HANID E LA CORSA SFRENATA DEI CAMMELLI ( fine )


Ad un tratto gli si presentò uno spiritello del deserto, un Ginn, una delle misteriose ed etere creature che molto possono fare per uomini ed animali.

Aveva ascoltato i lamenti dell’animale e lo consolò con queste parole :

“Al Marid, a tua ora non è ancora venuta, sii forte e paziente, nessuno può sapere cosa gli riserva il futuro, siamo nelle mani del Potente, del Misericordioso, di cui non mi è lecito fare il nome, aspetta e abbi fede, ritorna al tuo lavoro, verrà il giorno della ricompensa e della gloria “

Il cammello ringraziò il Ginn e più confortato riprese la via del ritorno al suo caravanserraglio.

Trascorsero veloci i giorni, i mesi, gli anni e la fama e le prodezze del giovane guerriero suscitarono entusiasmo nelle folle, numerosi furono i suoi seguaci, più ampie le sue conquiste.

Il cavallo Al Sarì ebbe preziose bardature d’oro e di seta, anche se qualche ferita segnava ormai il suo lucido manto.

Un giorno il giovane condottiero sbaragliò il nemico in un’importante battaglia e lo inseguì implacabile per pianure e il deserto, ma le fatiche e la sete decimarono la sua cavalleria e persino il veloce Al Sarì cadde stremato a terra.

Il condottiero era furente, vedeva allontanarsi verso la salvezza il residuo manipolo di nemici, con quel re arrogante che prima l’aveva minacciato.

Poi notò il gruppo di cammelli che lo seguivano a breve distanza, deciso e rapido fermò il primo animale, tagliò le corde che legavano i bagagli, vi montò sopra, ordinò ai suoi fedeli di fare altrettanto, si chinò all’orecchio di Al Marid e gli sussurrò :

“ Ora a te cammello tocca mostrare il tuo valore, se mai lo possiedi !”

Il giovane animale si erse in tutta la sua possanza e si lanciò furiosamente all’inseguimento del nemico, veloce e instancabile, per giorni condusse il suo padrone in ogni luogo, per quanto lontano e inaccessibile fosse, fino a quando tutta la regione fu vinta e pacificata.

Ora nelle parate d’onore si poteva vedere il giovane califfo che montava uno splendido cavallo bianco, dal nome Al Abyad, maestoso e borioso più che mai, seguito subito dopo dal cammello Al Marid, che portava una sella di prezioso cuoio intarsiata, in cui era inciso il suo nome a caratteri d’argento massiccio, con appese lo scudo, la scimitarra e la lancia usati nella famosa vittoria.

Si muoveva con andatura sicura ma modesta Al Marid, lui e il suo padrone conoscevano l’ardimento e il valore tenace, agli altri il merito o la paura di scoprirlo”.

“E che fine fece il cavallo Al Sarì ?- domandò incuriosito il giovane Pamock.

“ Ah lui riposava ormai nelle scuderie del califfo, smagrito e stretto da fasciature che curavano le sue ferite, ma non era affatto triste, impegnato com’era a raccontare ai giovani puledri che gli erano vicini le sue eroiche battaglie, con sempre nuovi e roboanti particolari.

Era un uditorio giovane e ancora attento, a breve sarebbero stati sostituiti da nuove leve, Al Sarì non avrebbe fatto in tempo ad annoiarli.”

Hanid finì la sua storia e confessò : “ Sai Pamock, quando mi sento molto solo e depresso mi metto là, in quell’angolo di muro, appoggio l’orecchio ai mattoni scrostati e ascolto il rombo degli zoccoli dei cammelli in corsa sfrenata, loro verranno un giorno a liberarmi da questo recinto, per portarmi via da qui, lontano, nel deserto infinito.”

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HANID E LA CORSA SFRENATA DEI CAMMELLI ( 1°)


Nell’afoso pomeriggio di quel triste cortile, con un cielo plumbeo e opprimente, si percepiva un senso soffocante di attesa, ognuno agognava l’arrivo di un temporale liberatorio, che avrebbe portato una sferzata di frescura.

I due bambini, poveri uccellini migranti in un precario rifugio, si accucciarono nel loro angolo preferito, vicino al vecchio cancello dalle sbarre arrugginite, dove si poteva godere un lieve refolo d’aria.

Hanid, che aveva apprezzato con poche cortesi parole il racconto del maialino Ciuffetto che aveva narrato il suo amico Pamock, era imbarazzato dal fatto di non poter far notare che quell’animale impuro lo disgustava, quindi si lanciò subito in una avventurosa storia che ricordava di aver udito nel suo povero villaggio al di là del mare.

“ Devi sapere, caro amico,  che in tempi lontani noi avevamo condottieri e califfi coraggiosi e temerari, combattenti eroici che misero in fuga eserciti ben più grandi di loro, armati solo della loro fede e del loro valore.

Uno di questi, uno dei  più grandi, aveva all’inizio solo un piccolo gruppo di fedeli seguaci, pochi cavalli e cammelli, ma con questi fondò un impero così grande da far tremare re e imperatori.

Nelle battaglie cavalcava il suo cavallo preferito, un animale agile e scattante chiamato Al Sarì.

Il miglior foraggio e un secchio di fresca acqua di rose era preparato solo per lui, alla notte nel caravanserraglio veniva premurosamente coperto da un mantello prezioso.

Poco discosto da lui di solito riposava un giovane cammello, adibito al trasporto di pesanti carichi di armi e vettovaglie, chiamato Al Marid.

Stando spesso vicini, nelle lunghe notti stellate il cavallo amava raccontare senza tregua all’animale che gli era accanto le prodezze del suo padrone, di come questi lo accarezzasse e lo premiasse con verdure dolci e gustose, di come talvolta gli confidasse i piani futuri di gloriose imprese che si proponeva di iniziare.

Spesso Al Sarì si infervorava nel suo raccontare e diventava sempre più arrogante e sentenzioso, affermava di essere ormai sicuro della grande fama che avrebbe acquisito con le prodezze del suo padrone.

Anzi, le prossime conquiste avrebbero dovuto essere attribuite in gran parte alla sua forza e alla sua velocità, pertanto riteneva che per riconoscenza in futuro il condottiero avrebbe dovuto nominarlo Cadì in qualche ricca regione, con l’omaggio di un nutrito harem di giovani puledre.

Le notti stellate erano ormai diventate lunghe e noiose per il povero cammello Al Marid, che si sentiva altrettanto forte ed intrepido del borioso vicino, ma doveva continuare ogni giorno a portare solo pesanti carichi ed essere pungolato da un rude cammelliere.

Una notte non riuscì più a sopportare lo strazio di quei vaneggiamenti vanitosi, diede uno strappo al paletto che lo legava e fuggì via dal caravanserraglio, verso il deserto, girando senza meta, fino a fermarsi vicino ad una pozza d’acqua, dove si abbeverò e piangendo si lamentò, rivolto alla luna e alle stelle, della sua triste esistenza.

DINO E CIUFFETTO ( fine )


Così, passata la mezzanotte, i due malvagi indossarono dei vecchi lenzuoli, ne fecero dei buchi per gli occhi, presero un grosso bastone, una lunga catena di ferro e con due piccole lanterne si recarono silenziosi alla casupola solitaria per sorprendere i due dormienti.

Spalancarono silenziosi la porta e subito iniziarono a battere il bastone contro i muri, a scuotere la catena, ululando e emettendo grida e gemiti agghiaccianti, che terrorizzarono i due malcapitati.

“ Siamo fantasmi dannati!- urlò l’oste con voce roca – dacci tutto l’oro che possiedi o ti trascineremo nell’inferno !”

“ Ma quella era l’ultima moneta che avevo – gemette Dino battendo i denti dalla paura – do… domani qua… quando l’oste mi darà il resto vi darò tutto, giuro, non ho più niente !”

I due figuri frugarono rabbiosamente tra i vestiti e nel suo fagotto, ma non trovarono un soldo.

Infuriati gridarono “ Allora ci prenderemo questo maialino e lo faremo arrosto !”

Il povero Dino era quasi morto dalla paura, anzi, con rispetto parlando, se l’era fatta sotto, ma quando il grosso fantasma afferrò il tornito cosciotto del suo amico di sventura, qualcosa esplose in lui come una bomba, gli si buttò contro lanciando calci furiosi, mentre Ciuffetto si rigirò morsicando scatenato l’altro preteso fantasma.

Con urla di dolore le due bianche figure scapparono fuori nella notte, lasciando vincitori sul campo i due amici.

“ Squitt, squitt, sei stato molto coraggioso Dino, sei un vero eroe – grufolò Ciuffetto dando una leccatina amorosa al suo salvatore – ma per prudenza è meglio nascondersi in qualche lontano pagliaio”.

Pertanto si allontanarono da quel posto ostile e quando il mattino seguente si svegliarono nel loro nuovo rifugio il piccolo Dino disse “ Ahimè, ora siamo senza soldi e senza cibo, come faremo ?”

Ma il porcellino rispose “ Squitt, squitt, ci penso io “

Corse nel campo vicino, annusò in giro, scavò e tornò con alcune grosse patate.

Così, acceso un focherello e messi i tuberi sotto la cenere i due amici ebbero il loro rustico pranzetto.

Dino e Ciuffetto fecero molta strada nei giorni seguenti, stando lontano dagli abitati, mangiando mele e patate, bevendo ai ruscelli e dormendo nei fienili.

Ma non poteva durare questa semplice dura vita vagabonda, il bambino cominciava a soffrirne, così, mentre si riposavano ai margini di un bosco, il maialino grugnì deciso “ Squitt, squitt, fermati qui, ho un’idea !”

Veloce si allontanò tra gli alberi, annusando rumorosamente, scavando buchette qua e là, tornando alla fine con in bocca alcuni sassi nerastri che emanavano un odore pungente ed acuto.

“ Uhm, ma queste patate puzzano, sono marce, Ciuffetto !”

“ Sgrunf, sgrunf, padroncino sei un somaro a due gambe ! Questi sono pregiatissimi tartufi, li venderai al mercato e farai molti soldi, squitt, squitt !”

Infatti quando si recarono in città, con quelle curiose patate puzzolenti stranamente il piccolo Dino guadagnò delle belle monete d’oro, e così mangiarono come dei re, poi si comprò un vestito e delle scarpe nuove per lui , una spazzola di madreperla e un guinzaglietto rosso di cuoio per il fedele amico .

Il bambino imparò velocemente molte cose in quei giorni : a controllare la sua paura, a lavorare per guadagnarsi da vivere, ad essere generoso, ma a riconoscere il valore dei soldi.

Era diventato adulto in fretta, però gli mancava qualcosa a cui non sapeva dare il nome.

Un giorno mentre passava per una via che conduceva al mercato, vide dietro uno steccato di una villetta un gruppo di tre bambini che giocavano felici, si fermò a guardarli ammirato e incuriosito.

Dalla porta di casa uscì un giovane mamma, magrolina e con un buffo caschetto di capelli rossi, gli sorrise gentilmente e gli chiese “Vuoi entrare, ho appena preparato un bella torta al cioccolato per i miei bambini, vuoi favorire ?”

Dino si girò ad interrogare con lo sguardo il suo maialino, ma la mamma capì e aggiunse che aveva anche delle belle pannocchie di granoturco per il suo amico.

Così i due entrarono in quel giardino per la merenda che veniva loro offerta, ma tutti furono così amorevoli e gentili che si fermarono per la notte, poi anche la seguente, poi diventarono come dei figli e Dino trovò nuovi amici, anzi veri fratelli con cui giocare, litigare, ma soprattutto imparare insieme le cose semplici e giuste della vita.

Anche il riccioluto maialino fu ben accettato in famiglia, a parte qualche conflitto di idee con la rossa mammina che si costringeva a sofferenti diete, cosa che faceva grugnire a Ciuffetto “ Sgrunt, sgrunt, cicciottello è sempre bello mia cara, squitt, squitt !”, ma per Natale ebbe in regalo una rosea maialina con cui stare in compagnia ed allevare ben presto una numerosa e turbolente figliolanza.

Passato qualche tempo il buon Dino rimandò ai genitori le monete d’oro che aveva ricevuto, scrivendo in un biglietto che aveva alla fine scoperto due tesori : l’amore di una mamma e l’amicizia che bambini e animali ti possono dare.

 

 

DINO E CIUFFETTO (1° parte )


Un piovoso pomeriggio di primavera due bambini di quel polveroso asilo per piccoli migranti avevano trovato rifugio in un sottoscala solitario, dove il biondo Pamock iniziò a raccontare al suo grande amico Hanid la storia di Dino e Ciuffetto.

“ Tutti noi conosciamo la fiaba di Giovannino Senza Paura, quel bambino che lasciò la sua casa per conoscere il mondo e provare che lui non temeva niente e nessuno.

Come sai, era capitato una notte in un castello, dove un fantasma gigantesco spaventava a morte ogni malcapitato che vi trovava rifugio, aveva superato ogni prova con sicura arroganza, sciogliendo così l’incantesimo che dominava in quelle mura, diventandone il proprietario e guadagnando tre casse d’oro che vi erano nascoste.

Sembra che da allora, donato un paio di forzieri ai poveri e ai religiosi, vi sia rimasto tutta la vita, agiato e ozioso, senza dover dare altre prove di coraggio.

Insomma una bella storia di un’ incosciente avventuroso, presto appagato e tranquillo.

Bisogna anche ammettere che non si dimenticò della sua famiglia d’origine, perché mandò a casa un sacchetto di monete d’oro per i genitori e i fratelli.

In quel lontano paese i genitori ne furono ben felici, con alcune monete allargarono e misero a posto la loro casupola, acquistarono anche una mucca e una coppia di maiali.

Presto ebbero una numerosa nidiata di porcellini, tutti rosei e paffutelli, tra questi ve ne era uno con uno strano ciuffetto di peli sopra gli occhi, che faceva il paio con il suo codino riccioluto.

Venne subito chiamato Ciuffetto e si distingueva dai fratellini per  una curiosità e un’ intelligenza non comuni.

I genitori di Giovannino Senza Paura, se si erano disperati quando a suo tempo quel figlio era scappato da casa, ora erano  ben felici del denaro ricevuto e pensarono bene di mandare all’avventura anche il loro secondo figlio, Dino.

Veramente bisogna dire che, con assai poca fantasia alla nascita l’avevano chiamato Secondo, essendo assai piccolo l’avevano soprannominato Secondino, per sua fortuna ridotto con il tempo ad un più pronunciabile Dino.

Con gli anni era cresciuto roseo, paffutello, con dei fitti capelli in testa, irti come un istrice, era grassoccio, anche se non vi era molto da mangiare in casa, sembrava che si nutrisse d’aria, aveva la disarmante semplicità dei fiori di campagna e purtroppo, al contrario dell’ardito e incosciente fratello maggiore, era un gran fifone.

Ma lui non se ne curava troppo, viveva felice con le sue piccole cose, amava la natura e gli animali, Ciuffetto era il suo preferito e insieme girellavano nei prati vicini, per farsi un bel riposino sotto qualche albero ombroso.

Non era di grande utilità alla fattoria, pensarono i suoi genitori, era ora quindi che cercasse fortuna anche lui, magari guadagnando castelli e casse d’oro, possibilmente per consegnarli tutti in casa.

In tutta fretta pertanto gli diedero un fagottino con del cibo, il bastone da viaggio, una mantella, due monete d’oro in tasca e lo misero subito sulla strada, con tanti saluti e auguri di buona fortuna.

Il povero Dino, al primo angolo del sentiero, si sedette a piangere sconsolato e intimorito, ma uno zampettare veloce tra l’erba gli mostrò l’arrivo del suo compagno di giochi, sì proprio il riccioluto Ciuffetto, che aveva voluto seguirlo nel suo viaggio.

Lo abbracciò felice e, ripreso coraggio, si incamminò con il suo fedele amico lungo la strada sconosciuta.

Cammina, cammina, a mezzogiorno arrivarono  vicino ad un gruppo di case, trovarono un posto all’ombra per fare colazione, ma, mentre mangiavano, si avvicinò un mendicante con le stampelle per chiedere la carità.

Dino impietosito non solo divise il cibo con lui, ma estrasse una moneta d’oro e gliela regalò.

Inutilmente il roseo Ciuffetto grugnì “ Sgrunf, sgrunf, padroncino, è troppo, rimarremo senza denari ! Squitt, squitt !”

Ma se il vecchio mendicante era ancora lì, abbacinato e stupito a farfugliare ringraziamenti, Dino affermò deciso “ Non squittire troppo amico mio, ne ha bisogno, poverino !”

Lasciarono quelle case tra le benedizioni del vecchietto e i due compagni di viaggio ripresero il cammino che li portò verso sera ad un altro villaggio più grande; lì entrarono in un’osteria e Dino chiese al padrone da mangiare e un letto per dormire, mostrando la sua moneta d’oro.

L’oste l’afferrò avidamente e fornì in tutta fretta un’ottima cena, compresa una grande ciotola ricolma di carote, rape e mele per Ciuffetto, che aveva iniziato a squittire segnali di prudenza verso il suo padroncino.

L’ostessa però, quando vide la moneta, ebbe un’idea e fece accomodare i due ospiti non nelle camere della locanda, ma in una casupola poco lontana, spiegando che lo faceva per il loro bene, voleva che dormissero in tutta tranquillità, con il miglior trattamento possibile.

L’oro aveva suscitato ammirazione, ma ancor più una frenetica avidità nella coppia, che si dissero “ Questo bambino è un babbeo, è ricco, bisogna spennarlo per bene, prima che ci pensi qualcun altro prima di noi, come dice il proverbio, l’occasione fa l’uomo ricco !”

STORIE E CONTROSTORIE


La bella vita continua.

I nipotini erano tornati da Londra domenica sera, lunedì sono stati con loro tutto il giorno, martedì a pranzo fino a sera, oggi dall’asilo fino all’ora della nanna, poi forse ancora domani.

Giorni di abbondanza, un nonno che li può mangiare di bacini facendo la lotta, che partecipa ai loro fantastici giochi, che discute se il vigile di Pisapia può ammanettare il Supereroe cattivo dal nome impronunciabile, però poi può far intervenire la mamma playmobil che lancia un fazzoletto di carta magico che imprigiona il bestione distruttore.

Quando con le loro bacchettine gli lanciano incantesimi latini per tramutarlo in una statua di sale, nonno Talpone cerca di rilanciare la contro maledizione “ Porcellum !”

“ Eh no, non vale Harry Potter non diceva così !”

“ Va bene, allora: Stabimus Optime ! Lapis Niger !  Rosa Rosae !”

“ Eh no, nonno non sai niente, non si può giocare con te!”

Ahimè, il suo latino è dimenticato, deve studiare ancora o perlomeno rileggersi la serie completa degli apprendisti stregoni acquistata tanti anni fa.

Dovrà prendere molti appunti, la sua memoria sta peggiorando ogni giorno, i bambini invece sono ferratissimi, un loro amichetto sembra conoscere a memoria Guerre Stellari, Il Signore Degli Anelli e Il Mago Potter.

Il figlio promettente avvocato, quando era in vacanza a Brighton ha setacciato con i piccoli tutti i charity shop per acquistare pupazzetti e piccole astronavi di quelle saghe, sua moglie, la dolce avvocato Tuttopiede, ha sorriso, taciuto e accettato di accompagnare i tre bambinoni nelle campagne acquisti all’ingrosso.

Però il nonno l’altro giorno con un colpo di fortuna ha scovato in un negozietto cinese due bellissime Katane di plastica e due pistole al prezzo affare di sei euro, garantendo così le sue saghe personali dei due piccoli samurai contro il Drago Verde Talpone, nonché dei due cowboys contro Grande Talpone Seduto.

Per gli incantesimi latini andrà a ripetizione private, altrimenti non potrà mai diventare apprendista stregone.

Però quando verso sera racconta le sue storie, i piccoli lo ascoltano attenti e curiosi, le fiabe ben raccontate vincono ancora tre a zero !

Forza nonni, riusciremo un giorno a raccontare di Jolanda, la figlia del Corsaro Nero o di Tremal-Naik e la Perla della Laguna ?

HANID E UN SENSO DELLA VITA


Nonno Talpone sta per  andare all’aereoporto, ma vuole lasciare questa piccola fiaba per i suoi lettori, ringraziandoli per il loro affetto.

 

Un giorno, quando nell’intervallo pomeridiano i bambini potevano giocare nel cortile, Pamock e Hanid si ritrovarono nel loro angolo nascosto per parlare e raccontare le loro storie.

Il bruno Hanid era ancora vergognoso di aver mostrato paura dei fantasmi e volle raccontare lui stesso una strana avventura che aveva sentito ripetere nel suo lontano villaggio al di là del mare.

“ C’era una volta un valoroso soldato, Mohamed al Backar, giovane forte e coraggioso, che per i suoi meriti aveva ricevuto un’alta carica a palazzo ed era benvoluto dal Califfo del paese.

Ma la sua improvvisa fortuna l’aveva reso orgoglioso e arrogante, cominciò a disprezzare ogni persona o animale che gli pareva non avere senso o utilità, come i pazzi, i tafani o quei ragni che insieme alla polvere insudiciano le stanze degli uomini.

La sua superbia gli causò molti nemici, il Gran Ciambellano per rovinarlo rubò il piccolo forziere contenente le più pregiate collane, pietre ed anelli del Califfo, lo nascose nella fessura di una roccia fuori dalle mura e lasciò alcuni preziosi di minor valore nella camera di Mohamed.

Il furto creò uno scandalo inaudito a corte, si fecero ricerche in ogni stanza del palazzo e, quando le guardie scoprirono i gioielli tra i vestiti del capitano, subito lo arrestarono.

Mentre lo stavano trascinando dal Sultano per la giusta punizione, passando vicino al banco del macellaio del palazzo furono improvvisamente assaliti da un nugolo di tafani inferociti.

Subito si agitarono come forsennati, divincolandosi e scappando, mentre Mohammed ne approfittava per divincolarsi e fuggire via.

Uscito fortunosamente dalla città, corse nella campagna deserta e, arrivato in una cava di pietre, scovò un piccolo cunicolo in cui entrare per cercare rifugio.

Vi si trovavano due ragni che, forse per pietà del fuggiasco, o per riparare le loro tele strappate, ritesserono le loro fitte tele.

Quando i soldati all’inseguimento del prigioniero passarono lì vicino, videro l’apertura, ma le tele di ragno li convinsero a cercare altrove.

Dopo un giorno e una notte passate nel suo piccolo rifugio, Mohammed ringraziò mentalmente i ragni e i tafani per l’aiuto prestato e fuggì lontano.

Mentre passava per luoghi deserti fu però sorpreso da un gruppo di banditi che trasportavano delle persone catturate per essere vendute come schiavi.

Lui si finse subito pazzo, aveva i vestiti laceri, la barba e i capelli irsuti e sporchi, quando si mise a sbavare, a lanciare grida gutturali e strillare come una scimmia della foresta i predoni schifati lo cacciarono via a colpi di pietre.

Mohammed ringraziò mentalmente la presenza al mondo dei folli, ritornò nelle campagne, si lavò ad un ruscello, si alleggerì degli abiti portati e quando vide un capraio con il suo gregge gli chiese umilmente del cibo.

Il brav’uomo lo sfamò, poi impietosito lo tenne con sé per aiutarlo a curare le sue bestie, cosa che il fuggiasco si adattò a svolgere con grande attenzione.

Dopo qualche mese il capraio acquistò altro bestiame e ne affidò una parte al suo aiutante, che si spostò nelle vicinanze, cercando sempre luoghi isolati e solitari.

Il lavoro non era faticoso, ma Mohamed mancava di esperienza e nel branco vi era  un caprone bellicoso e malvagio, che non mancava mai di cercare di colpirlo appena lui si distraeva.

Un giorno, spazientito, il giovane guardiano pensò di dargli una lezione esemplare.

Si accampò vicino ad un gruppo di rocce, ne scelse una abbastanza grande e finse di volersi accucciare voltando la schiena al gregge.

Il caprone subito lo puntò e gli corse addosso velocissimo a capo abbassato per incornarlo.

Ma quando era ormai vicinissimo Mohammed scartò di lato e il caprone diede una gran testata conto la roccia, cadendo indietro tramortito.

Si era udito un gran schianto con caduta di pietre, timoroso che la bestia si fosse spaccata la testa, lui andò a vedere da vicino.

Il caprone era indolenzito ma vivo, si era rivelata invece un’apertura nella roccia ove si intravedeva uno scrigno dorato, quello rubato al Califfo.

Allora Mohammed radunò il gregge e ritornò dal suo amico capraio, raccontò l’accaduto e insieme avvisarono gli altri pastori della zona per tendere una trappola quando fosse ritornato il vero ladro.

Per varie notti aspettarono nascosti fino a quando videro una figura avvolta in un mantello che si avvicinava furtivo.

Quando questa si accostò alle pietre e vi inserì una mano, gli furono subito addosso e lo legarono con delle funi, mentre alla luce delle torce si mostrava la faccia atterrita del Ciambellano.

L’indomani mattina un folto corteo di pecorai e caprai con i loro greggi, tenendo ben stretto il colpevole e guidati da un Mohammed trionfante, che recava tra le braccia il tesoro recuperato, si avvicinò alla città, varcò le porte e passò tra due ali di folla stupita ed ammirata, entrò nel palazzo del Sultano per deporre ai suoi piedi il tesoro recuperato e l’infedele suddito.

Grandi feste e nuovi onori per il valoroso Mohammed, che da allora imparò ad essere umile e tollerante, anche i caprai ebbero monete d’oro in dono e la possibilità di entrare come guardie del palazzo.

Questo corpo armato scelto, da lui capitanato, ebbe sulle insegne e sugli scudi le figure di due ragni, di sette tafani  e il volto di un folle.

Da allora nessuno osò più dire che al mondo vi fossero cose inutili, perché ogni cosa può avere un senso, anche se noi ora lo ignoriamo.”

Pamock sorrise felice e batté le mani complimentandosi con Hanid per la sua storia meravigliosa.

PAMOCK E IL FANTASMA FORMAGGINO ( fine )


“Beati loro, hanno la fortuna di essere in tanti a giocare, lottare, rotolarsi per terra e ruzzolare giù dai pendii erbosi – pensava il fantasma Formaggino, invidioso di tanta compagnia e libertà – nessuno li sgrida, nessuno li lava, che meraviglia !”

Poi si accorse che, appartato da tutti gli altri, in un angolo era accucciato un bambino dal viso gonfio e dai grandi occhi tristi, il gruppo lo evitava con evidente fastidio, perché quando lui cercava di muoversi i suoi movimenti erano scomposti e puerili, le sue parole smozzicate e gutturali.

Il fantasma Formaggino lo studiò a lungo incuriosito, poi si mosse dall’altra parte del cespuglio per vedere dove fosse finita la palla che un bambino con un gran calcio aveva mandato lontano.

Ad un tratto si sentì toccare e una voce stridula gli chiese:

“ Bambino buffo, chi sei ?”

Formaggino fece uno scarto improvviso, spaventato a morte, poi si accorse che era solo il ragazzino dal viso gonfio, che lo scrutava interessato con i suoi grandi occhi opachi e tristi.

“ So … sono un fantasma bambino, ma tu, tu non hai paura di me ?”

“ Perché bambino buffo ? No, ma tu puzzi proprio, lo sai ?”

“ Uffa … certo che lo so, me lo dicono sempre e per prendermi in giro mi chiamano fantasma Formaggino “

“ Bambino buffo, io mi chiamo Sandro, vuoi giocare con me ?”

Il piccolo fantasma si riprese dalla vergogna di essere proprio lui quello che si era spaventato, smise di arrossire e fu ben felice di aver finalmente trovato compagnia.

Si misero subito a giocare a nascondino tra i cespugli, a lanciare sassolini nello stagno, a raccogliere le foglie cadute, ridendo e scherzando felici.

Si misero anche  a correre tra le pozzanghere, rifacendosi il verso, con gridolini scomposti e gutturali.

Dopo alcune ore piccolo Sandro venne chiamato dalla sua mamma e dovette ritornare a casa, ma prima si scambiarono la promessa di rivedersi l’indomani.

Il fantasma Formaggino fu di parola e, invece di riposare nelle segrete del castello, di primo mattino fuggì fuori per incontrare il suo nuovo amico.

Nuovi giochi e scherzi, gridolini e risate gioiose, il piccolo Sandro aveva anche lui trovato finalmente un amico comprensivo e tollerante.

Non solo, da quel giorno nessun altro bambino del paese osò più schernirlo per le sue debolezze, altrimenti lui avrebbe chiamato subito il suo piccolo amico fantasma che li avrebbe spaventati a dovere.

Fece di più il saggio Sandro, portò fuori da casa un grosso pezzo di sapone da bucato, spiegò all’amico che non era un dolce da mangiare, ma serviva a pulirsi per bene, in modo che la povera mamma fantasma poté lavarlo a fondo, sempre che le riuscisse di afferrarlo in tempo per il bucato domenicale.

Gli rimase il soprannome di fantasma Formaggino, anche se l’odore del suo lenzuolo bianco grigiastro era molto migliorato, diciamo da Gongorzola ammuffito a Pecorino saporito.

Ma che importava l’odore e il colore del lenzuolino del suo compagno Formaggino, un vero amico è un grande amico e basta.”

“ Caro Pamock, questo fantasma non mi ha fatto per niente paura – asserì convinto Hanid – anzi mi ha fatto venire l’acquolina in bocca, come vorrei avere tra le mani un pezzo di formaggio Ackawi o Naboulsi, ma come posso trovare coraggio se incontro uno spettro vero, grande e cattivo ?”