovato finalmente un amico comprensivo e tollerante.

Non solo, da quel giorno nessun altro bambino del paese osò più schernirlo per le sue debolezze, altrimenti lui avrebbe chiamato subito il suo piccolo amico fantasma che li avrebbe spaventati a dovere.

Fece di più il saggio Sandro, portò fuori da casa un grosso pezzo di sapone da bucato, spiegò all’amico che non era un dolce da mangiare, ma serviva a pulirsi per bene, in modo che la povera mamma fantasma poté lavarlo a fondo, sempre che le riuscisse di afferrarlo in tempo per il bucato domenicale.

Gli rimase il soprannome di fantasma Formaggino, anche se l’odore del suo lenzuolo bianco grigiastro era molto migliorato, diciamo da Gongorzola ammuffito a Pecorino saporito.

Ma che importava l’odore e il colore del lenzuolino del suo compagno Formaggino, un vero amico è un grande amico e basta.”

“ Caro Pamock, questo fantasma non mi ha fatto per niente paura – asserì convinto Hanid – anzi mi ha fatto venire l’acquolina in bocca, come vorrei avere tra le mani un pezzo di formaggio Ackawi o Naboulsi, ma come posso trovare coraggio se incontro uno spettro vero, grande e cattivo ?”